Archive for the 'Zona Franca Urbana: Il Centro storico di Napoli' Category
di Giuseppe Ossorio da “la Repubblica” di venerdì 8 agosto 2008
L’ultimo episodio della vita interna del Partito Democratico è paradossale.
Poco più di tre mesi fa, in occasione del comizio in piazza del Plebiscito di Walter Veltroni, era in atto un pressing formidabile su Antonio Bassolino per evitare che salisse sul palco con il segretario del Pd. Oggi le parti sembrano invertirsi: in molti, nel Pd, biasimano il governatore perché ha scelto di non firmare la petizione popolare “Salva l’ltalia”. Qualcuno invoca perfino la disciplina di partito, come se ancora si potesse ricorrere alla vecchia liturgia comunista. Di colpo,quindi, la presenza di Bassolino viene ritenuta di nuovo preziosa.
Ecco, allora, che scatta immancabile il riflesso dietrologico. Un gioco di società cui si dedicano alcuni dirigenti di alto rango del partito appena nato, quasi a voler coprire l’incapacità di strappare anche un solo provvedimento per Napoli nella manovra economica triennale di 36.000 miliardi. Che dietro al nuovo coup de théatre di Bassolino non si annidi una mano invisibile? “Solo un imbecille può pensarlo” sibila Massimo D’Alema al quale alcuni riconducono la mancata firma. E c’è da credergli. Credo che Antonio Bassolino prenda da solo le sue decisioni.
Ma mi chiedo: è tanto importante per il Pd raccogliere firme contro il governo? Per, poi, farne cosa? Dopo averne raccolte cinque milioni il Pd vorrà forse iniziare un duro, puro e soprattutto lungo scontro nelle piazze (un tempo si sarebbe anche detto nei luoghi di lavoro e nelle fabbriche)?
Se fosse così, bene: iniziamo pure le danze, il paese ne ha proprio bisogno e ce ne sarà grato. Se, invece, è tanto per mostrarsi vivi, per riempire un vuoto imbarazzante, allora c’è da chiedersi se a Napoli interessa e in Campania non sia utile immaginare un’altra strategia: quella, ad esempio, di proporre una politica di sviluppo neoindustriale e di rilancio del territorio anziché limitarsi esclusivamente alla difesa dello statu quo.
Diciamolo con chiarezza, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha iniziato una sua politica per la nostra regione: in cento giorni ha affrontato e instradato la questione dei rifiuti. Ha liberato Napoli da una situazione avvilente. Inaugurando l’attività di governo nella nostra città, è stato a Napoli già sette volte, mostrando all’opinione pubblica un forte interesse e una seria attenzione. In queste condizioni, siamo proprio certi che i cittadini napoletani e campani avrebbero apprezzato che Bassolino firmasse una petizione contro il governo Berlusconi per iniziare uno scontro istituzionale? E di questo che ha bisogno la Campania e Napoli in particolare? lo credo di no.
E, mi chiedo: se Silvio Berlusconi, dopo aver portato definitivamente a soluzione il problema della rimozione dei rifiuti urbani e avviato la bonifica di un territorio regionale avvelenato dalla camorra e dall’incuria, affrontasse la questione meridionale, praticando una politica rigorosa, non assistenziale, di sviluppo delle energie positive, delle eccellenze e di valorizzazione della mano d’opera intellettuale? Se il premier a Napoli, per esempio. si appassionasse al tema che per decenni è stato al centro dell’impegno di meridionalisti della tradizione liberal-democratica alla quale appartengo, ossia alla riqualificazione del centro storico di Napoli, il più esteso d’Europa, dichiarato dall’Unesco patrimonio mondiale dell’Umanità? Cosa farebbe il Pd? Continuerebbe a raccogliere firme o si farebbe interprete delle esigenze di modernizzazione presenti in larghi settori della società napoletana e campana?
