Archive for the 'Attività parlamentare' Category

“Un ruolo per due Policlinici”

7 Settembre 2010


da “la Repubblica” di martedì 7 settembre 2010 di Giuseppe Ossorio e Lucio Palombini
Il nodo scorsoio della spesa sanitaria strangola i bilanci di quasi tutte le Regioni. Pare proprio impossibile ottenere un servizio sanitario di qualità migliore ed una più vigile, attenta e contenuta gestione della spesa pubblica. La Giunta regionale della Campania, in questo mese, dovrà redigere nuovamente il Protocollo d’intesa, cioè la convenzione con la Federico II e la Seconda Università di Napoli per le prestazioni sanitarie dei due Policlinici. E’ un’occasione propizia per coniugare, almeno in questo ambito, l’offerta di una migliore prestazione sanitaria e una spesa pubblica più rigorosa. E definire, inoltre, il ruolo dei due Policlinici Universitari della Campania.E’ bene dirlo a chiare lettere: se il prossimo Protocollo d’intesa sarà solo un documento contabile e amministrativo non si andrà lontano. C’è necessità, invece, di una “proposta metodologica”  per individuare una specificità dei due Policlinici. Intanto ci chiediamo: essi manterranno la loro vocazione universitaria o si avvieranno ad essere degli ospedali? Saranno necessari al sistema sanitario della Campania? La particolarità delle loro prestazioni affievolirà i viaggi della speranza di tanti nostri concittadini verso altri Policlinici?La Regione non ha mai indicato un suo obiettivo, quale presupposto dell’inserimento delle Cliniche universitarie nel più generale sistema sanitario regionale. Per fare solo un esempio, ricorrente e famoso: l’attivazione del Pronto soccorso. La Regione, viceversa, si è sempre e solo limitata ad accettare la gestione finanziaria, autonoma e diretta, dei due Policlinici, senza aver pensato ad una loro specificità,  ad un loro scopo nell’ambito del più generale Servizio sanitario regionale.Sono cresciuti così due Policlinici con attività assistenziali anche di alto livello, ma che non sono mai stati né Ospedali tout court né,  tantomeno, strutture sanitarie universitarie, espressioni sole ed esclusive delle preminenti attività didattiche e di ricerca proprie dell’Università.Quella scelta mai fatta va fatta ora e senza alchimie. Il ruolo dei Policlinici Universitari - che in altre regioni sono risorse irrinunciabili - va chiaramente indicato e la loro mission va definitivamente tracciata, anche per sgomberare il campo a criticismi esterni all’ambito universitario, delle sigle sindacali ospedaliere, non sempre imparziali.Per sgombrare il campo da ogni equivoco, diciamo subito e con chiarezza che anche la governance universitaria, nelle sue articolazioni e nell’ambito della sua autonomia, deve proporre, e non può non farlo, una sua mission. Questa scaturisce dalle capacità scientifiche e di ricerca proprie di una Facoltà di Medicina e Chirurgia, e dalle possibilità oggettive della propria pianta organica, intesa quest’ultima come personale docente e non docente, tecnico e amministrativo.Un modello di Policlinico che nasce per le primarie esigenze didattico scientifiche, per suoi “numeri” (pianta organica universitaria) e pur anche per sua “vocazione” (capacità di ricerca), non può fare un ospedale, nella comune accezione del termine; piuttosto, può solo offrire, e non è poco, aree di alta specializzazione o, quantomeno impegnarsi a svilupparle per un secondo livello di diagnosi e terapia.Se si vuole che nei Policlinici accanto ad una realtà di diagnosi e cura universitaria di alta specializzazione esista “nel breve” anche un realtà ospedaliera tradizionale di diagnosi e cura, per intenderci comprensiva di un Pronto soccorso, bisognerà affiancare alle strutture universitarie, nei modi logistici e organizzativi che si riterranno opportuni, strutture proprie del Servizio Sanitario Nazionale, integrando, così, vocazioni diverse.Questo potrebbe, o forse dovrebbe, essere lo spirito laico in cui muovere il nuovo Protocollo d’intesa, farne, in altri termini un documento di programmazione piuttosto che solo un mero documento contabile , del dare e dell’avere. Ciò può significare superare, anche se con ritardo, un vecchio problema, fonte di annose polemiche, per creare una nuova realtà di alta specializzazione integrata fra l’Università e il Sistema Sanitario Nazionale, e produrre nella nostra regione una proposta sanitaria “metodologicamente” nuova, fonte di risparmio e di qualificazione.                                                                                  
        

