da “la Repubblica” di domenica 22 gennaio 2012, di Giuseppe Ossorio
Liberalizzare il mercato non è più un tabù. Ci avviamo con molte resistenze verso una “società aperta”. Dopo il timido tentativo di Bersani ci prova Mario Monti, forse con maggiore successo. Il governo ci consegna un’ondata di liberalizzazioni in alcuni settori protetti, con l’auspicio di una crescita economica del paese. Se il Parlamento li approvasse senza annacquarli ulteriormente, avremmo, con più di venti anni di ritardo, alcune norme che delineano un mercato più libero. Era necessario. E’ urgente creare subito un contrappeso con delle vere e forti Authority che possano comminare pesanti sanzioni. Ogni anno la Heritage Foundation pubblica un rapporto che misura le libertà economiche e di impresa in 184 paesi, analizzando alcuni parametri. Ebbene l’Italia è al 92° posto e in Europa supera solo la Grecia. Le regioni italiane sono analizzate dallo “Studio Sintesi” pubblicato mercoledì scorso dal Sole 24 Ore. E la Campania è ultima nella graduatoria degli indici di libertà economica fra le regioni del sud E’ superata perfino dalla Sicilia e dalla Calabria. La sua economia è ingessata. Il punto è che mentre in Italia inizia l’era delle liberalizzazioni, i servizi pubblici locali sono appena sfiorati dalla liberalizzazione (perché erogano un servizio pubblico) né si avvia un processo di privatizzazione per renderli meno improduttivi. Eppure, la loro consistenza ha un’incidenza forte sull’economia di tutte le regioni. Al nord, però, quei servizi pubblici hanno una migliore efficienza e una maggiore produttività. Al sud rappresentano un nodo scorsoio dell’economia privata, i loro bilanci sono perennemente in negativo, avidi di continue e ripetute sovvenzioni pubbliche. Diciamolo senza infingimenti, i servizi pubblici in genere sono delle vere e proprie diseconomie; nelle regioni meridionali sono una palla al piede del mercato locale e dei bilanci pubblici. Non confondiamo le liberalizzazioni, che vogliono eliminare ogni ostacolo all’iniziativa privata e spontanea degli attori del mercato, con le privatizzazioni, che intendono trasferire la proprietà delle imprese da soggetti pubblici a soggetti privati. Resta, comunque, che il nuovo capitolo da affrontare con serietà è lo smantellamento o almeno l’abbattimento dei costi delle società pubbliche che gestiscono quei servizi. Il “Capitalismo Municipale” è forte e resistente. Lo stesso decreto di liberalizzazione prevede appena l’obbligo di gara per l’affidamento dei servizi pubblici. Ma l’autocertificazione “in sede locale dei bacini ottimali per avviare quelle gare apre a facili aggiramenti delle privatizzazioni” allontana la soluzione di quel problema. In Italia vi sono ben 7.000 società pubbliche locali che costituiscono il sistema del “Capitalismo Municipale”. Abbiamo imprese pubbliche che forniscono il trasporto locale, ma anche imprese di informatica e di logistica, imprese di costruzione e farmacie. In Campania, secondo un comunicato dell’UnionCamere, alla fine del 2009, vi è la maggiore presenza di società a totale controllo pubblico, il 5,6% sul totale nazionale e il 23,7% dell’intero Mezzogiorno. Segue la Sicilia con il 3,5% del totale nazionale e il 16,5% di quello del solo meridione. Esistono, ovviamente, anche nella nostra regione alcune isole felici. Sono quelle micro imprese private e quelle poche imprese di medie dimensioni che ogni giorno competono con la concorrenza, non solo nazionale. Esse devono lottare anche con le diseconomie delle tante aree protette nel sistema dei servizi pubblici, che sono un peso non più sopportabile per il bilancio della Regione, e anche per le finanze delle province e dei comuni. La sfida è superarle, chiedendo ai portatori di interessi legittimi ma iniqui verso la comunità regionale e municipale di rinunciare, almeno in parte, ai loro vantaggi per alleggerire il peso dei cittadini consumatori. In Campania sapremo affrontare questa sfida? E con quali forze e quali competenze?
