Archive for Dicembre, 2007

Una consulta parlamentare del Pd campano

27 Dicembre 2007


da “la Repubblica” del 27 dicembre 2007

Le ombre calano dalla Finanziaria nella quale, dobbiamo dirlo senza mezzi termini, il Mezzogiorno è sostanzialmente assente. Da questo punto di vista siamo a una Caporetto dell’impegno per lo sviluppo di una parte fondamentale del territorio italiano ed europeo. Una prima considerazione a tal proposito è fondamentale: se il governo ha l’alibi della difficoltà (li tenere insieme una maggioranza risicata e rissosa, il nascente Partito democratico avrebbe il dovere di essere più presente, incisivo e coerente con le proprie premesse ideali e programmatiche. Ma ancur di più dovrà essere presente il Partito democratico della Campania.
Le luci, per la verità fioche, che si sono accese in questi ultimi giorni, riguardano la riapertura della discussione sulla questione meridionale avviata prima dal governatore Draghi, dal presidente di Confindustria Montezemolo e dall’amministratore delegato della Fiat Marchionne e, poi, da vari intellettuali e dallo stesso ministro Bersani. Ciò mostra quanto meno, che la questione torna di attualità e, finalmente, se ne comprende la gravità e l’importanza. Il tema ruota attorno alla utilizzazione, fino al 2013, dei Fondi europei che sarà l’ultimo tentativo di innescare lo sviluppo e un effettivo progresso civile nelle nostre regioni, a patto che siano ben finalizzati e amministrati.
Sembra che ci si divida nuovamente in due partiti, quello favorevole al mantenimento di una gestione decentrata, regionale, di questo grandeflusso di risorse e l’altro che ripropone una gestione straordinaria più centralizzata di esse. Penso, francamente, che sia un errore impostare così la questione. Ogni stagione ha la sua politica. Quella di oggi è particolarmente complessa perché è necessario mettere assieme tre soggetti fondamentali: le Regioni del Sud, più vicine alle esigenze del territorio, lo Stato nazionale e l’Unione europea. Nella consapevolezza che senza questi ultimi due, è impossibile fronteggiare e governare i problemi più pressanti della vita del nostro meridione. E mi spiego.
C’è necessità, innanzitutto, di rilanciare la cooperazione fra le Regioni meridionali da un lato e fra queste e il governo dall’altro, per selezionare interventi di interesse comune e di area vasta. Le quattro priorità (fiscalità di vantaggio, trasporti e infrastrutture, sistemi urbani, società della conoscenza) proposte nel “patto per il Sud” siglato di recente dalle regioni meridionali, dalla Confindustria e dal sindacato, sono essenziali ma sono indicate ancora in modo troppo generico. E fondamentale che esse rientrino in un quadro complessivo del governo, che oggi non c’è, per lo sviluppo dell’intero Mezzogiorno.
Ma di fronte alla ‘distanza fra Roma e la Campania e il Mezzogiorno in genere», vi è il tema essenzialmente politico dello scarso peso della deputazione campana in Parlamento e del suo evanescente rapporto con i governi che si sono succeduti dal 1990 a oggi. Mi spiace dirlo, ma è una verità che coinvolge la responsabilità di tutti. Una opportunità fondamentale come è quella della fiscalità di vantaggio per le imprese che investono nel Mezzogiorno, non si ottiene se non c’è chi spinge il governo italiano a contrattarla con l’Unione europea, cui spetta l’ultima decisione. Questo può avvenire soltanto se vi è una forte e decisa volontà politica di far valere le ragioni del Sud.
Suggerirei, dunque, al neoeletto segretario regionale del Partito democratico, Tino Iannuzzi, di scegliere, innanzitutto, un metodo: promuovere subito una consulta permanente di tutti i deputati e senatori campani del Pd (nella prospettiva, auspicata anche da Bersani, di coinvolgere i parlamentari dell’opposizione) e concordare con gli altri segretari delle regioni meridionali del Partito democratico un confronto diretto con il governo nazionale, inizialmente su tre punti essenziali. Chiedere, appunto, una fiscalità di vantaggio per le imprese del Mezzogiorno. Bloccare il disegno di legge sul federalismo fiscale che se passasse si tradurrebbe, secondo una stima della Svimez, in un miliardo di euro in meno per le Regioni del Sud. Riprendere, quindi, a tal proposito, un’antica questione di sistema già posta dai grandi meridionalisti e mai risolta: gli interventi straordinari per il Mezzogiorno siano realmente aggiuntivi e non sostitutivi delle risorse ordinare. Non nego che ci sia ancora cattiva amministrazione della spesa pubblica, e che bisogna sempre tenere alta la guardia, ma ciò non deve costituire un alibi per un disimpegno verso il Sud. Questi sono solo tre punti di un programma che dovrà caratterizzare la politica del Partito democratico per l’interesse del Mezzogiorno.

da “la Repubblica” del 27 dicembre 2007

Giuseppe Ossorio*

*L’autore è deputato del Partito democratico e vice presidente della commissione Bilancio della Camera

Elezione Presidenza Commissione Statuto Pd Campania

13 Dicembre 2007


L’on. Giuseppe Ossorio è stato eletto Presidente della Commissione Statuto del Partito Democratico nella Regione Campania.
E’ un incarico di grande responsabilità. I Repubblicani Democratici gli augurano un buon lavoro.

