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“La scelta obbligata dei Repubblicani”

21 Aprile 2010


da “la Repubblica” di mercoledì 21 aprile 2010 di Giuseppe Ossorio

“Oggi, dopo anche la sciagurata decisione dei Repubblicani Democratici campani di lasciare inopinatamente il campo, mi sento ormai una sorta di apolide della politica”. Così scrive, in una lettera a “la Repubblica”, Umberto Zito, autorevole e appassionato esponente della cultura repubblicana e democratica.
Sono chiamato direttamente in causa, essendo stato per anni l’animatore dei Repubblicani Democratici presenti, per più di quindici anni, nelle amministrazioni di centrosinistra alla Regione, alla Provincia e al Comune di Napoli. Zito mi offre l’opportunità di chiarire un aspetto politico, non personale, che ritengo di grande rilevanza anche per i tanti apolidi della politica che, probabilmente, alle ultime elezioni si sono rifugiati nell’astensione. Bisogna, per certi aspetti, compiere un’opera di “ristabilimento della verità” che chiama in causa i gruppi dirigenti del Partito democratico nazionale e locale. E, forse,  (per anticipare le conclusioni)  con ciò aiutare a comprendere il parziale fallimento del progetto politico del Partito democratico. I Repubblicani napoletani che, come ricorda Zito, avevano da anni scelto di abbandonare il Pri di Giorgio La Malfa per rimanere fedeli ai valori del riformismo democratico, avevano sperato, e perfino creduto (insieme a non pochi intellettuali di cultura liberaldemocratica) che il Partito democratico potesse essere, finalmente, quel grande partito del riformismo europeo da sempre minoritario in Italia. E’ andata diversamente e male. Il PD è prima diventato quello che tutti non volevano che diventasse, ossia la fusione fra gli apparati dei DS e della Margherita e poi un partito autoreferenziale, un po’ riformista un po’ populista, ma, soprattutto, preoccupato di salvaguardare prevalentemente il ceto dirigente proveniente per linea diretta dall’antico Pci. Per arrivare ai fatti, basti ricordare la sciagurata compilazione delle liste compiuta da Walter Veltroni per le elezioni politiche del 2008. Dopo aver contribuito a far cadere il governo Prodi e, dunque, a soffocare il dibattito sulla costituzione del nuovo partito, il Pd ha scientificamente eliminato, in un modo o nell’altro, i maggiori rappresentanti di quell’area politica democratica, repubblicana e liberale alla quale Zito si richiama. Penso all’esclusione di Valerio Zanone, con il quale  noi repubblicani cercavamo di costituire a livello nazionale, dal Piemonte alla Sicilia, un gruppo a mio modo di vedere utilissimo al Partito democratico. Inventandosi astruse regole interne, quali quella di non candidare chi aveva già un certo numero di legislature (fatta eccezione, naturalmente, del gruppo dirigente ristretto), ci si è privati di uomini come Giuliano Amato, Antonio Maccanico e Valerio Zanone (giusto per ricordarne alcuni fra i più noti esponenti della mia cultura), chiaramente rappresentativi di quelle aree politiche che, per destino, si dovevano fondere nel Pd. Al loro posto sono stati candidati personaggi provenienti, come si dice, della società civile assolutamente insignificanti, a voler proteggere quelli del gruppo dirigente ristretto e in onore alla retorica del momento. Come dire: un po’ di fumo negli occhi con una sorta di candidature di “veline culturali” di sinistra. A completare la frittata, il mancato accordo con i socialisti riformisti di Boselli. A questo punto, come perfino D’Alema ha sussurrato, il Partito democratico ha rischiato di diventare una sorta di caricatura del Partito d’Azione il quale, peraltro, non ha mai avuto velleità maggioritarie, semmai peccava di illuministica astrattezza. In queste condizioni, senza rappresentanza parlamentare, i Repubblicani Democratici hanno perso agibilità politica, come dicono i politologi. Insomma, gli è stata tolta la possibilità di interloquire in modo costruttivo e diretto con l’opinione pubblica e con una larga fetta di elettorato. Il che, lo dico perché ne sono convinto, ha finito con l’arrecare un danno significativo al Partito democratico e al centrosinistra in generale. Non si tratta, dunque, di “sciagurata” scelta ma di scelta obbligata. Ciò non significa, naturalmente, che quell’area politica e culturale, non possa continuare a svolgere un ruolo negli equilibri nazionali e locali che si verranno a creare.