da “la Repubblica” di giovedì 12 gennaio 2012 di Giuseppe Ossorio
Il caso delle dimissioni di Roberto Vecchioni da presidente del Forum delle Culture apre una breccia nell’amministrazione De Magistris. L’addio del noto cantante è un danno d’immagine abbastanza grave per la nuova Giunta e diventa qualcosa di più se si aggiunge alla vicenda, ancora oscura, dell’allontanamento di Raphael Rossi (ritenuto un ottimo manager) dalla guida dell’Asìa. Sono evidenti cedimenti della giunta comunale. Al contempo, però, offrono l’occasione per un pacato ragionamento. Non siamo fra quelli che amano ergersi a giudici o a censori. Ogni amministrazione, pubblica o privata che sia, ha il diritto di scegliersi i collaboratori che vuole, nei limiti della legge. Ma ciò che rischia di diventare insopportabile è l’idea, tipica della doppia morale, per cui si usano due pesi e due misure nel valutare la congruità morale delle nomine e, peggio ancora, delle persone. In altre parole, turba, inquieta, l’idea che vi siano alcuni che avrebbero il dono di non sbagliare mai, insieme all’esenzione a rendere conto dei criteri del proprio operato. Mentre altri pagherebbero una sorta di peccato originale per non appartenere ai nuovi, autoproclamatesi, innovatori. Ciò ci sembra rappresentare, ed è questo il punto fondamentale, un problema sostanziale di democrazia, giacché è sempre necessario garantire gli strumenti ai cittadini per esercitare quel controllo democratico che è alla base di ogni civiltà politica. Il nostro invito all’amministrazione e al sindaco De Magistris è quello di aprirsi durevolmente alla città, di riaprire un dialogo senza pregiudizi con l’intera città. Altrimenti quello che è potuto apparire un voto “iperdemocratico”, l’elezione del sindaco a furor di popolo, rischia di capovolgersi nel suo contrario: in una sorta di popolarismo senza popolo. L’antipolitica, tra l’altro, è una sorta di idròvora. E’ Saturno che mangia i suoi figli. Tutti ricordiamo l’insospettabile Pietro Nenni che usava dire “C’è sempre qualcuno, più puro, che ti epura”. Il confronto, dunque, che apriremmo con i cittadini è sull’idea di città che vogliamo tutti costruire. Poniamo pure che con la rivoluzione arancione si siano sanate vecchie inefficienze e antiche consuetudini. Ma ora, cosa vogliamo fare della nostra città? Le ricette in campo sembrano, francamente, vecchie. Gli artisti di strada e le feste dell’effimero copiano in negativo quelle di Renato Nicolini, il creatore dell’estate romana, e sono ormai idee stantie e consumate. Hanno svolto certamente un ruolo positivo allorché era necessario promuovere la partecipazione e il senso di appartenenza, con Valenzi prima e con le giunte di Bassolino poi. Oggi, di fronte ad una crisi economica impareggiabile, alla competizione che la mondializzazione impone, vi è la necessità di ripensare alle funzioni delle città, tornare alle grandi metropoli come centri propulsori, come elementi funzionali innovativi capaci di creare sviluppo e orizzonti nuovi. Napoli città europea e mediterranea non deve essere uno slogan, deve rappresentare un modello di integrazione delle migliori energie mediterranee ed europee. Con modalità non convenzionali. In questo senso il Forum delle Culture è nato vecchio. Finora, è senza idee e così come si rappresenta non serve al suo scopo. Non ci interessa, quindi, sapere il motivo delle dimissioni di Vecchioni. Ci preme sottolineare che intorno all’evento c’è una povertà di idee ed è concreto il rischio che si traduca in un fallimento. Il Forum, contraddicendo la sua stessa natura morale, si tradurrebbe in una mera operazione di immagine turistica della città, offendendo la cultura dei popoli chiamati a raccolta. Si tradurrebbe nella strumentalizzazione del Forum.