A questo riguardo ricordo solo che per anni abbiamo sollevato questo problema, anche con una proposta di legge. Inoltre, in Parlamento riuscimmo a inserire nel la Finanziaria 2007 il centro storico di Napoli come Zona Franca Urbana, per ottenere qualche leva finanziaria a favore di quell’area. Non se ne fece nulla perché a Napoli vi fu un deciso contrasto locale a quella legge nazionale. Per anni il comitato di difesa del centro storico, guidato da Raffaele Raimondi, ha sensibilizzato l’opinione pubblica c le istituzioni sulla gravità delle condizioni dei quartieri antichi, invocando un intervento pubblico consistente nel rispetto e nella tutela delle qualità urbanistiche. Il punto è che se nons’incontrerà anche l’interesse privato, passi avanti concreti non se ne faranno. E, finora si è fatto poco, troppo poco.
In conclusione, il PD vuole autoemarginarsi e rinchiudersi nel recinto dell’opposizione di principio o vorrà cercare di essere forza di governo, in Italia come in Campania, con rinnovato spirito di iniziativa e spregiudicata fantasia? E questa la risposta che molti attendono.
di Giuseppe Ossorio da “la Repubblica” di venerdì 8 agosto 2008
«La sperimentazione? Ben venga. Ma per quanto riguarda l’area orientale di Napoli credo ci siano delle questioni più complessive da affrontare. Per questo continuo a ripetere che nel centro storico una zona franca potrebbe rivelarsi più efficace». Torna alla carica Giuseppe Ossorio, vicepresidente della commissione Bilancio della Camera e primo firmatario dell’emendamento che inserì il centro storico di Napoli nella legge finanziaria.
Perché è perplesso su Napoli Est?
«Perché il problema reale è la defiscalizzazione. Se si pensa all’area orientale bisognerà anche capire chi avrà interesse a intercettare i benefici fiscali e che tipo di insediamento potrà fare nella zona franca. Napoli Est ha bisogno di una bonifica e riqualificazione territoriale che ha bisogno di investimenti consistenti che non si conciliano con gli strumenti fiscali della zona franca. Senza parlare, poi, dei problemi sociali».
Quindi lei pensa che bisognerebbe ripensarci e puntare sul centro storico?
«Prima di tutto vorrei che si rimanesse con i piedi per terra. Se si pensa che una scelta del genere possa rappresentare un piano industriale l’area orientale è sbagliato perché non si affronta con i pochi vantaggi di una zona franca. Basta guardare all’esperienza francese: tutti piccoli quartieri degradati sono stati scelti per le zone franche, adatti a microattività produttive. Stesse caratteristiche del centro storico di Napoli, dove esiste da sempre una cultura artigianale, che attende di essere rilanciata».
Ma c’è ancora tempo per ripensare su Napoli Est?
«È una decisione politica, l’ultima parola spetterà al tavolo del Sud con governo e regioni. A Napoli Est da tempo si è spento un ciclo economico e ci sono segnali di nuove effervescenze produttive su livelli diversi. È per questa prospettiva che bisogna attrezzarsi e una zona franca non basta, né converrebbe a una grande azienda. Per questo è anche il caso di evitare strade lunghe, tortuose e inefficaci come si sono rivelate quelle per Bagnoli».
Francesco Vastarella da Il Mattino del 17 giugno 2007
dal Corriere del Mezzogiorno del 1 maggio 2007
Caro direttore, come deputato tento di non perdere di vista i problemi della mia città. Ecco perché alla prima lettura, in Commissione Bilancio, dell’ultima legge Finanziaria dove si prevedevano le Zone Franche Urbane (meglio sarebbe stato zona a fiscalità differenziata) per le «… aree e i quartieri degradati nelle città del Mezzogiorno…» mi parve giusto proporre un emendamento - approvato dal Parlamento - a favore del Centro Storico di Napoli. Ritenni, cioè, di proporre un’opportunità per i quartieri che costituiscono il cuore della città, la sua memoria storica. Il Centro Storico di Napoli ha, rispetto agli altri quartieri, una grande potenzialità che deve essere valorizzata, che può fungere da volano per la ripresa socio-economica dell’intera città. È un’area che presenta una indubbia necessità di un profondo recupero urbano, rappresentando un quartiere notevolmente degradato, ma è altresì caratterizzata da un’indiscutibile forza di attrattiva. Il suo rilancio coinciderebbe con la possibilità di arricchire l’intera città, contribuendo alla ripresa delle altre zone disagiate.
