da “la Repubblica” di mercoledì 13 gennaio 2010 di Giuseppe Ossorio
L’incertezza che manifesta il PD in tante regioni sulle candidature a presidente della coalizione di centro sinistra, per le imminenti elezioni regionali, è la prova che nel partito vige uno stato di confusione a dir poco preoccupante. Nel Lazio si prospetta un appoggio a Emma Bonino tutto sommato subito, mentre in Puglia si stringe un patto di ferro con l’Udc, ma si lacera il rapporto con lo schieramento capeggiato dal governatore uscente, Nichi Vendola. In Sicilia non si vota ma concretamente il Pd ha favorito la svolta degli autonomisti di Lombardo che si è distaccato dal centrodestra. Questa confusione ingenera non poche perplessità sulla prospettiva del Partito democratico. In Campania tale malessere si manifesta ampiamente, fino ad oltrepassare i limiti di guardia, al punto che si è resa necessaria una riunione dello stato maggiore del Pd campano con esponenti nazionali. Si è in alto mare sul fronte delle alleanze. Le famose primarie, che dovevano essere il distintivo del nuovo partito, sono state indette e poi disdette. Mentre sono in campo almeno due candidati a presidente della coalizione, l’assessore Ennio Cascetta, che ha delineato un programma di governo almeno nelle sue linee generali, e il Sindaco di Salerno, Enzo De Luca, intenzionato ad esportare dalla sua città all’intera regione l’esperienza acquisita in questi anni. Ma vi è anche una ridda di altri nomi. Che cosa manca? Manca una posizione ufficiale del partito in ordine al programma, alle alleanze e al presidente candidato. Si eccepirà che a livello regionale si possono e si debbono pensare alleanze variabili fondate sulle esigenze del territorio e sulle compatibilità politiche. Noi non ne facciamo una questione di astratta e pelosa coerenza. Ne facciamo una questione politica, etico-politica. In un sistema maggioritario, è vero, sono indispensabili le alleanze per ambire a vincere le elezioni e, di conseguenza, non è facile la scelta di un candidato alla presidenza della giunta regionale compatibile con quelle alleanze. Ma per fare cosa? Per realizzare quale progetto, quale idea di crescita e di sviluppo? Si è discusso, a proposito dell’alleanza con l’Udc di Casini, di rischio di subalternità del Pd. In Campania, come è facile comprendere, la subalternità sarebbe ancor più rilevante, date le condizioni oggettive dei due partiti che tutti conoscono. Il Partito democratico in Campania, ma anche nelle altre regioni, sembra chiuso in una morsa, fra gli estremismi alla sua sinistra e le posizioni centriste espresse finora da Casini e da Rutelli, i cui profili saranno più chiari nel futuro prossimo: finora non si capisce se il centro voglia costruire un’alternativa ai due blocchi, se voglia provare ad ereditare una rendita di posizione del dopo Berlusconi o se voglia guidare il centrosinistra, in un prossimo futuro, come possibile alternativa di governo all’attuale maggioranza. Come uscire da questa tenaglia? Il Pd, ci sembra di capire, ha davanti a sé due strade. Potrà rimodellarsi come un moderno partito socialdemocratico, dai contorni certamente nuovi ma sostanzialmente legato alla tradizione socialista. Ora, un partito del genere, nelle condizioni attuali della politica, dell’economia e della cultura non solo campana e italiana, certamente non sarà un partito residuale ma neppure sarà in grado di esprimere, per usare un termine gramsciano, un’egemonia: né sul piano culturale né sul piano politico. Occuperà certamente uno spazio rilevante ma non tale da essere centrale in una nuova alleanza politica con i centristi. E, forse, non sarà nemmeno in grado di riassorbire i movimenti alla sua sinistra. Viceversa, Il Pd, diciamolo con chiarezza, potrebbe assumere quel profilo riformatore, autenticamente moderno, che la cultura democratica e liberale, quella progressista e non conservatrice, ha saputo conferire ai partiti della sinistra mondiale in questi ultimi anni. E’ il caso del partito democratico americano o dei labouristi di Blair, che negli anni scorsi hanno saputo apprezzare ed acquisire la cultura e il programma dei liberaldemocratici inglesi.Ecco perché abbiamo parlato di confusione. Non è solo questione di nomi e nemmeno soltanto di programmi ma di idee fondamentali, di profili netti e decifrabili. E in Campania, come nel resto del paese, quei profili attendono una definizione.