“Problemi concreti e urla di propaganda”

25 Marzo 2010


da “la Repubblica” di giovedì 25 marzo di Giuseppe Ossorio

Che invidia. In America democratici e repubblicani se le sono date di santa ragione, sfiorando toni da guerra civile, per approvare o seppellire la riforma della sanità tenacemente voluta dal presidente U.S.A. Barack Obama. Ma la durezza, comunque esecrabile,dello scontro si è esercitata attorno ad una questione per gli americani estremamente concreta e, al tempo stesso,densamentesimbolica. Concreta, perché estende la tutela sanitaria a 31 milioni di persone, simbolica perché inverte un modello politico, quello ultraliberista, inaugurato, più di vent’anni fa, dal presidente Reagan.Qui da noi, invece, si discute o, meglio, si urla, attorno alla solita questione: l’amore o l’odio per il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. I temi regionali passano in secondo piano, quando non scompaiono del tutto nello sprint finale della campagna elettorale. Anche qui in Campania, dove, ad esempio, il tema dell’amministrazione della sanità è centrale (l’80% del bilancio regionale e prosciugato dalla spesa sanitaria), soprattutto oggi che l’Italia tende, sia pure surrettiziamente, a compiere il percorso inverso di quello intrapreso dagli Stati Uniti. In alcune zone del Nord è già in funzione un sistema assicurativo alternativo alla sanità pubblica, che rischia di creare anche nel nostro paese, gigantesche e insopportabili ineguaglianze. Noi, in Campania come nell’intero sud, non potremo mai attuare quel sistema. Ma tant’è: è vietato parlarne. Non sono pochi, infatti, i commentatori e gli analisti che prevedono un risultato locale fortemente condizionato dal referendum pro o contro Berlusconi che sembra essere il vero argomento della campagna in atto. Si teme, da più parti, l’astensione. Non forte come quella che ha conosciuto la Francia nelle recentissime regionali ma, comunque, di proporzioni allarmanti. L’urto fra opposte tifoserie politiche non appassionerebbe più gli italiani, stanchi di assistere allo stesso copione urlato dopo quindici anni di rappresentazioni tutte uguali. Si lamenta l’assenza, in Italia come a Napoli, della cosiddetta società civile e degli intellettuali dalla scena politica. Perché anch’essi, l’una e gli altri, stanchi della solita baruffa elettorale, e perché, di fatto, umiliati da anni di mancata reale partecipazione. Tutte questioni vere e degne di considerazione. Ma ad esse non è possibile rispondere invocando un generico ritorno alla sobrietà e alla serietà o con un moralista, quanto ipocrita richiamo all’impegno civile e morale, come se ci fossero da un lato i buoni e dall’altro i cattivi. Spesso, alle spalle di queste esigenze, si nasconde una nobile quanto improduttiva nostalgia per i bei tempi che furono. I tempi dei partiti organizzati e territoriali, della politica della mediazione che, a ben ricordare, produsse irreparabili danni ai bilanci pubblici, in poche parole, di quella Prima Repubblica che tutti avevano, qualche anno fa, condannato senza appello come corrotta e inefficiente. In realtà in Italia, e anche in Campania si è avviato un processo che nei prossimi tempi sarà difficile invertire. Quello della politica dell’immagine favorita dal sistema elettorale maggioritario e dalla personalizzazione della leadership politica. Si può essere più o meno d’accordo con metodi elettorali e sistemi istituzionali da scegliere per governare un paese. Ma rimane fermo che, maggioritario e proporzionale, parlamentarismo e presidenzialismo, attraversano le più diverse democrazie liberali europee e mondiali senza che ciò provochi delle differenze tali da poter segnare il confine fra paesi democratici e paesi illiberali. La nostra questione, dunque, non è quella di porre mano ad altre Riforme(l’unica veramente urgente sarebbe la reintroduzione del voto di preferenza) ,ma di riuscire a comprendere fino in fondo la portata della svolta compiuta ormai venti anni fa. Saper maneggiare,in poche parole,il maggioritario. Il prossimo Governatore della Campania potrà scegliere fra una politica decisa ma aperta al dialogo e il confronto, o richiudersi nel recinto del Potere acquisito. Da questa scelta dipenderà la qualità non solo dell’amministrazione ma dell’intera vita civile e politica della Campania. Certamente, però, sul risanamento della spesa sanitaria e sulla presenza della Campania nella Conferenza Stato-Regione, per l’attuazione del federalismo fiscale, non potrà essere un solista.