 

“Addio schema dell’assistenza”

3 Agosto 2010


da “la Repubblica” di martedì 3 agosto 2010 di Giuseppe Ossorio

Già è iniziata la giostra delle candidature a Sindaco di Napoli, eppure da poco  abbiamo lasciato alle spalle le elezioni regionali. Il Presidente Stefano Caldoro è alle prese con  la cassa vuota della Regione, segno che le condizioni finanziarie non sono le migliori. Il futuro dell’economia regionale è difficile, la disoccupazione aumenta, ma i partiti iniziano le manovre interne per le prossime elezioni comunali. C’è di che disaffezionarsi alle prossime scadenze elettorali. Nel partito democratico Umberto Ranieri si candida a Sindaco e nel centro sinistra ci pensa Luigi De Magistris a metterne in dubbio l’efficacia. Nel centro destra, per ora, si affaccia solo la candidatura di Maurizio Marinella. Ci si interroga sulle ripercussioni in Campania del divorzio fra Berlusconi e Fini. Lo fanno quasi in simultanea sui giornali cittadini un filosofo, Ernesto Paolozzi, e uno storico, Paolo Macrì. Entrambi sono intervenuti con toni preoccupati e hanno posto questioni di rilievo se si pensa, appunto, alla assoluta necessità di stabilità del governo delle Istituzioni locali. Paolozzi paventa una crisi di sistema che attraversa l’intera politica e l’intera società campana. Macrì scorge nella presa di posizione di Fini, in gran parte avversa al federalismo, il rischio di un ritorno a forme antiche e desuete di meridionalismo. Vorremmo aggiungere a queste analisi, purtroppo in gran parte condivisibile, una considerazione forse sgradevole ma, crediamo, di assoluta rilevanza. Negli anni dello Stato unitario, fatta forse eccezione per il decennio governato da Alcide De Gasperi e per il primo periodo di intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno, ha funzionato lo schema politico dell’assistenza e del potere locale ai proconsoli del governo nazionale. Questo schema oggi si è infranto. Si è rotto, in verità, da qualche tempo. Le direttive europee, la globalizzazione dei mercati, la crisi dell’economia e dello stato assistenziale, “L’eclisse della socialdemocrazia” come ha descritto nel suo libro Giuseppe Berta, rendono impossibile questo scambio. In poche parole, i governi centrali non possono più tenersi buoni i governi locali, soprattutto quelli del Sud, in cambio di una qualche forma più o meno legittima di assistenza. E’ un’analisi cruda, propiziatrice di inimicizie certamente superiori alle amicizie ma, ahimé, è la verità. Ci sembra che nessuno degli schieramenti in campo, o delle forze sociali ed economiche presenti sul territorio, riescano a prefigurare un reale modello di sviluppo in grado di portarci fuori dalla crisi. Meno che mai è invidiabile la posizione degli amministratori locali chiamati a gestire una situazione così difficile. In tale quadro, può il centrosinistra continuare a fagocitare i suoi candidati in nome di lotte intestine tese a preservare i  gruppi dirigenti? Può il centrodestra limitarsi ad indicare candidature a Sindaco di personalità della società civile sicuramente illustri nel loro campo, ma insufficienti a fronteggiare una complessa macchina burocratica come quella di una grande città come Napoli?Diventa dunque stringente l’appello apparso su “Avvenire” dei vescovi italiani. Il problema è quello delle classi dirigenti. E’ paradossale che una categoria della cultura liberale venga presa in prestito dalla gerarchia della chiesa e la classe politica rimane inerte. Con fatica si dovrà ricostruire il tessuto politico e sociale. Invece di strillare già adesso le candidature a Sindaco, è necessario dare segni evidenti di assunzione di responsabilità e di convinta adesione alla buona amministrazione, e dire quali saranno le priorità con le poche disponibilità finanziarie a disposizione. “I partiti devono essere le organizzazioni delle passioni”, di fronte ad una rinnovata passione ideale si ritroverebbero anche nella società quelle forze e quelle energie che oggi sono smarrite.

