Archive for Gennaio, 2008

Una città da difendere con l’arredo urbano

31 Gennaio 2008


da “Il Mattino” del 31 gennaio 2008 di Giuseppe Ossorio*

Napoli vive un momento difficilissimo della sua storia recente, non solo per i rifiuti che la sommergono. È come se i mali della città fossero esplosi tutti insieme e giunti contemporaneamente al pettine. Le società non toccano mai il fondo, perché vi sarà sempre un livello peggiore che li potrà affliggere. Che fare? Bisogna mettere in campo nuovamente con pazienza e senza scoramento le idee; tentare di delineare un progetto di recupero del tessuto urbano e civile di Napoli. Bene ha fatto, perciò, Raffaele Aragona ad avviare sul Mattino un dibattito, proseguito ieri da Tullio D’Aponte, a lanciare un grido d’allarme per arginare il degrado architettonico della città. È necessario ripristinare il decoro della città; arginare la retrocessione fisica che si osserva guardando le nostre piazze; frenare il decadimento degli antichi complessi architettonici e i palazzi ormai fatiscenti con gli intonaci scrostati. Non sembri questo dibattito fuori luogo e fuori tempo per gli eventi che hanno aggredito il territorio urbano. È proprio nel momento peggiore che bisogna avere lo scatto di pensare a un domani migliore. Venti anni fa proposi inascoltato (come ha ricordato Tullio D’Aponte) in Giunta comunale un Piano organico per l’arredo urbano e del colore, con relativo Regolamento di attuazione, insieme alla chiusura di Piazza del Plebiscito. Quella deliberazione fu sonoramente bocciata. Si dovette attendere ancora dieci anni per vedere realizzato quel Piano ideato dal professore Giulio De Luca e da un suo allora giovane allievo, Lucio Morrica. Era il tempo in cui gli intellettuali contribuivano alla qualità delle politiche pubbliche senza pretendere incarichi di collaborazione, come fu in quel caso. Era un tentativo organico di intervenire sul patrimonio culturale con tecniche e strumenti i più moderni possibili. Oggi assistiamo a interventi episodici di arredo urbano fuori da ogni contesto storico e urbanistico. Ha ragione, quindi, Raffaele Aragona a chiedere che «si faccia in modo da non distruggere quant’altro possa essere testimonianza di un passato certamente più degno del presente». Si eviti - egli esorta - «di aggiungere un arredo, un qualsiasi arredo che certamente stonerebbe con quanto già esiste». E concordo con Tullio D’Aponte quando afferma che «questa città, troppo frequentemente soffocata da emergenze, reali e virtuali, oppresso da anomalie infinite, ha assoluta necessità di ritrovare il proprio decoro. Almeno quello ordinario, consueto di una normalizzazione a tutto tondo: dall’arredo sino al colore, dal manufatto stradale sino all’occupazione abusiva degli spazi pubblici». Ancora oggi non viene accolta qualche proposta di buon senso, che senza dipingere la città del sole avrebbe potuto concorrere a dare respiro al nostro centro storico: l’opportunità, cioè, di una zona urbana individuata nel centro storico di Napoli, con incentivi alla piccola attività privata. Essi avrebbero contribuito a suscitare l’interesse dei privati e qualificare il centro storico. Quella opportunità, prevista dalla Finanziaria del 2007, fu osteggiata al punto che il ministero ritenne opportuno accantonarla e poi estenderla, con la legge Finanziaria del 2008, a parti dell’intero territorio nazionale. C’è da prevedere che al Nord ne approfitteranno con celerità e senza stupide opposizioni.

* deputato del Partito democratico

Applicare il piano senza ripensamenti

22 Gennaio 2008


di Giuseppe Ossorio* da “La Repubblica” di martedì 22 gennaio 2008

La tragedia ambientale che ha colpito la Campania è, ormai, diventata anche il punto alto e tangibilmente visibile della crisi della nostra regione e dell’intero paese. Non solo i cittadini subiscono un gravissimo danno per la loro salute e vengono colpiti nella loro dignità personale di fronte al mondo intero, ma avvertono e sentono assieme la totale assenza dello Stato in tutte le sue articolazioni.

È necessario, dunque, clic il piano del commissario Gianni De Gennaro per ripulire radicalmente gran parte della nostra regione sia applicato nella sua totalità, coli rapidità ed efficienza, senza alcun ripensamento o eccezione. E bisognerà subito affrontare un altro tema, quello della bonifica radicale del territorio della Campania, inquinato dai rifiuti tossici.

Solo così si può non riguadagnare la fiducia dei cittadini, ma almeno cominciare a ricostruire le condizioni per un possibile dialogo che non sia del tutto incredibile.