Federalismo fiscale. Serve un’intesa tra i candidati

3 Marzo 2010


da “la Repubblica” di mercoledì 3 marzo 2010 di Giuseppe Ossorio     

Con la presentazione delle liste si apre ufficialmente la campagna elettorale per le regionali. Si entra nel vivo, come si dice, della battaglia politica. A seconda dei punti di vista, c’è chi si augura un abbassamento dei toni e chi auspica uno scontro all’americana fra i due candidati presidenti, Stefano Caldoro e Vincenzo De Luca. I primi ritengono prioritaria la discussione sui programmi, sulle cose concrete da fare, i secondi pensano che sia necessario un confronto muscolare, diretto nell’ottica di una visione  personalistica, leaderistica, della politica. In realtà,  la posta in gioco per la Campania è alta. L’Italia è sempre più spaccata a metà. Il lombardo-veneto si confronta con le aree più ricche dei mercati internazionali e noi siamo fra le regioni a più basso reddito pro-capite, secondo le ultime statistiche. Questa è la nuda e cruda realtà. Allora va pure bene il confronto serrato, anche duro, sul terreno delle scelte amministrative ma i due candidati alla presidenza dovranno trovare il modo di avviare un diverso confronto: quello istituzionale, sul terreno politico generale. Il punto è trovare  sintonia su un interesse generale, al di sopra dei due schieramenti, fra il futuro presidente e il futuro rappresentante dell’opposizione. L’esigenza è dettata da alcune importanti questioni di fondo. Mentre è necessario e auspicabile, infatti, che su questioni come il governo del territorio, la sanità, il sostegno alle imprese e al lavoro, la gestione del personale amministrativo e così via, ciascuno offra proprie particolari ricette anche molto differenti, è, invece, indispensabile che si trovi un accordo - e citiamo, almeno per noi, il più importante - sul  grande tema del federalismo fiscale, della possibile rivoluzione istituzionale che l’Italia dovrà affrontare a breve e sulla quale rischia di rompersi, di spaccarsi in due. La questione è stata posta con grande forza dai vescovi italiani (lo ricordava Pasquale Giustiniani su queste stesse colonne) che l’hanno collocata come prioritaria rispetto al destino etico-politico non solo del Mezzogiorno ma dell’Italia tutta. In Parlamento, la prossima tornata dei decreti attuativi sul federalismo fiscale è attesa per il mese di giugno, e propone la cosiddetta questione dei costi standard, sui quali misurare l’efficacia della pubblica amministrazione. Questo è un punto delicatissimo perché potrà creare, per l’intero Mezzogiorno,  disparità o disuguaglianze tali da far saltare ogni parametro di equità e infrangere il dettame costituzionale della solidarietà. In poche parole si tratta del passaggio dalla spesa storica dei servizi pubblici ai costi standard con cui misurare i livelli essenziali di assistenza. E’ pur vero che la spesa storica nasconde vere e proprie inefficienze, ma nel calcolo del costo standard si dovrebbe tener conto, per esempio, che nelle regioni più ricche si ricorre meno ai servizi pubblici, abbassandone il costo in quelle regioni. Come si vede è materia delicata che può spappolare nel medio periodo la tenuta istituzionale dell’Italia. Per affrontare questo tema cruciale è necessario migliorare di gran lunga l’azione amministrativa nel Mezzogiorno, ma un tale rinnovamento deve inserirsi in un più ampio quadro di riordino delle risorse e dell’avvio di politiche complessive dello Stato tese al rilancio del Meridione.  La palese inefficienza del sistema amministrativo non può costituire un alibi per praticare politiche oggettivamente tese a favorire il Nord. Perché tale grande questione ridiventi centrale ci sarebbe bisogno di una classe politica  in grado di saperla porre ed affrontare. Abbiamo poca fiducia che ciò possa accadere. La deputazione meridionale, al Parlamento e al Senato, non è stata in grado, in questi ultimi anni, di delineare una sia pur minima azione condivisa. Il fatto è che non si può contare esclusivamente sull’impegno delle deputazioni parlamentari. Il che, è bene ribadirlo, rappresenta un gravissimo vulnus per la democrazia del paese. La linea della trincea, dunque, si sposta al livello delle Regioni. Nella Conferenza Stato-Regioni si misurerà la volontà di non separare definitivamente le due Italie. Se federalismo dovrà essere, in quella Conferenza, la più importante regione del Sud, la seconda più popolosa d’Italia, svolga un ruolo fondamentale. La maggioranza e l’opposizione che usciranno dal prossimo voto, su questo argomento, devono concordare un’azione comune per essere più incisiva, che sarà indispensabile per non vedere assottigliati i trasferimenti finanziari dallo Stato. Su questo terreno è indispensabile un confronto chiaro e franco fra i candidati Caldoro e De Luca, come quello già avviato, sia pure occasionalmente, rispetto al drammatico tema della lotta alla malavita organizzata. Quando la casa brucia l’elettore se ne infischia della destra o della sinistra. Quindi, sarebbe non solo interessante ma utile capire quale grado di convergenza e che impegno pubblico i due rappresentanti politici vogliono assumere sul tema del federalismo fiscale, che prelude al vero federalismo istituzionale. In definitiva, come si muoveranno, sia dal governo che dall’opposizione.