                               

“La Regione non controlla gli sprechi delle aziende”

19 Luglio 2010


da “la Repubblica” di domenica 18 luglio 2010 di Giuseppe Ossorio

Negli articoli sulle società partecipate dalla Regione, pubblicati su queste colonne nei mesi scorsi, abbiamo illustrato come la situazione debitoria e di grave illiquidità dell’ACMS, l’Azienda (pubblica) Casertana Mobilità e Servizi ammessa alla procedura di amministrazione straordinaria, cioè l’anticamera del fallimento, prevista dalla legge Prodi bis,  sia simile a tante altre Aziende di proprietà regionale. Il sistema delle società partecipate può crollare sotto il peso di debiti insostenibili per la Regione. Ogni anno l’ente regionale è costretto a   ripianare il deficit di quelle società per non avviarle ad una condizione pre-fallimentare, che travolgerebbe non tanto i dipendenti delle stesse, quanto soprattutto le aziende fornitrici di beni e servizi. Per evitare che ciò accada,  si devono porre, innanzitutto,  sotto controllo le scelte operative di quelle società indicate nei loro Piani industriali, che illustrano le intenzioni strategiche delle aziende, indicano le azioni che saranno concretamente realizzate e individuano i risultati attesi. Quei Piani vengono adottati con la promessa di un miglioramento, nel medio periodo, della produttività aziendale e un riequilibrio dei conti finanziari. Ma per i risultati negativi che quelle aziende accumulano ogni anno ci sembrano “aria fritta”. Solo una tecnostruttura di alto profilo, interna alla Regione, può verificare l’attendibilità di quei Piani ed esercitare quel controllo in modo continuo, severo e affidabile.L’esperienza ci fa chiedere, inoltre, controlli anche sugli atti amministrativi. Un tempo, i tanto vituperati Comitati di Controllo Regionale rappresentavano un argine agli azzardi amministrativi e riconducevano gli atti adottati nell’alveo delle  leggi regionali e nazionali. Nel frattempo, le Regioni hanno costituito una selva di Società che operano in una zona franca della pubblica amministrazione. Il colmo dell’inefficienza e della opacità della pubblica amministrazione  si verifica, inoltre,  quando all’assenza dei controlli esterni si aggiunge l’inefficacia se non inesistenza dei controlli interni delle singole aziende. Può anche verificarsi, per averlo rilevato direttamente, che un Servizio  accentra sia  gli approvvigionamenti che i controlli sui medesimi atti amministrativi: allo stesso tempo, cioè, è controllore e controllato. Il peggiore esempio di una pessima  organizzazione aziendale. La Regione è chiamata, quindi, a porre in essere controlli non solo successivi, perché quando il danno è ormai consumato non si può fare altro che constatarne l’entità, ma soprattutto controlli preventivi ovviamente sugli atti di maggiore esposizione contabile. Siamo assolutamente convinti, infatti, che la qualità della spesa pubblica possa essere salvaguardata solo se si interviene prima che le decisioni dannose siano concretamente adottate. Cioè, quando ci sia ancora il tempo per  impedire che si arrechi un grave danno patrimoniale alle aziende e, in ultima analisi, ai contribuenti. Se un simile rigoroso sistema di controllo preventivo fosse finalmente realizzato, l’attenzione dovrebbe poi necessariamente spostarsi sulla veridicità delle previsioni di bilancio, per evitare che non si trasformino in un puro esercizio di stile che, magicamente, si chiude sempre con il risultato di gestione consentito dall’Ente proprietario o imposto dalla legge. Correre ai ripari non è mai troppo tardi, almeno si eviterà il peggio.