da “La Repubblica” dell’11 dicembre 2009 di Giuseppe Ossorio
Si avvicinano le elezioni regionali e la ricerca dei candidati Presidenti è sempre in alto mare, in entrambi i maggiori schieramenti. Probabilmente si deciderà all’ultimo minuto anche se non ce lo auguriamo per il confronto e la chiarezza delle proposte. Così come non sarà facile sciogliere i nodi delle alleanze, della composizione delle varie coalizioni. Nel frattempo, i partiti scaldano i motori e cominciano ad interrogarsi sull’aspetto programmatico, sui contenuti che dovranno sostanziare l’azione di governo oppure servire da punti di riferimento per l’opposizione. E’ un’occasione da cogliere al volo, prima che la bagarre politica, le polemiche e gli slogan prendano decisamente la scena. Il Partito democratico si riunisce domani per elaborare dieci punti attorno ai quali organizzare una rinnovata proposta di governo. E’ un bene. Vedremo come si svilupperà la discussione. Sarebbe, però, necessario che, sia il centrosinistra che il centrodestra, oltre alle soluzioni dei problemi che affliggono la nostra quotidianità, esprimessero un’idea forte di Regione e, possibilmente, chiara. E’ vero: è fondamentale porre rimedio alle disfunzioni della Sanità; è necessario porre un argine alla spesa pubblica di parte corrente, dove si è esercitato con autorevolezza l’assessore al bilancio della giunta regionale; è giusto rilanciare la politica della ricerca e della promozione della cultura; è urgente affrontare di petto la questione del federalismo fiscale che, presto, si proporrà all’attenzione del dibattito parlamentare e segnerà la tenuta istituzionale e democratica del Paese. E potremmo continuare a lungo nell’elencazione di questioni e problemi, dalla lotta alla camorra alla questione sociale che si fa sempre più grave e pressante. Ma tutto ciò rischia di vanificarsi se non riusciamo a pensare la Campania non più periferia dell’Europa ma baricentro del Mediterraneo europeo, cioè, come riferimento di un sistema euro mediterraneo che deve agganciarsi all’Europa. Se la Campania non si attrezza con urgenza sarà scavalcata dalla zona di libero scambio del mediterraneo che si avvierà nel 2011. La Campania dovrà essere una sorta di base logistica dell’Italia fra la ricca Europa del Centro-Nord e la turbolenta riva meridionale del Mediterraneo. Dobbiamo pensare in che modo la presenza, ad esempio, di sette Università e di importanti centri di ricerca può trasformarsi in una proposta capace di attrarre ricercatori e docenti provenienti dal grande bacino mediterraneo, in un momento in cui la ricerca e la cultura devono necessariamente intrecciarsi e, per così dire, fare squadra nell’ambito di una crescente mondializzazione che certamente questa congiuntura economica negativa non arresterà. Al Nord rinasce l’idea, forse sulla spinta dell’alta velocità che collega ancor più rapidamente fra loro zone più vaste, le più ricche del paese, di rafforzare i rapporti culturali, economici e sociali, fra l’area di Milano e quella di Torino. Nel Mezzogiorno sarebbe ora di riprendere una vecchia intuizione di Francesco Compagna degli anni ’60, forse troppo anticipatrice per quei tempi, proposta che torna attualissima, quella di sostenere e aiutare a crescere un’area omogenea che già esiste e che va da Salerno all’area a nord di Napoli, a quella casertana e del basso Lazio fino a Latina e Frosinone. Ovviamente, la realtà non è più la stessa che indagava Compagna negli anni a cavallo fra il ’50 e il ’60, ma l’intuizione è ancora attuale e, forse, ineludibile. Allo stesso modo la Campania deve guardare da un lato al Sud, e dall’altro alla costa dell’Adriatico. Pensare a grandi opere di infrastrutture e collegarle immediatamente ad un’idea di sviluppo economico, turistico e culturale. Se ciò non si verificasse significherebbe per davvero gettare alle ortiche ingenti risorse e capacità tecnologiche avanzatissime delle quali si è dotati, nonostante tutto. Napoli e la Campania possono rappresentare un polo di attrazione forte nei confronti dell’Est sulla strada del porto di Gioia Tauro, come un ponte verso il resto dell’Europa. L’Europa stessa, d’altro canto, non potrà non farsi carico di quei paesi poveri che la circondano ma che si mostrano vitali e desiderosi di raggiungere nuovi, grandi traguardi. Su scala mondiale, la pur forte, grande Europa, rischierebbe di essere una cittadella privilegiata ma assediata da milioni di abitanti che si affacciano sulla riva africana del mediterraneo e, prima o poi, espugnata. In questo quadro, la Campania potrebbe svolgere un ruolo geopolitico essenziale, capace, se non di invertire, almeno di deviare le rotte della storia. E’ un progetto ambizioso? Forse. Ma solo nell’ambito di progetti ambiziosi si trovano soluzioni nuove e fantasiose per i tanti problemi quotidiani che tutti conosciamo e ai quali abbiamo accennato prima. Di orizzonti nuovi da esplorare ce ne sono: solo per fare un esempio, la Campania potrebbe proporsi come un laboratorio privilegiato per l’investimento nelle cosiddette energie alternative, pulite e sostenibili. Da quella solare a quella geotermica, della quale, finalmente, si ricomincia a parlare. Interroghiamo su questi temi la cosiddetta società civile e non su astratti desideri di partecipazione. Profittiamo del momento, prima di essere sommersi dal gossip, dall’invettiva, dagli scandali, veri o presunti, che la campagna elettorale, inevitabilmente ci proporrà.