“Grande è la confusione sotto il cielo del Pd”

14 Gennaio 2010


da “la Repubblica” di mercoledì 13 gennaio 2010 di Giuseppe Ossorio

L’incertezza che manifesta il PD in tante regioni sulle candidature a presidente della coalizione di centro sinistra, per le imminenti elezioni regionali, è la prova che nel partito vige uno stato di confusione a dir poco preoccupante. Nel Lazio si prospetta un appoggio a Emma Bonino tutto sommato subito, mentre in Puglia si stringe un patto di ferro con l’Udc, ma si lacera il rapporto con lo schieramento capeggiato dal governatore uscente, Nichi Vendola. In Sicilia non si vota ma concretamente il Pd ha favorito la svolta degli autonomisti di Lombardo che si è distaccato dal centrodestra. Questa confusione ingenera non poche perplessità sulla prospettiva del Partito democratico. In Campania tale malessere si manifesta ampiamente, fino ad oltrepassare i limiti di guardia, al punto che si è resa necessaria una riunione dello stato maggiore del Pd campano con esponenti nazionali. Si è in alto mare sul fronte delle alleanze. Le famose primarie, che dovevano essere il distintivo del nuovo partito, sono state indette e poi disdette. Mentre sono in campo almeno due candidati a presidente della coalizione, l’assessore Ennio Cascetta, che ha delineato un programma di governo almeno nelle sue linee generali, e il Sindaco di Salerno, Enzo De Luca, intenzionato ad esportare dalla sua città all’intera regione l’esperienza acquisita in questi anni. Ma vi è anche una ridda di altri nomi. Che cosa manca? Manca una posizione ufficiale del partito in ordine al programma, alle alleanze e al presidente candidato. Si eccepirà che a livello regionale si possono e si debbono pensare alleanze variabili fondate sulle esigenze del territorio e sulle compatibilità politiche. Noi non ne facciamo una questione di astratta e pelosa coerenza. Ne facciamo una questione politica, etico-politica. In un sistema maggioritario, è vero, sono indispensabili le alleanze per ambire a vincere le elezioni e, di conseguenza, non è facile la scelta di un candidato alla presidenza della giunta regionale compatibile con quelle alleanze. Ma per fare cosa? Per realizzare quale progetto, quale idea di crescita e di sviluppo? Si è discusso, a proposito dell’alleanza con l’Udc di Casini, di rischio di subalternità del Pd. In Campania, come è facile comprendere, la subalternità sarebbe ancor più rilevante, date le condizioni oggettive dei due partiti che tutti conoscono. Il Partito democratico in Campania, ma anche nelle altre regioni, sembra chiuso in una morsa, fra gli estremismi alla sua sinistra e le posizioni centriste espresse finora da Casini e da Rutelli, i cui profili saranno più chiari nel futuro prossimo: finora non si capisce se il centro voglia costruire un’alternativa ai due blocchi, se voglia provare ad ereditare una rendita di posizione del dopo Berlusconi o se voglia guidare il centrosinistra, in un prossimo futuro, come possibile alternativa di governo all’attuale maggioranza. Come uscire da questa tenaglia? Il Pd, ci sembra di capire, ha davanti a sé due strade. Potrà rimodellarsi come un moderno partito socialdemocratico, dai contorni certamente nuovi ma sostanzialmente legato alla tradizione socialista. Ora, un partito del genere, nelle condizioni attuali della politica, dell’economia e della cultura non solo campana e italiana, certamente non sarà un partito residuale ma neppure sarà in grado di esprimere, per usare un termine gramsciano, un’egemonia: né sul piano culturale né sul piano politico. Occuperà certamente uno spazio rilevante ma non tale da essere centrale in una nuova alleanza politica con i centristi. E, forse, non sarà nemmeno in grado di riassorbire i movimenti alla sua sinistra. Viceversa, Il Pd, diciamolo con chiarezza, potrebbe assumere quel profilo riformatore, autenticamente moderno, che la cultura democratica e liberale, quella progressista e non conservatrice, ha saputo conferire ai partiti della sinistra mondiale in questi ultimi anni. E’ il caso del partito democratico americano o dei labouristi di Blair, che negli anni scorsi hanno saputo apprezzare ed acquisire la cultura e il programma dei liberaldemocratici inglesi.Ecco perché abbiamo parlato di confusione. Non è solo questione di nomi e nemmeno soltanto di programmi ma di idee fondamentali, di profili netti e decifrabili. E in Campania, come nel resto del paese, quei profili attendono una definizione.