A Napoli, invece, come al paese intero, interessa attivare rapporti e attirare investimenti consistenti e duraturi, non effimeri.
da “la Repubblica” di domenica 18 dicembre 2011 di Giuseppe Ossorio
Il “Piano d’azione e coesione” è stato presentato dal Presidente del consiglio, Mario Monti, e dal ministro Fabrizio Barca ai presidenti delle regioni meridionali. Se volessimo contare i tanti piani annunciati e le tante banche per il sud proclamate dovremmo stare tranquilli. Il punto è che, finora, sono state solo fumosità. Siccome siamo degli inguaribili ottimisti vogliamo crederci. Il “Piano” è stato comunicato da un governo sul quale c’è ancora grande attesa, non solo per il controllo della spesa pubblica ma anche per l’apertura del capitolo della crescita economica. Le regioni del Sud sono totalmente scomparse dall’agenda dei governi da almeno un trentennio. Il presidente Monti, nella recente esposizione del suo programma al Parlamento, sul Mezzogiorno è stato molto sobrio, per usare un eufemismo. Ci aspettavamo una chiara vocazione meridionalista del nuovo Governo. Pensavamo che l’uscita della Lega nord dal governo e dalla maggioranza almeno poteva preludere a maggiori e più esplicite intenzioni favorevoli verso il Sud. Avremmo accolto il “Piano” con più entusiasmo se fossero state previste per il Mezzogiorno risorse finanziarie aggiuntive. Gli interventi previsti sono legati ai soli finanziamenti europei, per cui la giornata inaugurale per il decollo del Piano per la crescita è stata dedicata al rilancio dei Fondi strutturali per il Sud. La disoccupazione deve essere il punto centrale della crescita e qualche macroeconomista si “spinge a parlare di altri 100 mila posti di lavoro a rischio nei prossimi tre anni, che si aggiungono ai 400 mila persi in Italia dal 2008”. Il Sud, in questa stima, da solo ha bruciato quasi 300 mila occupati. Come non dare ragione a Stefano Caldoro quando afferma che è necessario intervenire sulla difesa attiva del lavoro in Campania. Da noi “la priorità spetta alle politiche per l’occupazione”. E’ fin troppo evidente che bisogna accogliere con soddisfazione gli interventi previsti nel settore ferroviario. Sono quelle infrastrutture necessarie sempre invocate. Non bisogna, però, abbandonare quelli per al riqualificazione ambientale delle aree metropolitane, che a Napoli significa ripristinare le condizioni primarie per lo sviluppo di interi quartieri dall’area orientale a quella occidentale. Si avvierebbe così la risalita del capoluogo, che è la punta dolente del Mezzogiorno, con contenuti e prospettive politiche del tutto diverse dal passato. Ci pare, comunque, che lentamente prende corpo un metodo e un idea centrale: l’Italia cresce o deperisce insieme a tutte le sue parti. E in questo senso la questione meridionale ridiventa centrale. Se il sud con i suoi 25 milioni di abitanti (più della Grecia e del Portogallo sommati) non tornerà a crescere non crescerà l’Italia, non aumenterà il Pil, sarà difficilissimo ridurre il debito. Inoltre, in periodi di crisi, è più facile far crescere zone arretrate rispetto a quelle che hanno già raggiunto un alto livello di sviluppo, che possono solo cominciare a decrescere. E’ quello che costatiamo leggendo lo sviluppo economico dei paesi la cui economia è definitivamente sviluppata, dopo un letargo secolare. Investire nel sud, dunque, non è soltanto una politica di solidarietà ma anche e soprattutto una politica di opportunità e di sviluppo nell’equità. Ci pare, inoltre, importante un altro aspetto che riguarda le prospettive politiche ambigue e pericolose che potrebbero crearsi nel nostro paese, in assenza di una seria politica per il sud. Avvisaglie ne abbiamo già avute e il governo non può pensare alla coesione senza impegnare di più e con maggiore convinzione la sua azione per Sud.