Vincoli e libertà d’impresa

21 Giugno 2010


da “la Repubblica” di domenica 20 giugno 2010 di Giuseppe Ossorio

NaplEst da un lato e Pomigliano d’Arco dall’altro. Due lati opposti della Campania che in un momento cruciale sono destinati al confronto. Diciamolo senza ipocrisia, mai come in questo momento abbiamo necessità di imprenditori che vogliono investire,  come nel caso dell’imprenditrice Marilù Faraone Mennella per Napoli est, che scelgono di rischiare in proprio senza chiedere commesse allo Stato : 18 progetti imprenditoriali privati per oltre 2 miliardi di investimento nella zona est di Napoli. E, contemporaneamente, abbiamo necessità di non perdere gli investimenti Fiat a Pomigliano d’Arco previsti per avvicinare il costo di produzione dello stabilimento a quello che si sostiene in Polonia, Turchia o Serbia, tenendo conto dei diritti dei lavoratori.  Agli imprenditori lo Stato deve garantire che la politica e la burocrazia non pongano ostacoli e freni - come purtroppo ancora avviene -, tali da vanificare ogni iniziativa. In questa realtà si colloca in Campania il dibattito sulla modifica dell’art. 41 della Costituzione. Ossia sull’articolo che garantisce la libertà di impresa in una cornice di vincoli tesi al rispetto dei diritti della collettività. Per comodità del lettore lo citiamo: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” Ma, poi, nello steso articolo si legge pure che “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. E’ giusto modificarlo per dare, come da alcuni settori è stato chiesto, maggiori possibilità alle imprese italiane di muoversi con agilità sul mercato? Sinceramente riconosciamo che uno dei fattori per trainare gli investimenti  è dare alle imprese i tempi certi e la certezza delle regole. La richiesta di modifica dell’art. 41 nasce, essenzialmente, per riportare l’attenzione almeno sui troppi vincoli burocratici che pesano sulla nostra economia. Dobbiamo prendere atto che il problema esiste non da parecchi anni ma da molti decenni. Qui nel Mezzogiorno viviamo una situazione paradossale perché abbiamo bisogno, al tempo stesso, di più articolo 41 e di meno articolo 41. Se si pensa, infatti, alle tante violazioni che le imprese al Sud hanno commesso in questi anni ( molto spesso, ad opera di imprese del nord) in termini  di devastazione del territorio e, perfino, di acquiescenza  alla criminalità organizzata  (ricordiamo, in tal senso, con ammirazione l’azione di contrasto del presidente degli industriali siciliani, Ivan Lo Bello), sembra necessario che i vincoli previsti dalla Costituzione addirittura aumentino e che, sicuramente, ci debba essere maggior rigore da parte dello Stato in tutte le sue articolazioni: difesa del territorio,della salute pubblica e, ovviamente, della legalità. Non fingiamo, però, perché non sfugge a nessuno che le eccessive pastoie burocratiche, i tempi lunghi d’attesa per iniziare un’attività imprenditoriale, insieme ai costi sociali - solo per usare un eufemismo -  hanno molto complicato la vita alle imprese meridionali e, soprattutto, hanno contribuito ad allontanare quegli investimenti stranieri dei quali, invece, avremmo un gran bisogno. Il punto non è, in conclusione, tanto quello di modificare l’assetto costituzionale che, peraltro prevede, giustamente, un iter lungo e complesso. Piuttosto quello di ritrovare, in una fase di crisi come quella che stiamo vivendo, la volontà politica, da parte dell’intera classe dirigente, perchè la Costituzione venga attuata fino in fondo con serietà e rigore e, soprattutto, capendo la realtà in cui si opera. La via maestra è quella del controllo e non quella della bocciatura preventiva. Si lascino liberi gli imprenditori di agire come vogliono ma si intervenga con estremo rigore se violano le leggi. E’ questo, mi sembra, il senso autentico di un liberalismo moderno. Più che ingolfare le iniziative private con richieste preventive di legalità, ad esempio, sarebbe indispensabile che fosse esercitato, dopo che l’iniziativa è stata intrapresa, un vero e proprio controllo della legalità. Si devono ripristinare gli organi di controllo, renderli agili ed efficaci riducendo il fattore tempo che è fattore fondamentale per chi vuole stare sul mercato. D’altro canto, com’è noto, i troppi vincoli creano sempre clientelismo politico e illegalità diffusa come accade da troppi decenni. Riusciremo ad invertire questo annoso e radicato costume?
     

incontro / giovedì 10 giugno 2010

10 Giugno 2010


fondazioni regioni d'europa

“I debiti nascosti delle partecipate”