Non perdiamo gli ultimi treni

11 Dicembre 2009


da “La Repubblica” dell’11 dicembre 2009 di Giuseppe Ossorio

Si avvicinano le elezioni regionali e  la ricerca dei candidati Presidenti è sempre in alto mare, in entrambi i maggiori schieramenti. Probabilmente si deciderà all’ultimo minuto anche se non ce lo auguriamo per il confronto e la chiarezza delle proposte. Così come non sarà facile sciogliere i nodi delle alleanze, della composizione delle varie coalizioni. Nel frattempo, i partiti scaldano i motori e cominciano ad interrogarsi sull’aspetto programmatico, sui contenuti che dovranno sostanziare l’azione di governo oppure servire da punti di riferimento per l’opposizione. E’ un’occasione da cogliere al volo, prima che la bagarre politica, le polemiche e gli slogan prendano decisamente la scena. Il Partito democratico si riunisce domani per elaborare dieci punti attorno ai quali organizzare una rinnovata proposta di governo. E’ un bene. Vedremo come si svilupperà la discussione. Sarebbe, però, necessario che, sia il centrosinistra che il centrodestra, oltre alle soluzioni dei problemi che affliggono la nostra quotidianità,  esprimessero un’idea forte di Regione e, possibilmente, chiara. E’ vero: è fondamentale porre rimedio alle disfunzioni della Sanità; è necessario porre un argine alla spesa pubblica di parte corrente, dove si è esercitato con autorevolezza l’assessore al bilancio della giunta regionale; è giusto rilanciare la politica della ricerca e della promozione della cultura; è urgente affrontare di petto la questione del federalismo fiscale che, presto, si proporrà all’attenzione del dibattito parlamentare e segnerà la tenuta istituzionale e democratica del Paese. E potremmo continuare a lungo nell’elencazione di questioni e problemi, dalla lotta alla camorra alla questione sociale che si fa sempre più grave e pressante. Ma tutto ciò rischia di vanificarsi se non riusciamo a pensare la Campania non più periferia dell’Europa ma baricentro del Mediterraneo europeo, cioè, come riferimento di un sistema euro mediterraneo che deve agganciarsi all’Europa. Se la Campania non si attrezza con urgenza sarà scavalcata dalla zona di libero scambio del mediterraneo che si avvierà nel 2011. La Campania dovrà essere una sorta di base logistica dell’Italia fra la ricca Europa del Centro-Nord e la turbolenta riva meridionale del Mediterraneo. Dobbiamo pensare in che modo la presenza, ad esempio, di sette Università e di importanti centri di ricerca può trasformarsi in una proposta capace di attrarre ricercatori e docenti provenienti dal grande bacino mediterraneo, in un momento in cui la ricerca e la cultura devono necessariamente intrecciarsi e, per così dire, fare squadra nell’ambito di una crescente mondializzazione che certamente questa congiuntura economica  negativa non arresterà. Al Nord rinasce l’idea, forse sulla spinta dell’alta velocità che collega ancor più rapidamente fra loro zone più vaste, le più ricche del paese, di rafforzare i rapporti culturali, economici e sociali, fra l’area di Milano e quella di Torino. Nel Mezzogiorno sarebbe ora di riprendere una vecchia intuizione di Francesco Compagna degli anni ’60, forse troppo anticipatrice per quei tempi, proposta che torna attualissima, quella di sostenere e aiutare a crescere  un’area omogenea che già esiste e che va da Salerno all’area a nord di Napoli, a quella  casertana e  del basso Lazio fino a Latina e Frosinone. Ovviamente, la realtà non è più la stessa che indagava Compagna negli anni a cavallo fra il ’50 e il ’60,  ma l’intuizione è ancora attuale e, forse, ineludibile. Allo stesso modo  la Campania deve guardare da un lato al Sud,  e dall’altro alla costa dell’Adriatico. Pensare a grandi opere di infrastrutture e collegarle immediatamente  ad un’idea di sviluppo economico, turistico e culturale. Se ciò non si verificasse significherebbe per davvero gettare alle ortiche ingenti risorse e capacità tecnologiche avanzatissime delle quali si è dotati, nonostante tutto. Napoli e la Campania possono rappresentare un polo di attrazione forte nei confronti dell’Est sulla strada del porto di Gioia Tauro, come un ponte verso il resto dell’Europa. L’Europa stessa, d’altro canto, non potrà non farsi carico di quei paesi poveri che la circondano ma che si mostrano vitali e desiderosi di raggiungere nuovi, grandi traguardi. Su scala mondiale, la pur forte, grande Europa, rischierebbe di essere una cittadella privilegiata ma assediata da milioni di abitanti che si affacciano sulla riva africana del mediterraneo e, prima o poi, espugnata. In questo quadro, la Campania potrebbe svolgere un ruolo geopolitico essenziale, capace, se non di invertire, almeno di deviare le rotte della storia. E’ un progetto ambizioso? Forse. Ma solo nell’ambito di progetti ambiziosi si trovano soluzioni nuove e fantasiose per i tanti problemi quotidiani che tutti conosciamo e ai quali abbiamo accennato  prima. Di orizzonti nuovi da esplorare ce ne sono: solo per fare un esempio, la Campania potrebbe proporsi come un laboratorio privilegiato per l’investimento nelle cosiddette energie alternative, pulite e sostenibili. Da quella solare a quella geotermica, della quale, finalmente, si ricomincia a parlare. Interroghiamo su questi temi la cosiddetta società civile e non su astratti desideri di partecipazione. Profittiamo del momento, prima di essere sommersi dal gossip, dall’invettiva, dagli scandali, veri o presunti, che la campagna elettorale, inevitabilmente ci proporrà.
                                                                              