da “la Repubblica” di sabato 3 dicembre 2011di Giuseppe Ossorio
Ha fatto discutere e polemizzare l’intervento di l’altro ieri del Ministro all’Ambiente, Corrado Clini. Egli, a margine di un convegno, ha detto che la situazione dei rifiuti a “Napoli e’ questione di ordine pubblico”. Si riferiva alla possibilità di invio nella città partenopea dell’esercito per l’emergenza rifiuti. Il Ministro ha spiegato di aver detto “una cosa molto semplice: la soluzione ai rifiuti di Napoli parte dalla raccolta differenziata e dalla valorizzazione dei rifiuti come risorse. Se questo sistema, che non richiede grandi tecnologie e organizzazioni complesse perché ormai e’ collaudato in quasi tutta Italia, non e’ applicabile a Napoli perché ci sono condizionamenti esterni di cui la malavita organizzata dovrebbe essere la componente più importante, allora - ha spiegato Clini - non e’ questione di organizzazione della raccolta dei rifiuti, ma e’ una questione di ordine pubblico. E le questioni di ordine pubblico vanno risolte con le forze dell’ordine ed eventualmente con l’esercito. Per cui non ho detto - ha affermato il Ministro - che bisogna mandare l’esercito a Napoli, però ho parlato chiaro: se un’attività, che viene organizzata e funziona bene in quasi tutta Italia, a Napoli non si riesce a fare perché ci sono questi problemi, allora i problemi vanno affrontati per quelli che sono”. A leggere le polemiche che hanno suscitato quelle affermazioni è come si vivesse su Marte. Dura da anni il braccio di ferro fra chi propugna il termovalorizzatore e chi lo ritiene superfluo, se non dannoso alla salute dei cittadini. Prevediamo che durerà ancora molto. Da un lato c’è l’Amministrazione comunale di Napoli che giura di organizzare rapidamente la raccolta differenziata con un livello alto di risultati, avvalendosi di pochi siti di compostaggio. Nel frattempo, però, la raccolta differenziata nei quartieri non supera mediamente il 20% e le nostre discariche sono quasi del tutto esaurite. La conclusione è che bisogna avviare, con tutta urgenza, i viaggi in mare dei rifiuti che finiranno negli impianti olandesi. Mentre, la Commissione europea chiede all’Italia “di trovare soluzioni efficaci di gestione dei rifiuti a breve e lungo termine per la regione Campania” e avvia una nuova procedura d’infrazione contro l’Italia. Sul versante opposto c’è chi reputa il programma del Comune di Napoli difficile da realizzarsi in tempi ragionevoli, che sono, poi, quelli di una “normale” pubblica amministrazione, ed esorta ad affrettarsi a costruire un termovalorizzatore perché serve urgentemente al capoluogo. Il dramma dei rifiuti, a Napoli, si trascina da anni ed è l’ennesima dimostrazione che le ideologie in genere devono essere distanti dalle soluzioni dei problemi che affliggono la pubblica amministrazione. Se, poi, le ideologie si tramutano in pregiudizi salvifici, al dramma si aggiunge la beffa dei problemi irrisolti e che prevedibilmente rimarranno insoluti. Intanto, nelle dichiarazioni che raccogliamo dalle cronache cittadine scorgiamo le preoccupazioni del capo della Procura di Napoli, Govandomenico Lepore, quando afferma che “il problema deve essere risolto da amministratori e politici altrimenti le indagini sulla gestione criminale si concluderanno quando ormai saremo sommersi di rifiuti”. Né meno impensierita è la dichiarazione del presidente della Regione, Stefano Caldoro, quando afferma che “ Siamo di fronte a una oggettiva crisi strutturale perché Napoli e provincia e in parte Salerno hanno già comunicato alla Regione la loro non autosufficienza”. Andiamo, allora, al cuore del problema e rispondiamo a due domande. Il