Non ritengo che la costituzione di una Zona Franca Urbana per il Centro Storico sia risolutiva per i tanti problemi di quei quartieri. Esso è solo uno strumento dimostratosi particolarmente utile in diversi contesti europei per ottenere il rilancio e la riqualificazione di aree urbane segnate da degrado sociale ed evidenti problemi strutturali, come ha ben scritto nei giorni scorsi Attilio Belli in un fondo del Corriere del Mezzogiorno e come è emerso nel recente dibattito organizzato dal Dipartimento di progettazione urbana all’Istituto italiano per gli Studi Filosofici, da Claudio Claudi. L’Ue indica le Zfu, in effetti, come territori nei quali applicare un azzeramento provvisorio o una riduzione temporanea delle aliquote fiscali e contributive fino al momento della riqualificazione della zona in questione. Solo in Francia esistono ben 90 città con zone franche, ossia aree create in quartieri con più di 10 mila abitanti, particolarmente svantaggiati in relazione a parametri come il tasso di disoccupazione, la proporzione dei giovani usciti dal sistema scolastico senza diploma, la proporzione dei giovani di età inferiore a 25 anni e il potenziale fiscale dei comuni interessati. Il giorno 11 aprile la Giunta comunale di Napoli ha indicato l’area orientale della città, dove giace l’ex complesso industriale, come quella in cui istituire una Zona Franca urbana, indicazione comprensibile viste le evidenti necessità presenti nella zona indicata. Ma già nel febbraio dello scorso anno il Consiglio comunale di Napoli aveva votato un ordine del giorno all’unanimità nel quale ribadiva l’importanza di un intervento di riqualificazione nel centro storico, di cui ribadiva il grande interesse ai fini della rinascita dell’intera città. E le quattro Municipalità comunali del centro lo hanno ribadito.
Bisogna pensare Napoli come città sistema, il cui centro storico non a caso è stato riconosciuto patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, nel 1995. Una realtà peculiare, unica al mondo, dove le risorse dovrebbero esser potenziate in una logica strutturale. Non potrà esservi prospettiva europea di sviluppo e di riqualificazione urbana per la città, se non partendo dal presupposto che il capoluogo campano presenta due emergenze: da un lato ha necessità di un risanamento urbanistico del centro storico, dall’altro ha urgenza di riqualificare l’ex complesso industriale, sito nella zona est di Napoli. Il Centro storico appare ancora più qualificato, determinandosi in esso quelle condizioni di densità abitativa, degrado fisico strutturale e depressione economica che sono indicate espressamente dall’Ue quali motivazioni elettive per le provvidenze previste.
dal Corriere del Mezzogiorno del 1 maggio 2007
di Giuseppe Ossorio*
*Vicepresidente Commissione Bilancio
della Camera dei Deputati
da Il Mattino del 26 aprile 2007
«Per favorire lo sviluppo economico e sociale, anche tramite interventi di recupero urbano, di aree e quartieri degradati nelle città del Mezzogiorno, identificati quali zone franche urbane…», così è scritto nella Legge Finanziaria 2007. Allora, mi chiedo chi non avrebbe proposto di aggiungere «con particolare riguardo al Centro storico di Napoli». Devo dire sinceramente che non credevo di suscitare tante reazioni nel promuovere, come deputato di Napoli, il Centro Storico della città all’attenzione del Governo e del Parlamento per l’istituzione della cosiddetta Zona Franca Urbana, che io avrei preferito definire zona a fiscalità differenziata. L’intento era ed è duplice: da un lato conseguire un risultato concreto, dall’altro portare all’attenzione del dibattito politico nazionale la questione Napoli, da troppo tempo derubricata dall’agenda politica, nonostante gli sforzi del sindaco Rosa Iervolino che ha appena incontrato il presidente Romano Prodi anche su questo particolare tema.