7 Dicembre 2009


discorso pronunciato in occasione delle celebrazioni per il trentennale dell’elezione di Francesco Compagna a Vicepresidente della Società Geografica Italiana

Signor Presidente della Repubblica
Cari Guido, Luigi, Annamaria e Piero Compagna
Signore, signori,

credo non mi faccia velo l’affetto del discepolo e del collaboratore, se affermo che quella di Francesco Compagna è stata una figura eminente nella vita culturale e politica italiana della seconda metà del Novecento. Eppure obiettività e disincanto impongono di notare, a ventisette anni dalla prematura scomparsa, l’affievolimento del ricordo di questa personalità che fu rilevante nel giornalismo, negli studi, sulla scena parlamentare e governativa. Se il ricordo di lui appare oggi affievolito, temo lo si debba sopratutto alla circostanza che non c’è più nel Paese comunanza di sentire verso un obiettivo cui Compagna aveva dedicato la sua vita di statista e di intellettuale: l’obiettivo meridionalistico. Era, la sua, la visione d’un Mezzogiorno che poteva e doveva acquisire condizioni di vita non difformi da quelle del Nord d’Italia e dell’Europa occidentale. Moderno nelle strutture del territorio, nelle imprese economiche, animato da una società civile colta e consapevole, non più afflitta dalla disoccupazione e dal bisogno che spinge alla compromissione clientelare o, peggio, all’illegalità. Indagando le odierne condizioni del Sud, dolorosamente tocca argomentare che quello scenario, da lui vagheggiato, trova poco o nullo riscontro nella realtà delle cose. Di fronte a tale constatazione, realistica quanto amara, tuttavia assai attuali appaiono ancora gli ideali di Compagna, così come valide le indicazioni contenute in tante sue pagine. Ritengo legittimo pensare, che di tale attualità offra conferma la presenza in questa cerimonia di Giorgio Napolitano.Come presidente di tutti gli italiani, Napolitano dà prova di attingere alla sempre viva tensione ideale maturata nell’esperienza politica compiuta come uomo del Sud, nel suo frequente ricordare al Paese l’ammonimento che fu proprio dei meridionalisti, del Nord come del Sud, “l’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”. Il pensiero meridionalistico di Francesco Compagna va ricostruito entro l’arco temporale scandito dai suoi scritti, dal saggio d’esordio sulla lotta politica nel Mezzogiorno, che è del 1950, alle riflessioni suggeritegli dalla calamità sismica nel 1981: molti libri, moltissimi articoli e discorsi. Nel 1954, poco più che trentenne, incoraggiato da Ugo La Malfa e Mario Pannunzio, aveva fondato “Nord e Sud”, la rivista il cui titolo riproponeva quello del saggio pubblicato nel 1900 da Francesco Saverio Nitti. Lo affiancavano Vittorio de Caprariis e Renato Giordano. Gli apporti di riflessione e studio che “Nord e Sud” ha ospitato fino al 1982 - anno in cui, appena sessantunenne, Compagna morì - hanno configurato, nel loro complesso, un organico filone di pensiero che può definirsi del meridionalismo contemporaneo. Coerente, eppur innovativo rispetto al meridionalismo classico di Fortunato, Nitti, Salvemini, De Viti De Marco, per dire solo di alcuni.
“Nord e Sud” era nata un anno dopo “Cronache Meridionali”, la rivista fondata da Giorgio Amendola, Francesco De Martino e Mario Alicata, e del cui comitato direttivo fecero parte altri elementi di primo piano dell’intellighentzia marxista napoletana, da Giorgio Napolitano ad Abdon Alinovi, da Gerardo Chiaromonte a Pietro Valenza. Le due riviste avevano sede nella stessa via, separate da poche decine di metri: la redazione di “Cronache Meridionali” era presso la libreria dell’editore, Gaetano Macchiaroli. Tanto frequenti, quindi, gli incontri, quanto animati i dibattiti dentro e fuori la libreria. In me, allora studente, resta il ricordo di una Napoli in quegli anni intellettualmente assai più viva di quanto non mi appaia la Napoli di oggi. Ammirando Giustino Fortunato, non ne condivideva però il cosiddetto “pessimismo geografico”. La geografia contemporanea non conosce condanne inappellabili emesse su riscontri geologici e climatici.  E Compagna era divenuto studioso di geografia nella convinzione che questa disciplina fosse - cito sue parole -, “non solo utile, ma assolutamente necessaria” a dipanare il filo d’Arianna della questione meridionale”. Al nome di Compagna va sovente accomunato quello di un altro importante meridionalista dell’Italia repubblicana, Pasquale Saraceno. Tra loro vi fu comunanza di idee e collaborazione. Entrambi ebbero influenza su scelte ed atti di governo in favore del Mezzogiorno. Condividevano una percezione che possiamo oggi definire geo-politica: che in una compagine statale, specie di recente formazione come l’Italia, la presenza di una parte indebolita o malata dell’organismo, possa compromettere la sopravvivenza dell’insieme. Anche studiando le esperienze compiute o in corso in altri paesi che avevano affrontato con successo problemi di squilibri regionali, Compagna era convinto che in uno Stato moderno in grado di produrre risorse e avvalersi di tecnologie non c’è condizione geo-morfologica avversa cui capacità degli uomini e dei governi non possano ovviare, e non c’è debolezza della struttura produttiva che non si possa risanare. Attenuato, almeno in parte, nel decennio 1947-57, il divario tra Nord e Sud misurabile in termini di attrezzatura del territorio, - strade, ferrovie, reti elettriche, idriche e telefoniche - era giocoforza che l’azione meridionalistica desse vita ad attività in grado di assorbire le nuove leve del lavoro e le masse rurali che eccedevano i bisogni d’una agricoltura non più latifondistica. Lo imponeva la constatazione di un esodo migratorio crescente.