problema dei rifiuti esiste o non esiste? Si può risolvere in tempi brevi o bisogna attendere il giudizio universale? A nostro avviso non è una trattativa che bisogna aprire, perchè non è un problema di destra o di sinistra. Se un Ministro di questo Governo, dal quale gli italiani si aspettano probabilmente anche troppo, in una delle sue prime uscite pubbliche dichiara che forse esiste anche un aspetto da non sottovalutare, quello dell’ordine pubblico, nei panni del Sindaco qualche preoccupazione l’avremmo. E oggi, con la venuta in Prefettura a Napoli del Ministro, il Sindaco de Magistris dovrebbe cogliere l’occasione per confrontarsi con il Ministro su quelle dichiarazioni, e dovrebbe chiarire, innanzitutto, all’opinione pubblica i tempi e le modalità che l’Amministrazione comunale assume come impegni per risolvere definitivamente la piaga dei rifiuti.
da “la Repubblica” di mercoledì 16 novembre 2011 di Giuseppe Ossorio
La Società che gestisce un servizio pubblico è in perdita? Bene, facciamola fallire. Meglio ancora, mettiamola in liquidazione. Oppure, perché no, privatizziamola. Ormai siamo al parossismo puro. Chi più ne ha più ne mette. Meno male che certe soluzioni tranchant non sono prospettate dai vertici istituzionali, altrimenti ci sarebbe di che preoccuparsi. Intendiamoci: il costo del personale è mediamente il 70% del conto economico e i fornitori vengono pagati con incredibile ritardo. Il sistema così non regge. Come ho più volte denunciato su queste colonne, la situazione è grave. Non è colpa dell’Unione Europea, ma delle cicale di casa nostra che hanno stretto in una camicia di forza le gestioni aziendali con leggi, regolamenti e accordi insostenibili. Il paradosso è che gli amministratori si ha la pretesa di chiamarli manager. Fa più tendenza. Nelle cronache degli ultimi giorni, si è più volte denunciato lo stato di insolvenza in cui verserebbero le Società di trasporto partecipate dalla Regione Campania. La questione è di assoluta delicatezza e mi induce a svolgere due riflessioni: sul piano tecnico-giuridico, e anche dando uno sguardo alle prossime scelte di politica societaria. Insomma, le società a capitale pubblico sono assoggettabili alle procedure concorsuali? In una parola, possono fallire? O vale anche per loro il principio della non assoggettabilità al fallimento degli Enti pubblici che esercitano attività d’impresa, affermato dall’art. 1 della legge fallimentare e dall’art. 2221 del codice civile? L’esenzione sarebbe connessa alla natura e ai fini dell’attività pubblica. E queste società perseguono finalità pubbliche; svolgono attività analoghe a quelle di soggetti pubblici quali lo Stato e gli Enti territoriali; e, inoltre, sono sottoposte ai poteri di controllo da parte degli Enti pubblici. Ma, allora, è possibile decretarne il fallimento? Vi sono diversi orientamenti giurisprudenziali. È stato ritenuto operante il criterio dell’esenzione dal fallimento di una società di servizi a capitale esclusivamente pubblico, perché vi è la particolare ingerenza del socio pubblico nella nomina degli amministratori e nell’erogazione delle risorse finanziarie. Altri Tribunali, invece, hanno ritenuto la non assoggettabilità al fallimento ma esclusivamente di quelle società pubbliche che esercitano servizi pubblici essenziali, in ragione della qualificazione della natura “necessaria” attribuita all’attività svolta. Diversamente, parte della dottrina ritiene che le società in mano pubblica non perdono mai la loro natura privatistica e sono sempre fallibili. Tale approccio appare chiaramente funzionale a garantire le aspettative dei creditori e, dunque, evitare le differenze di