26 Maggio 2010


da “la Repubblica” di mercoledì 26 maggio 2010 di Giuseppe Ossorio

 La crisi della sanità in Campania è ormai un incubo. Non discutiamo la qualità delle prestazioni  sanitarie, che in alcuni casi sono eccellenti . Ci riferiamo alle risorse finanziarie impiegate che hanno prosciugato  il bilancio della Regione. Lo Stato, nel passato, periodicamente, provvedeva a ripianare i debiti dei bilanci pubblici con interventi straordinari. La crisi in cui si versa rende ormai impossibile procedere come una tempo. Sappiamo che il governo nazionale sta valutando  l’impatto economico del piano di rientro predisposto dalla Campania, che prevede la riduzione  di ben 1.100 posti letto negli ospedali e il risparmio di 150 milioni di euro. Ma, nonostante qualche timido segnale di apprezzamento dei funzionari dei ministeri dell’economia e della salute, resta ancora concreto il rischio dell’inasprimento oltre il tetto massimo dell’Irpef e dell’Irap. L’insolvenza dei bilanci delle Asl è alto ed è tale che anche questo mese nella Asl di Napoli sono a rischio gli stipendi.  La tenuta dei conti regionale impone una “comune consapevolezza della gravità dei problemi” come anche parte dell’opposizione comprende. Ed il Consiglio Regionale deve considerare prioritario il problema della finanza pubblica  regionale, così come la mancanza di lavoro, soprattutto giovanile. Intanto, bisognerebbe affrontare  dall’inizio della legislatura regionale  il tema della ricognizione della massa debitoria, non solo dei rami d’attività diretta della Regione, ma anche di tutte le società di sua proprietà. Siamo convinti che i disavanzi delle società il cui capitale è partecipato totalmente o parzialmente dalla Regione rappresentano una componente niente affatto marginale dell’esposizione debitoria della Regione. Sia chiaro, non mettiamo in discussione la necessità di queste società, che il più delle volte  erogano servizi insopprimibili.  Esse, però, senza alcun controllo da parte della Regione  non possono eludere, in generale, il patto di stabilità. Alla fine del mese scorso, presso la Corte dei Conti di Roma è emerso che le uniche realtà che riescono a salvarsi dallo stato di grave difficoltà in cui versano le aziende, a totale o parziale partecipazione degli enti pubblici, sono quelle quotate in borsa. Poche e, ovviamente,   concentrate  nelle regioni del Nord. La loro presenza in Piazza Affari ha di fatto imposto una gestione più efficiente e ben più trasparente di quanto accade per le Società analoghe non quotate. La nostra realtà è tutta  diversa e sia per una questione di vicinanza territoriale, sia perché riteniamo quello dei trasporti pubblici locali uno dei settori più sensibili ai rischi dell’accumulazione esorbitante dei costi, maggiore dei ricavi, vogliamo porre l’attenzione dell’opinione pubblica e della Giunta regionale su quanto si è verificato presso l’ACMS, l’Azienda Casertana di Mobilità e Servizi. La nostra opinione, infatti, è  che quanto  accade presso tale azienda possa verificarsi in un futuro, neanche troppo lontano, anche in altre aziende che operano, generalmente,  nei servizi pubblici della nostra regione. L’azienda che gestisce il trasporto pubblico nella provincia di Caserta è stata la prima società a capitale interamente  pubblico, che svolge un servizio pubblico locale, ad essere ammessa dal Tribunale alla procedura di amministrazione straordinaria prevista dalla legge Prodi bis. Di fronte al grave dissesto finanziario della società, dapprima si è deciso di metterla in liquidazione, pur continuando ad assicurare  la parziale copertura del disavanzo di gestione, e poi, nel settembre dell’anno scorso, per arrestare l’emorragia di risorse finanziarie che la gestione dell’azienda imponeva, si è deciso di avviare l’iter per l’amministrazione straordinaria, sospendendo la contribuzione economica che garantiva la continuità della società. E’ l’ultimo ed  estremo tentativo per ripristinarne l’equilibrio finanziario in quella azienda. Ecco perché crediamo, quindi, che solo “la comune consapevolezza della gravità dei problemi” debba animare, su alcuni e circoscritti problemi, il Consiglio regionale appena eletto, nella sua interezza.      