“Terapia” industriale, dunque, per le regioni meridionali. Il keynesismo di Saraceno e la “geografia attiva” di Compagna fecero sì che entrambi perseguissero l’obiettivo dello sviluppo della grande impresa nel Sud, capitalizzata dallo Stato direttamente o con apporti indiretti ad investitori privati. Dalla seconda metà degli anni 60 Compagna congiunse alla terapia dell’industria, la politica della città, alla cui attuazione avrebbero dovuto cooperare governo centrale e governi locali. Delineava al riguardo un sistema complesso ma non utopico. Una rete urbana al cui vertice vedeva collocate metropoli regionali capaci di svolgere funzioni di alto livello (“quaternarie”) nei settori dell’istruzione, della cultura, della finanza. Presupposto della “civile urbanizzazione” al Sud avrebbe dovuto essere la dislocazione nel meridione d’una parte consistente del patrimonio industriale italiano. L’esperienza degli ultimi due decenni ci mostra che il “modello” non s’è realizzato. Soprattutto perché è venuto meno il presupposto dell’industrializzazione. Ragioni internazioni ed interne hanno dissolto o frammentato il variegato complesso delle industrie a partecipazione statale; collassata la rete di attività locali minori a queste collegata.
Il sistema urbano, privato del sostegno produttivo, è a sua volta imploso con conseguenti fenomeni di deterioramento della vita civile. Estremamente dannoso, soprattutto dal punto di vista “culturale”, l’effetto palesato dalla de-industrializzazione nelle maggiori aree urbane del Mezzogiorno ove, per gran parte del Novecento, s’era venuta formando una classe, e una consapevolezza, operaia. Dove la crisi produttiva ha colpito con maggior durezza, come nelle aree di maggior concentrazione demografica - Napoli e Palermo -  è stata fatale la regressione di larghi strati della popolazione in età lavorativa da una condizione proletaria ad una sottoproletaria. Con pesanti assorbimenti nel cosiddetto “lavoro sommerso”. O, molto peggio, nelle attività criminali. Compagna non fu mai cieco di fronte alle degenerazioni dell’intervento straordinario. Idealista, ma senza illusioni, le venne denunziando sempre più di frequente, a partire dalla seconda metà degli anni 70. Consapevole che alle lunghe queste degenerazioni avrebbero portato alla disintegrazione di ogni politica meridionalistica.
Ma altrettanto consapevole che, pur con errori e sprechi, l’intervento straordinario ha tolto le popolazioni meridionali dalla miseria e dall’arretratezza. Nel mentre rintuzzava con decisione le interessate critiche di parte nordista, dimostrando quanto esigua fosse stata la spesa per il Sud a fronte degli investimenti di cui in vario modo beneficiavano le regioni del Centro Nord, non era tuttavia tenero verso gli errori compiuti forzando l’industrializzazione in modi e luoghi non idonei.
Osservava con sospetto l’emergere di un “meridionalismo di potere”, fatto di parassitismo burocratico e politico, che si sovrapponeva al “meridionalismo di pensiero”. Nel suo ruolo governativo cercò di incanalare su binari di razionalità e coerenza l’attività legislativa riguardante il Mezzogiorno. Idealista, ma sagace nel percepire che, più ancora che di problemi di “strutture” – territoriali, economiche – la “questione meridionale” restava un problema di cultura: il “fattore umano” nell’organizzazione civile, nella formazione del consenso politico, nell’adesione all’interesse pubblico piuttosto che alle consorterie, se non alla criminalità. Nei suoi ultimi anni fu attento allo scatenamento di fenomeni sociali di cui il terremoto del 1980 era stato il rivelatore piuttosto che il generatore. Ne traeva motivo di tristezza, avvedendosi della difficoltà, - di cui già aveva scritto Vincenzo Cuoco all’indomani dell’effimera rivoluzione giacobina nella Napoli del 1799 -, che incontra ogni tentativo di “vestire un popolo con i panni d’un altro”. Certamente non si può dire che gli sia riuscito di realizzare come politico tutto quanto elaborava come studioso. Ma con pari certezza si può dire che tra le scelte politiche a lui riconducibili, è difficile trovarne che non rispondano appieno alle idee da lui professate. Per Francesco Compagna il potere restava uno strumento, non l’obiettivo dell’azione politica: da adoperare con moderazione, dignità, rigore, in nome di ideali profondamente sentiti.