Le radici del Pd nel pensiero di Amendola

5 Dicembre 2007


di Giuseppe Ossorio* da “La Repubblica” del 4 dicembre 2007

Giustino Fabrizio chiude il suo editoriale di domenica con una domanda alla quale non ci si può sottrarre: “la politica in Campania, dentro e fuori il Partito demoocratico è tutta in questa visione oligarchica e autoreterenziale?”. L’autore si riferisce al pesante clima politico che la nascita del Pd ha generato a Napoli, coli gli scontri fra gruppi, correnti e persone. Per uscirne bisogna ricominciare a chiedersi quale partito si vuoi costruire e, posto che ci si debba differenziare, su quali valori, quali programmi e con quali regole organizzare la convivenza fra le tante sensibilità che si riconosco-no nel Pd, per garantire il pluralismo.
Il richiamo storico a possibili padri fondatori del nuovo Partito democratco non è più, a questo punto, un richiamo retorico o strumentale. Per mi conto, ritengo che bisogna ritrovare il senso degli obiettivi sostanziali da raggiungere. Fra i quali, fondamentale, quello del rapporto Ira libertà, demo-crazia e garanzie della partecipazione. E qui mi sembra doveroso e utile richiamare l’esperienza di Giovanni Amendola che fu tra i primi a voler costruire un Partito della Democrazia nel quale gli elementi fondamentali del liberalismo si coniugavano con l’aspettativa di partecipazione tipica della democrazia.
Giovanni Amendola prospettava un partito fortemente radicato nella società (un partito, cioè, veramente democratico) ma assolutamente non invadente nei con-fronti della società civile e distinto dallo Stato (perciò,veramente liberale). A benvedere è il nostro problema attuale.
Ma l’ingarbugliata vicenda napoletana mostra che su questi temi fondamentali non vi è ancora una chiarezza di intenti e un’idea precisa delle scelte da compiere. Quando ciò manca, è inevitabile che lo scontro diventi personale, che si formino gruppi e correnti pronti a sciogliersi e ricomporsi nei modi più incomprensibili.
Proviamo, comunque, ad attualizzare la grande lezione etico-politica di Giovanni Amendola. A me sembra che il Partito democratico, in Campania come a livello nazionale, dovrebbe, innanzitutto, modellare un suo chiaro profilo ideale e programmatico. Nella nostra regione, per esempio, possiamo immaginare uno sviluppo (purtroppo, sostanzialmente legato ai fondi europei) teso a valorizzare prioritariamente la ricchezza inespressa dei tanti giovani intellettuali – disoccupati e sprecati - che abbandonano inesorabilmente il Sud? E, ancora, possiamo pensarela questione della sicurezza dei cittadini in termini moderni, consapevoli che, accanto alla prevenzione e alla repressione, si deve ripensare al risanamento del tessuto urbanistico dei centri storici e riconsiderare completamente il ruolo delle periferie, o dobbiamo continuare su stanche e ripetitive letture sociologiche che lasciano il tempo che trovano?
Basterebbero questi due esempi per capire su che tipo di scelte si potrebbe esercitare il dibattito politico, la dialettica democratica e la partecipazione dei cittadini.
Un partito riformista nato sulle fondamenta del liberalismo, del socialismo e del cattolicesimo democratico può decollare solo se si è consapevoli della complessità che caratterizza, ancor più del passato, la società moderna. La complessità, quindi, come metodo schiettamente liberale e democratico da utilizzare per cercare di risolvere le grandi e piccole questioni della nostra vita quotidiana. Solo se torneremo a discutere in questi termini, potremo avvicinare al nuovo partito settori nuovi della società civile intesa esclusivamente come società produttiva e rappresentativa di valori e interessi generale.
Le osservazioni che abbiamo sollevato, vogliamo dire in conclusione, non nascono assolutamente sotto il segno del pessimismo, ma dalla preoccupazione di non disperdere l’entusiasmo che la nascita del Partito democratico ha suscitato e di non deludere le aspettative di larghi settori dell’opinione pubblica.

*L’autore è deputato del Partito democratico
e vice presidente della commissione Bilancio