Devo dire con sorpresa che attorno a questa proposta, accolta nella Legge Finanziaria, vi è stata, soprattutto, una larga convergenza di gran parte della cultura napoletana, soprattutto di quegli intellettuali, economisti, architetti, filosofi e storici, da sempre impegnati nella difesa e nella valorizzazione del più grande Centro Storico d’Europa; ma vi è stata anche partecipazione e coinvolgimento da parte di tante associazioni di cittadini, di gente comune, di tanti piccoli imprenditori e di artigiani che affollano le strade di quei quartieri che sono il cuore di questa città. E presto, spero, potrà partire un’iniziativa che vedrà coinvolte le più grandi istituzioni culturali che da sempre hanno sede in questo territorio, dall’Università Federico II all’Orientale, da Suor Orsola Benincasa al Conservatorio di San Pietro a Maiella, dall’Istituto Italiano per gli Studi storici all’Istituto Italiano per gli Studi filosofici, alla Fondazione Banco Napoli e, mi auguro che altri soggetti istituzionali potranno unirsi in questo impegno.
Ma si è registrato anche un dato politico di assoluta rilevanza. Per la prima volta, quattro Municipalità comunali con i loro presidenti, Patruno, Lebro, Principe e Chiosi (quest’ultimo presiede una Municipalità a maggioranza di centrodestra), in rappresentanza di ben 400.000 cittadini, si sono espresse con un atto amministrativo ufficiale in favore del progetto ed hanno deliberato la perimetrazione del Centro storico in analogia a quella proposta dall’Unesco.
Si tratta di un atto politico, prima ancora che amministrativo, rilevante e, pur senza voler indulgere alla retorica, rappresenta un momento fondamentale per quella «democrazia dal basso» che tutti invochiamo in dibattiti e discussioni.
Si è registrato anche il consenso dei viceministri Sergio D’Antoni e Paolo Cento.
Un risultato importante, mi sembra, si sia già raggiunto: quello di suscitare, finalmente, la passione culturale e politica di molti cittadini napoletani che, nelle loro esigenze più profonde, non si sentono rappresentati dalla politica.
È nata, purtroppo, qualche incomprensione con l’amministrazione comunale. Il vicesindaco Santangelo, riconoscendomi un’attenzione ai problemi di Napoli, ha esposto, proprio su «Il Mattino», le sue perplessità sulla individuazione del Centro Storico ed ha indicato i motivi che la giunta sostiene perchè la denominazione di zona franca sia più consona all’area Est della città. È un punto di vista legittimo che io rispetto e per qualche aspetto condivido. Eppure, non mi sembra necessariamente in collisione con la mia proposta già approvata dalla Legge Finanziaria in favore del Centro Storico. Non si può non partire dal cuore della città, dal suo centro che, come si è visto, mobilita coscienze e passioni civili intense e forti, per riaprire un ampio e serrato confronto con il governo nazionale e, soprattutto, con la cultura del nostro paese e della nostra città, per portare il problema di Napoli nei luoghi forti dell’economia nazionale, in una parola per «esportare» il problema Napoli.