Ernesto Mazzetti
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“Il governo taglia sulla sicurezza”

16 Novembre 2009


da “la Repubblica” di domenica 15 novembre 2009 di Giuseppe Ossorio

La vita cittadina dei comuni dell’interland  napoletano è infestata dalla criminalità organizzata e in certi quartieri di Napoli la camorra è insediata stabilmente. Non scriviamo nulla di nuovo intanto, però, molti giovani scappano dalla nostra provincia. Abbandonano la regione anche perché avvertono un forte senso di precarietà della quotidiana convivenza sociale. Essi aspirano a una qualità della vita migliore, più civile, magari hanno studiato per progredire e ingentilire i loro rapporti umani e si ritrovano in un ambiente ostile.
Nel frattempo Giulio Tremonti, nel bilancio dello Stato appena approvato in prima lettura al Senato, taglia le residue risorse destinate alla sicurezza e all’ordine pubblico. C’è da essere preoccupati, perché mentre al Nord l’espansione delle attività criminose compie un salto di qualità con l’accaparramento di quelle attività produttive, da noi porta a termine l’immiserimento delle condizioni sociali e delle poche attività economiche competitive.
Come si può ricostruire il tessuto civile ed economico e fermare la disgregazione sociale che connota sempre più le nostre città?
E’ evidente che non basta più il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine a portare al cambiamento. Per raggiungere l’obiettivo occorre che sia la società civile a ribellarsi e scendere in campo.
Sia chiaro: non stiamo dicendo che la colpa della presenza della malavita sia da attribuire ai cittadini meridionali che non s’impegnano a contrastarla e a sconfiggerla come dovrebbero. Siamo consapevoli che è sempre più difficile affrontare questo tema con la dovuta responsabilità, con intelligenza ed equilibrio. Non bisogna confondere la comprensibile paura dei cittadini indifesi con l’omertà dei complici. Soprattutto se si viene a conoscenza del fatto che lo Stato italiano ha riconosciuto di aver trattato con la mafia all’indomani degli omicidi di Falcone e Borsellino.
Ma, siccome alla malavita non ci si vuole arrendere, con una punta di fiducia cogliamo lo sforzo di alcuni sindaci a convincere la cittadinanza e l’opinione pubblica dei loro comuni ad un desiderio di riscatto. A volte i gesti simbolici sanno essere più persuasivi di tante altre azioni. Per esempio, a Ercolano, la città che proprio ieri è stata nuovamente colpita dall’ennesimo gesto criminale, la risposta  del sindaco, Nino Daniele, al crimine  che assedia il suo comune passa per una deliberazione della giunta municipale che esenta per tre anni dal pagamento dei tributi comunali gli operatoti economici che denunciano gli estorsori, che scelgono di non cedere al ricatto e alle intimidazioni e collaborano con la magistratura e le forze dell’ordine. Un atto amministrativo che va ad aggiungersi ad un progetto incalzante: sono stati affissi sugli edifici pubblici, scuole e chiese otto maxi pannelli che richiamano quei cittadini alla legalità. Su uno di quei grandi pannelli è scritto “Ogni giorno facciamo delle scelte, da esse nasce la nostra felicità”. Come a volerli invogliare a combattere contro la criminalità, richiamarli al rispetto delle regole e suggerire ai prepotenti un percorso di convincimento.  E’ la cintura urbana di Napoli che si ribella alla malavita e i comuni, le scuole, gli oratori e le imprese sono i punti su cui far leva.
La Chiesa, riconosciamolo, da tempo è in prima linea e gli interventi pubblici del cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe,  ormai non si contano più. L’attività dei parroci, disseminati nelle zone più a rischio,  contro la criminalità è coraggiosa e tenace. La recente presa di posizione del  presidente degli industriali della Campania, Giorgio Fiore, al convegno di Capri della Confindustria è stata incisiva: “Come imprenditori - ha detto - dobbiamo impegnarci in prima fila e interrogarci, senza alibi, sull’esistenza di aree grigie o peggio di collusione al nostro interno con la camorra”. Egli ha dimostrato molta energia affermando che è necessario ”monitorare la trasparenza degli associati, nonché quella delle aziende alle quali si subappaltano le commesse”.
Sono tutti segnali di un’azione che va facendosi comune, unitaria e che attende di essere sostenuta. Un’azione da accudire e non più rinviabile: ne va di mezzo la desertificazione della Campania.
        

 

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