trattamento con i creditori dell’impresa privata. Proprio nel nostro territorio l’ACMS s.p.a., l’Azienda di trasporto pubblico su gomma di Caserta, è stata dichiarata insolvente e posta in amministrazione straordinaria. Ciò conferma la presenza nel nostro ordinamento di soluzioni normative che prevedono anche per le imprese esercenti un servizio pubblico essenziale la possibilità di essere ammesse ad una procedura concorsuale, sia pure di tipo speciale. Chiariamolo subito. Quella procedura non risolve i problemi strutturali dell’azienda. Come si vede il quadro è particolarmente variegato e complesso. Volendo rappresentare con una battuta la situazione economica in cui versano le società di trasporto pubblico si corre il rischio di scivolare nel qualunquismo. Ben altro, quindi, dovrà essere l’approccio per rimettere in sesto queste Società. Per ritornare alla realtà dei trasporti della nostra Regione, la soluzione prospettata dal professore Nello Polese, Presidente dell’Eav s.r.l., (la holding delle società del trasporto pubblico regionale), che vuole accorpare le aziende esercenti il trasporto su ferro, per perseguire gli obiettivi dell’efficienza aziendale, dell’economicità dei costi del personale e della manutenzione vanno lette con interesse. E’ il tentativo di una svolta e di una razionalizzazione del sistema. In tale prospettiva, ricapitalizzare, sia pure parzialmente, alcune società del gruppo sta ad indicare la piena comprensione dei problemi strutturali che affliggono il settore e va oltre l’assorbimento della perdita. Significa da un lato giustificare quella perdita e dall’altro una sostanziale riduzione del prezzo del servizio al cittadino-utente. C’è, quindi, necessità di razionalizzare il sistema delle partecipate. La sfida è di realizzare concretamente gli obiettivi di efficienza, efficacia ed economicità della gestione attuando Piani industriali concreti con la responsabilità di tutti. So bene che è sempre difficile mettere in pratica questi precetti e che la strada è in salita. C’è un’alternativa?
da “la Repubblica” di domenica 23 ottobre 2011 di Giuseppe Ossorio
Il Sindaco de Magistris, a quanto pare, vuole istituire nei prossimi giorni “l’Assemblea del Popolo” napoletano. Ammettiamolo, Assemblea del Popolo può suonare un po’ ironico se non addirittura comico. Non perché Assemblea e Popolo non siano due nobili entità, ma perché combinati insieme, nella condizione politica attuale fanno un effetto stranito, insomma babelico. L’Assemblea, si dice, è organo propositivo, consultivo, deliberativo e di rappresentanza della cittadinanza (spero che non sia anche di indirizzo e controllo). In essa il cittadino, singolarmente o nella forma aggregativa, è chiamato a rappresentare direttamente le sue idee per la città. In sé e per sé, al di là dell’ironia naturalmente bonaria, l’idea di ascoltare e sentire le esigenze e le proposte dei cittadini è certamente una buona idea. L’Assemblea potrebbe rappresentare una forma di “democrazia diretta”, da affiancare alla “democrazia rappresentativa”, che è quella, da noi, ancora in vigore. In più, è probabile che il riferimento sia alla cosiddetta “democrazia deliberativa”, proposta da alcuni politologi americani e sperimentata in anni passati, se non sbaglio, in alcuni piccoli centri della Grecia. Eppure, la proposta del Sindaco a me pare che non rappresenti una soluzione del problema della nostra democrazia. Anzi, potrebbe incarnare uno dei problemi della nostra democrazia. Innanzitutto, se non si chiarisce bene, ma veramente bene, qual è la differenza fra queste Assemblee e il Consiglio Comunale e i Consigli delle Municipalità, che a Napoli sono