” I misteri delle società pubbliche fuori controllo”

10 Maggio 2010


da “la Repubblica” di sabato 8 maggio 2010 di Giuseppe Ossorio

Un capitolo va aperto con tutta urgenza - a proposito della tenuta dell’equilibrio finanziario del bilancio regionale - sul controllo della qualità della spesa pubblica delle Società a totale  o parziale partecipazione della Regione. Negli ultimi anni, in Italia, abbiamo assistito al proliferare di un numero elevatissimo di società a partecipazione pubblica per i servizi locali, al punto tale che da una recente ricognizione del quotidiano “Milano Finanza” è risultato che nel 2009 esistevano addirittura ben 1.875 consorzi e 3.356 società partecipate dalle pubbliche amministrazioni. Nella maggior parte dei casi si tratta di società che hanno lo scopo di  gestire i trasporti, lo smaltimento dei rifiuti, l’erogazione del gas e dell’energia elettrica, e che sono state create dai vari enti locali, diciamolo francamente, per eludere il patto di stabilità e gli obblighi in materia di gare e di assunzioni del personale, con una commistione della forma societaria privata - SpA o Srl -  con capitale pubblico.
Normalmente gli enti locali che sono proprietari dell’intero capitale sociale o comunque della maggioranza delle quote di queste società, ripianano le perdite conseguite con nuovi apporti in denaro o in immobili del patrimonio dell’ente. Di recente, però, un nuovo fenomeno si sta manifestando. Di fronte all’emergere di perdite sempre più cospicue e difficili, se non impossibili, da coprire e giustificare agli occhi dell’opinione pubblica, oltre che a quelli dei propri elettori, alcuni enti pubblici locali stanno lasciando che le società da loro partecipate seguano il triste epilogo di ogni società inefficiente. Ha cominciato la Provincia di Caserta a lasciare che l’ACMS, l’Azienda che gestisce il trasporto pubblico nella provincia di Caserta, diventasse nel settembre dell’anno scorso, la prima società a capitale interamente pubblico e che svolge un servizio pubblico locale, ad essere ammessa alla procedura di amministrazione straordinaria prevista dalla legge Prodi bis che - lo ricordiamo per coloro che non siano particolarmente addentro alla materia -, è la procedura con la quale si cerca di evitare la liquidazione delle grandi aziende in crisi esperendo prima il tentativo di ripristinarne l’equilibrio economico finanziario. Ma la decisione adottata dalla Provincia di Caserta per la sua Azienda di trasporti è servita solo da rompighiaccio per altre realtà operanti in diversi campi ed in diverse regioni. La stessa sorte del commissariamento, infatti, è toccata nel nuovo anno prima all’Azienda Servizi Ambiente di Ivrea che gestisce i rifiuti, il ciclo idrico e il teleriscaldamento per circa 80.000 abitanti di 53 comuni consorziati di quell’area del Piemonte e, poi alla AMIA di Palermo, la Società che gestisce la raccolta, il trasporto dei rifiuti, l’igiene ambientale e la manutenzione delle strade del Comune di Palermo. In altri casi, invece, gli enti pubblici locali non hanno potuto usufruire dei benefici previsti dalla legge Prodi bis, solo perché le Aziende di pubblici servizi di cui sono proprietarie hanno dimensioni inferiori al minimo previsto per il commissariamento. Ciò non ha impedito agli enti pubblici che ne sono proprietari di abbandonare al proprio destino, cioè a procedure concorsuali, prima la Meda Servizi Pubblici S.p.A. di Monza e poi la Volsca Ambiente S.p.A. di Velletri. Gli esempi descritti, però, non sono altro che la classica punta dell’iceberg di un settore, quello dei servizi pubblici locali, e di un modo di gestirli (la creazione di società interamente o comunque sostanzialmente possedute dagli enti locali), che ha mostrato tutti i limiti dei loro Piani Industriali che non rispondono alle condizioni del mercato. E’ urgente, in questo contesto, affrontare il tema del controllo della qualità della spesa pubblica, del rispetto del capitale pubblico come capitale di rischio e, infine, della formazione di un management pubblico in Campania. Vorremmo ritornare su questi argomenti per la chiarezza del lavoro che dovrà svolgere il prossimo Assessore regionale al Bilancio della Campania.