Non ci si spiega perché, in questi lunghissimi anni, i commissari per i rifiuti in Campania, che sono stati alle dirette dipendenze del governo nazionale, non abbiano svolto la loro funzione istituzionale indipendentemente dagli interessi particolari dei Comuni e dei partiti politici. È mancata, bisogna riconoscere anche questo, la necessaria e dovuta azione di controllo dei governi che si sono avvicendati, di centrodestra e di centrosinistra, sui commissariati per i rifiuti. Non riusciremmo a spiegare oggi una mancata collaborazione da parte dei Comuni delle Province e dell’intera classe politica napoletana e campana all’azione che sta intraprendendo l’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro.

Abbiamo parlato di crisi della democrazia o, se si vuole, della politica perché, dal quadro generale di ciò che è accaduto, emergono responsabilità profonde, antiche, gravi, che no possono essere ricondotte unicamente ad alcuni errori amministrativi che, pure, ci sono stati. Il cedimento, costante e continuo, alla cosiddetta piazza, nella quale non può certamente esercitarsi una democrazia moderna e compiuta; la latitanza di un ceto politico in grado di compiere e far rispettare scelte chiare e coscienti; l’assenza di un’imprenditoria meno attratta dai finanziamenti pubblici e realmente interessata allo sviluppo complessivo della regione, alla sua crescita civile e politica oltre clic economica; la presenza di tin ceto intellettuale e professionale troppo coinvolto nel sistema delle consulenze e degli incarichi a tutto discapito di un libero e costruttivo dibattito, sale di una democrazia autenticamente liberale. Perfino nel campo delle idee, da troppi anni, si esercita una sorta di concorrenza sleale nella quale i liberi intellettuali non sono posti nelle condizioni di poter proficuamente operare e incidere.

Se questi sono, come in verità sono, problemi che toccano il paese nella sua interezza, non possiamo negare che qui, in Campania, raggiungono momenti parossistici, di assoluta degenerazione.

In questo orizzonte è necessario riconsiderare i termini della questione meridionale e, innanzitutto, di ricollocarla al centro dell’agenda politica nazionale e locale. In questi anni si è affermata l’idea clic l’Italia sviluppata poteva fare a meno del Sud ritenuto soltanto una palla al piede delle nuove regioni (soprattutto il Nord Est) in rapido sviluppo. Perché pagare le tasse per finanziare la crescita del Mezzogiorno? Intellettuali ottimisti e fiduciosi hanno sostenuto la tesi secondo la quale più il Meridione sarebbe stato lasciato al suo destino e maggiormente i meridionali avrebbero imparato a fare da soli. La parola magica del federalismo, secondo una pubblicistica ingenua, avrebbe, poi, risolto in modo miracolistico i problemi economici, addirittura anche quelli, molto più complessi, della crescita civile. Porti di questa ferrea convinzione si sono sbizzarriti disegnando le più fantastiche arzigogolate strategie federaliste. Altri, economisti e sociologi approssimativi con forte vocazione letteraria, hanno perfino teorizzato la superiorità del modello meridionale, della via meridionale come antidoto alla economia globalizzata e disumanizzata. Il risultato è stato l’aggravarsi della questione dal punto di vista economico, l’incattivirsi dei rapporti sociali e umani fra nord e sud del Paese, la perdita secca della coscienza della gravità del problema da parte di una intera generazione di studiosi e di politici.

Riprendiamo, quindi, il cammino dell’unità politica europea e consolidiamo l’ancoraggio dell’Italia all’Europa, la sola garanzia della correttezza dei nostri bilanci pubblici e dell’osservanza delle direttive europee. Il rispetto degli obblighi europei, in questa vicenda dei rifiuti, imporrà al governo nazionale un impegno risoluto per il Mezzogiorno che, altrimenti, sarà sottoposto ad una pesante infrazione. Più sarà forte l’Unione europea e minori saranno gli sconti per la nostra cattiva amministrazione. Il Mezzogiorno ha bisogno di interventi seri e strutturali perché: a) è in condizioni politiche ed economiche inferiori e nessun preteso orgoglio campanilistico può negare questa realtà; b) perché le responsabilità sono ripartite tra classi dirigenti locali e nazionali; c) perché il mancato sviluppo civile ed economico del sud danneggia l’Italia intera e la stessa Europa.

Il nuovo Partito democratico, se vorrà essere all’altezza delle aspettative che finora tanti cittadini hanno mostrato di nutrire, dovrà assumersi la guida di un nuovo patto trasparente fra istituzioni e cittadini. Se preferirà sottrarsi a questa sfida tirerà a campare, e non vi saranno svolte generazionali, quote rosa, o codici etici capaci di evitare che appaia subito come un vecchio partito tra gli altri, privo, come gli altri, di una linea politica seria, rigorosa, moderna.

Giuseppe Ossorio*

*L’autore è deputato del Partitodemocratico e vice presidente della commissione Bilancio