Io ritengo che in politica non ci si debba mai attestare su posizioni che non abbiano uno sbocco concreto ed operante. Meno che mai ancorarsi alla propria posizione quasi dogmatica. Ciò che mi preme, e che ritengo indispensabile, è che le forze politiche napoletane, e soprattutto quelle di centrosinistra, ritrovino una sostanziale unità nei confronti del dibattito nazionale e ricostruiscano un percorso comune con gli intellettuali della città e, soprattutto, con i cittadini delle quattro Municipalità comunali. Una sorta di soggetto etico-politico collettivo che possa battere in breccia antichi e nuovi pregiudizi che la stagione del leghismo e del finto federalismo hanno riportato sciaguratamente in vita.
da Il Mattino del 26 aprile 2007
Giuseppe Ossorio
* Vicepresidente della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati

di Francesco Vastarella, da “Il Mattino” di giovedì 5 aprile 2007
Tra una settimana bisognerà andare a Roma con le proposte: ecco le zone franche che vogliamo istituire. Almeno questo si aspetta il governo al tavolo per il Sud programmato il 12 aprile dopo il primo incontro di una settimana fa. Appuntamento che potrebbe slittare di cinque giorni, il 17 per l’incontro politico e il giorno successivo per l’approfondimento tecnico.
La sostanza non cambia, il tempo stringe. Ma a che punto è il confronto? Napoli ha scelto? La Regione ha dato le sue indicazioni? E se la scelta si concentrerà su Napoli e il resto della Campania sarà escluso, ci saranno contraccolpi politici? Al Comune spingono per l’area Nord e Scampia in particolare per ragioni ben note di degrado e depressione economica. In Regione sono ritenute essenziali il porto e l’area est per motivi strategici e di logistica che s’intrecciano con prospettive mediterranee di sviluppo dei traffici commerciali. Quattro municipalità dell’area centrale di Napoli hanno messo nero su bianco con una delibera: per noi il centro storico è quello del perimetro individuato dall’Unesco nel 1995 come patrimonio mondiale dell’umanità. Vale a dire: se in Finanziaria è scritto centro storico come zona franca non si può fare a meno di questo perimetro, altrimenti si cambi la Finanziaria. Insomma, se le cose restano così, tra una settimana a Roma non si potrà che andare con tutte e tre ipotesi e attendere la risposta. La palla ripassa al viceministro per il Mezzogiorno, Sergio D’Antoni, che ieri in commissione Bilancio alla Camera è stato messo sotto torchio proprio sulle zone franche. L’ex leader della Cisl ha puntualizzato che oltre le 10-12 zone franche, complessivamente in tutte le regioni meridionali, non si potrà andare. Una cifra che restringe di parecchio il campo d’azione in Campania se per Napoli si dovesse arrivare a istituirne due. In Commissione D’Antoni ha specificato il dispositivo della Finanziaria sul centro storico di Napoli e ha puntualizzato di non avere avuto alcuna indicazione al momento, tranne la deliberazione inviata dai quattro presidenti di municipalità. Della commissione, tra l’altro, è vicepresidente il napoletano Giuseppe Ossorio, che propose l’emendamento alla finanziaria per parlare di centro storico. «Napoli ha le caratteristiche per averne due e per partire creando un modello valido per il Mezzogiorno - è l’opinione di D’Antoni. Per Napoli sceglieranno Comune e Regione e sarebbe auspicabile una soluzione che metta insieme le caratteristiche del centro con il suo artigianato e il porto con le grandi potenzialità logistiche». Una proposta, quella di D’Antoni, che rappresenterebbe quasi la quadratura del cerchio. Ma le altre zone della Campania resteranno a guardare? «Non c’è dubbio - risponde Ossorio - che Napoli ha bisogno di una attenzione maggiore per motivi oggettivi. Puntare su zone del centro storico avrebbe effetti sull’intera regione sia dal punto di vista economico che per il traino sulla rivitalizzazione del tessuto urbano e sociale. Insomma, come dice D’Antoni, è qui che si può sperimentare l’efficacia delle zone franche urbane. In Francia, il modello che stiamo studiando e che sarà riadattato - conclude Ossorio - è stato attuato a partire da aree come quelle del centro di Napoli». Isaia Sales, consigliere economico del governatore Antonio Bassolino, fa invece un ragionamento diverso: «Se come dice D’Antoni non si andrà oltre le 12 aree, bisognerà capire la ripartizione, se una a regione due alle grandi o se una per regione. Se una sceglierà la Regione la città e il Comune indicherà il perimetro, ben preciso così come hanno fatto i francesi».
