Il Partito Democratico è fermo al palo
19 Luglio 2008
di Giuseppe Ossorio
da “la Repubblica” di sabato 19 luglio 2008
Se fossi Luigi Nicolais, neo-deputato della Repubblica e neo-segretario provinciale del Partito democratico, sarei molto preoccupato per il futuro del partito al quale dovrà dedicare molto impegno e molto ingegno. Non tanto perché nascono fondazioni e associazioni che annunciano di voler fiancheggiare il partito, ma per il semplice motivo che la stampa cittadina propone un censimento delle aree, come pudicamente si chiamano oggi le correnti e i gruppi che costituiscono il Pd napoletano: più di dieci.
Tutto ciò nella totale assenza di dibattito all’interno del partito sulla sua identità, sul progetto, sui programmi. Quelle poche cose che si leggono o si ascoltano è aria fritta. Ciò rende sempre più fievole il senso di appartenenza al Partito democratico, che pure agli esordi era apparso molto sentito e radicato. Gli unici luoghi dove si sviluppa una certa discussione sono i quotidiani, recentemente su “la Repubblica”, con almeno due interventi al giorno. Dimostrazione che fuori dal partito si avverte forte l’esigenza di discutere, mentre al suo interno si riproducono vecchi schemi di spartizione di cariche peraltro del tutto ininfluenti nella gestione politica, sia del partito che delle amministrazioni espresse dal partito stesso.
Eppure, le questioni sollevate sia a livello nazionale che locale sono tante da far scoppiare qualsiasi partito politico. Penso alle cose scritte da Michele Salvati, Giorgio Ruffolo e Massimo Cacciari e, qui da noi, da Fulvio Tessitore, Ernesto Paolozzi e Lorenzo Zoppoli.
Mi permetto di indicarne una per tutte, per me la più importante avendola affrontata in Parlamento nella sua fase iniziale: il rapporto che il partito campano - di cui quello napoletano è nel bene e nel male la struttura più importante- come capofila del partito democratico meridionale, deve avere con quello nazionale e, soprattutto, con un governo nazionale su una riforma, quella del federalismo fiscale, che può stravolgere l’idea stessa di unità nazionale e travolgere la Costituzione repubblicana.
Luigi Nicolais, anche come coordinatore dei deputati della Campania del Pd, dovrà affrontare con urgenza questo punto che la deputazione che coordina dovrà assumere nell’interesse della popolazione della Campania. Anche perché da esso può scaturire una identità e una certa idea del Partito democratico che, almeno a Napoli, è del tutto assente nell’immaginario collettivo.
Io sono convinto che per riconquistare terreno, per tornare a governare dove si governa, e a svolgere un’azione di opposizione forte e intelligente dove non si governa, è necessario comprendere che il Pd, così com’è, appare quello che non avrebbe dovuto, in nessun modo, apparire: quella fusione fredda di apparati, fra ex Margherita ed ex diessini che tutti temevano e tutti osteggiavano.
Un partito che si presenta in questo modo non riesce a presidiare larghi settori di una società che si modifica rapidamente, che è difficile decifrare, e non riesce a presidiare quello spazio politico che solo in parte puntellava la Margherita e che oggi rischia di andare a destra, anzi, a benvedere ci è già andato, armi e bagagli.
Oggi appare come un partito che non riesce a farsi interprete di quei settori dinamici della società che pure esistono nella nostra regione, delle libere professioni, dei piccoli imprenditori, che finiscono col sentirsi in sintonia con le proposte del governo Berlusconi. Ciò che fa apparire, tanto per intenderci, il ministro Brunetta, col suo accentuato populismo, un autentico liberalizzatore della pubblica amministrazione italiana.
Il problema dell’Italia e del Sud sono i salari ma anche lo sviluppo e la liberalizzazione della società. Pensare che il primo problema possa risolversi senza che anche il secondo e il terzo vengano risolti, è pura follia o pura demagogia. E su questo terreno che si crea il discrimine di un partito moderno che voglia battere in breccia i fatui radicalismi del girotondismo e il neopopulismo di destra.
La società si è strutturata in modo diverso e la politica sembra non riuscire più ad interpretare i movimenti reali, le esigenze, le aspirazioni, i timori. Anzi, c’è una gran voglia nella società di liberarsi dalla politica, di questa politica.
La sinistra, per antica consuetudine, risponde con regole, burocrazia, prescrizioni. Più che norme restrittive, la società d’oggi reclama la possibilità che i migliori possano emergere, partecipare alla vita collettiva. Non solo punire i “cattivi”, ma dare la possibilità ai “buoni” di operare per il progresso, pubblico e privato.
Il Partito democratico non è riuscito, fino ad ora, ad interpretare i mutamenti che sono in atto nelle strutture profonde della società, ed è ancora lontano, per questo, dalla possibilità di instaurare un dialogo costruttivo e proficuo. Manca una identità chiara ed evidente: una concezione nuova della democrazia li-
berale non ancorata soltanto all’idea del mercato economico come risolutore di ogni problema ma consapevole che la liberalizzazione della società è la battaglia fondamentale da combattere per liberare le energie sociali, politiche, culturali e morali giacenti nella nostra società da troppi anni.
Un filo rosso lega la condizione dei giovani del sud capaci e intraprendenti costretti di nuovo ad emigrare; le grandi periferie che non sono solo emarginazione, ma giacimenti di ricchezza e professionalità emarginate e sottoutilizzate; le piccole imprese ostacolate dalla malavita e dalla burocrazia; professori e alunni capaci e volenterosi imbrigliati da un sistema dell’istruzione lento, confuso e vecchio: il filo rosso è la pressante esigenza di liberarsi dalla vecchia politica vissuta ormai come un ostacolo fra gli altri.
Ciò che poi genera la cosiddetta antipolitica, la rivolta contro la casta. Che si trasforma, a sua volta, in qualunquismo e ribellismo sostanzialmente antidemocratici.
Il Partito democratico era nato per dare una risposta chiara e forte. Un partito agile, plurale, aperto a molte suggestioni ma tenuto insieme da una concezione sociale e democratica autenticamente liberale. Questo progetto è al palo.
A Napoli, poi, in modo esasperato. La sconfitta elettorale ha come congelato tutto, nel partito si gioca un attento dosaggio dei gruppi e delle correnti. Può darsi che con il tempo si possa riprendere il percorso interrotto, ma certo non è possibile ripartire da un partito che sulle macerie dei due vecchi partiti sostituisce la pluralità delle culture con gruppi e sottogruppi legati a correnti o a singoli personaggi alla continua ricerca di un autore.
Giuseppe Ossorio
da “la Repubblica” di sabato 19 luglio 2008