ben 10, si arreca un grave vulnus al concetto stesso di democrazia. Ci troveremmo, in poche parole, di fronte ad una cosiddetta Assemblea del Popolo non si sa da chi e in nome di chi rappresentata (immagino che nelle assemblee non possa partecipare un milione circa di cittadini napoletani). Essa potrebbe prevaricare il Consiglio comunale e quelli delle Municipalità legalmente elette dal popolo. Su questa china è prevedibile che, prima o poi, un gruppo di consiglieri comunali di maggioranza o di minoranza, contesti le decisioni della primigenia Assemblea del Popolo e costituisca l’Assemblea del “proprio” Popolo. Si dirà, ovviamente, che non si intende prevaricare i Consigli elettivi, cioè gli organi deputati della democrazia rappresentativa a rappresentare il popolo, ma semplicemente che si intende raccogliere esigenze e proposte da vagliare ed attuare nelle sedi proprie. Ma non sfuggirà a nessuno, spero, che se per caso i Consigli elettivi si dovessero trovare in contrasto con le scelte delle Assemblee del Popolo istituite da quei Consigli stessi, si entrerebbe in un pericoloso corto circuito. E’ evidente, insomma, che i Consigli elettivi rischierebbero la delegittimazione da parte delle Assemblee del Popolo. Nel piccolo della nostra città si assisterebbe allo scivolamento da una democrazia rappresentativa e liberale ad una democrazia plebiscitaria e populista. La grande questione che va oggi posta a tutte le forze politiche, anche a quelle di sinistra, è che la democrazia non è minacciata soltanto dalle involuzioni della destra e dal populismo personalistico della destra, ma anche dall’antipolitica di parte della sinistra e dal personalismo leaderistico di alcuni settori della sinistra. Mi sembra anche pericolosa, lo dico con sincerità e preoccupazione, l’affermazione che queste Assemblee del Popolo costituirebbero una saldatura con i movimenti spontanei. Insomma, sono assemblee dei cittadini napoletani o organismi di partito? sezioni volanti dei partiti o di alcuni gruppi, come quello degli indignati? Tutti sono liberi, per la nostra Costituzione, di riunirsi in partiti, gruppi e movimenti. Ben vengano tutti i nuovi fermenti perché se non sono violenti possono animare una politica sempre più stanca. Ma perché mai e in nome di chi dovrebbero istituirsi da parte del Consiglio comunale organismi istituzionali che rappresentano un movimento? Sono Assemblee dei cittadini napoletani (di destra, centro, sinistra, apolitici) o rappresentano gruppi in movimento.
da “la Repubblica” di mercoledì 5 ottobre 2011 di Giuseppe Ossorio
A che punto sono i tanti progetti per riqualificare Napoli, per attenuare lo stento in cui versa? Presto detto. Solo due progetti sono in fase di avanzata realizzazione anche se con grande difficoltà. Tutti gli altri sono storie infinite. Proprio così. Ed è giusto che l’opinione pubblica tenga d’occhio quei progetti che possono migliorare la città o alterare l’uso dei terreni interessati. La città attende un miglioramento. Servirebbe a renderla meno disagiata ai cittadini, a chi ha la sorte di transitarvi per lavoro (pochi) o la ventura di giungervi per turismo (scarsi). L’Ospedale del Mare è la prima delle due opere incompiute. Un investimento di 187 milioni. Il progetto fu presentato a giugno 2003. I lavori ebbero inizio a marzo 2006. Il funzionamento era previsto per la primavera del 2011. La sua realizzazione contempla la chiusura di ben quattro ospedali cittadini. I tempi di realizzazione si sono allungati per la modifica del progetto iniziale e la necessità di reperire nuovi fondi. Senza contare alcundi intoppi giudiziari. Nel frattempo il cantiere è diventato una