Francesco Vastarella
da “Il Mattino” di giovedì 5 aprile 2007
di Raffaele Raimondi*
*Presidente comitato Centro storico Unesco — Napoli
da Il Mattino del 16 marzo 2007
A fronte del degrado del centro storico di Napoli - non adeguatamente arrestato malgrado il progetto Sirena - riaffiora di tanto in tanto una tentazione fuori tempo.
Quella che pretende di riesumare il «Regno del possibile», auspicando abbattimenti in centro storico e traslochi degli abitanti nei nuovi alloggi da realizzare nella zona est, a Bagnoli, ad Agnano. Allo scopo di impiegare invece il tempo proficuamente è opportuno chiarire che quella proposta, accantonata alla fine degli anni ‘80 dopo approfondito dibattito, è ormai superata
- dalla pianificazione urbanistica intanto intervenuta;
- dal riconoscimento, nel 1995, del centro storico di Napoli come patrimonio mondiale dell’Umanità in base alla convenzione Unesco del 1972;
- dalla mozione votata il 7 febbraio 2006 all’unanimità del Consiglio comunale, con cui si sollecitava il Governo ad onorare l’obbligo di conservazione e valorizzazione derivante dal riconoscimento Unesco, promuovendo con sgravi fiscali e contributivi gli interventi di riqualificazione.
- dalla zona franca urbana a tal fine introdotta a favore del centro storico di Napoli dall’ultima legge Finanziaria, grazie all’interessamento di parlamentari napoletani, con in testa l’attuale vicepresidente della Commissione bilancio della Camera, Giuseppe Ossorio;
- dalla deliberazione del 5 marzo 2007, con cui il Consiglio congiunto delle quattro municipalità interessate sollecita al sindaco di Napoli la perimetrazione di tale zona in modo da conseguire dallo Stato le risorse a tal fine previste dalla Finanziaria per la rigenerazione anche economica dell’area;
- dall’art. 151, introdotto nel Trattato istitutivo dell’Unione, che si propone «di incoraggiare», anche con fondi comunitari, «gli Stati membri alla conservazione e salvaguardia del patrimonio culturale di importanza europea» e, a maggior ragione, quello riconosciuto patrimonio mondiale dell’Umanità.
Proprio l’attenzione, che viene dagli organismi internazionali e dal turismo culturale al nostro patrimonio monumentale, avrebbe dovuto stimolare la Giunta comunale, in cui pure non mancano giuristi di vaglio, a cogliere l’occasione per reclamare dal Governo l’adempimento dell’obbligo di attivare, già in sede di Finanziaria 2007, la valorizzazione del centro storico di Napoli. In modo che i complessi e i palazzi d’epoca, che lo compongono, fossero restituiti agli antichi splendori. I proprietari pubblici - leggi Università - e privati sarebbero stati incoraggiati ad impiegare le loro risorse, se il Governo avesse introdotto, accanto alla zona franca urbana per il centro storico di Napoli, una fiscalità di vantaggio. Del genere di quella varata in tale legge per incentivare la riqualificazione termica degli edifici e l’impiego dei pannelli solari: una detrazione Irpef del 55% sulle spese. Il Comune di Napoli ha perduto però l’occasione della Finanziaria. Sollecitato dal Consiglio comunale, e ora anche da quelli delle municipalità, c’è da sperare che non mancherà di cogliere l’occasione che si riproporrà nel prossimo futuro: la fiscalità di vantaggio resta infatti la principale strada per il recupero del centro storico protetto dall’Unesco. Non quella degli abbattimenti del Regno del possibile. Oramai superato e impossibile.
da Il Mattino del 16 marzo 2007
Raffaele Raimondi*
*Presidente comitato
Centro storico Unesco - Napoli