discarica a cielo aperta. L’altra grande incompiuta è la Metropolitana. La prima pietra fu messa a piazza Medaglie d’Oro nel dicembre ‘76. Solo dopo quasi venti anni fu inaugurata la prima linea da Piscinola a piazza Vanvitelli. Intanto, le stazioni di via Toledo e di piazza Municipio che si sarebbero dovute completare entro il 2010 ancora non si aprono. C’è da giurare che passeranno degli anni prima che l’anello si chiuda a piazza Garibaldi. La Linea 6 già da tre anni si sarebbe dovuta completare fino alla stazione di San Pasquale a Chiaia. Ci sono, poi, i progetti di sviluppo i cui cantieri stentano ad aprirsi per tre motivi fondamentali: i pochi fondi, le lungaggini burocratiche e l’approssimazione della politica. Ecco solo tre di quei progetti in campo fra aspettative e perplessità. E’ il caso della complessa opera di trasformazione della Zona Orientale. Un’area vasta che versa in uno stato di degrado e disordine urbano che si è accentuato dopo le dismissioni dell’apparato industriale. Nel Piano Urbanistico Attuativo (PUA) è individuata l’area “ex Raffinerie” dove si integrano le principali scelte di riqualificazione urbanistica di quei quartieri: la realizzazione di un parco urbano e di nuovi insediamenti produttivi a sud e a nord del parco. I progetti privati non mancano. Ricordiamo quello presentato lo scorso anno da NaplEst. Tutto, però, dipende dalla delocalizzazione progressiva degli impianti petroliferi e dalla successiva bonifica di quei terreni. Non è un problema di poco conto. La Zona Orientale, fra l’altro, è il luogo dove si intrecciano la questione del Depuratore di Napoli Est da adeguare alla normativa europea (che dovrebbe purificare le acque di scarico di 800 mila abitanti) e la costruzione dell’Inceneritore del comune di Napoli, (un elemento della procedura d’infrazione della Corte di giustizia europea, per la situazione dei rifiuti in Campania). Su questo punto, come si sa, il sindaco De Magistris e la Regione Campania divergono totalmente. Bagnoli è l’altra grande questione di riqualificazione urbana. Qui le cose sono in gran movimento e scorrerebbero più serenamente se non vi fosse di mezzo la colmata: 1 milione e 200 mila metri cubi di sedimenti tossici della vecchia acciaieria che sono riversati in un area di 220 mila metri quadrati di spiaggia. Che farne? Il Parlamento, in una delle rare occasioni d’interesse per Napoli, approvò una legge, la 582 del novembre 2996, “Disposizioni urgenti per Bagnoli”. Prevalse l’idea di salvaguardare la spiaggia di Bagnoli e renderla ai napoletani. Francesco Compagna indicò il lungomare con vista su Nisida e sui Campi Flegrei più bello della promenade des Anglais a Nizza o la Corniche di Cannes. Il Comune di Napoli costituì nel 2002 la società Bagnolifutura per realizzare gli interventi di trasformazione urbana nell’area ex Italsider. Lunedì scorso è stata costituita una società di scopo guidata dal presidente dell’Unione industriali di Napoli, Paolo Graziano, per i lavori necessari per le preregate dell’America’s Cup. Insomma su Bagnoli c’è gran movimento. In questa rapida carrellata non può mancare la questione del Centro Storico. Più di 200 milioni attendono di essere utilizzati. La Regione prevede di concentrare gli interventi nella parte più ricca di monumenti, all’interno delle mura greco-romane. Ci pare una scelta sensata. L’assessore regionale Tagliatatela assicura che l’obiettivo è concludere i lavori prima del Forum delle Culture del 2013. L’elenco potrebbe continuare con progetti minori ma importanti per la qualità delle opere. Essi meritano una classe politica più attenta al bene comune e un opinione pubblica informata.