discorso pronunciato in occasione delle celebrazioni per il trentennale dell’elezione di Francesco Compagna a Vicepresidente della Società Geografica Italiana
Signor Presidente della Repubblica
Cari Guido, Luigi, Annamaria e Piero Compagna
Signore, signori,
credo non mi faccia velo l’affetto del discepolo e del collaboratore, se affermo che quella di Francesco Compagna è stata una figura eminente nella vita culturale e politica italiana della seconda metà del Novecento. Eppure obiettività e disincanto impongono di notare, a ventisette anni dalla prematura scomparsa, l’affievolimento del ricordo di questa personalità che fu rilevante nel giornalismo, negli studi, sulla scena parlamentare e governativa. Se il ricordo di lui appare oggi affievolito, temo lo si debba sopratutto alla circostanza che non c’è più nel Paese comunanza di sentire verso un obiettivo cui Compagna aveva dedicato la sua vita di statista e di intellettuale: l’obiettivo meridionalistico. Era, la sua, la visione d’un Mezzogiorno che poteva e doveva acquisire condizioni di vita non difformi da quelle del Nord d’Italia e dell’Europa occidentale. Moderno nelle strutture del territorio, nelle imprese economiche, animato da una società civile colta e consapevole, non più afflitta dalla disoccupazione e dal bisogno che spinge alla compromissione clientelare o, peggio, all’illegalità. Indagando le odierne condizioni del Sud, dolorosamente tocca argomentare che quello scenario, da lui vagheggiato, trova poco o nullo riscontro nella realtà delle cose. Di fronte a tale constatazione, realistica quanto amara, tuttavia assai attuali appaiono ancora gli ideali di Compagna, così come valide le indicazioni contenute in tante sue pagine. Ritengo legittimo pensare, che di tale attualità offra conferma la presenza in questa cerimonia di Giorgio Napolitano.Come presidente di tutti gli italiani, Napolitano dà prova di attingere alla sempre viva tensione ideale maturata nell’esperienza politica compiuta come uomo del Sud, nel suo frequente ricordare al Paese l’ammonimento che fu proprio dei meridionalisti, del Nord come del Sud, “l’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”. Il pensiero meridionalistico di Francesco Compagna va ricostruito entro l’arco temporale scandito dai suoi scritti, dal saggio d’esordio sulla lotta politica nel Mezzogiorno, che è del 1950, alle riflessioni suggeritegli dalla calamità sismica nel 1981: molti libri, moltissimi articoli e discorsi. Nel 1954, poco più che trentenne, incoraggiato da Ugo La Malfa e Mario Pannunzio, aveva fondato “Nord e Sud”, la rivista il cui titolo riproponeva quello del saggio pubblicato nel 1900 da Francesco Saverio Nitti. Lo affiancavano Vittorio de Caprariis e Renato Giordano. Gli apporti di riflessione e studio che “Nord e Sud” ha ospitato fino al 1982 - anno in cui, appena sessantunenne, Compagna morì - hanno configurato, nel loro complesso, un organico filone di pensiero che può definirsi del meridionalismo contemporaneo. Coerente, eppur innovativo rispetto al meridionalismo classico di Fortunato, Nitti, Salvemini, De Viti De Marco, per dire solo di alcuni.
“Nord e Sud” era nata un anno dopo “Cronache Meridionali”, la rivista fondata da Giorgio Amendola, Francesco De Martino e Mario Alicata, e del cui comitato direttivo fecero parte altri elementi di primo piano dell’intellighentzia marxista napoletana, da Giorgio Napolitano ad Abdon Alinovi, da Gerardo Chiaromonte a Pietro Valenza. Le due riviste avevano sede nella stessa via, separate da poche decine di metri: la redazione di “Cronache Meridionali” era presso la libreria dell’editore, Gaetano Macchiaroli. Tanto frequenti, quindi, gli incontri, quanto animati i dibattiti dentro e fuori la libreria. In me, allora studente, resta il ricordo di una Napoli in quegli anni intellettualmente assai più viva di quanto non mi appaia la Napoli di oggi. Ammirando Giustino Fortunato, non ne condivideva però il cosiddetto “pessimismo geografico”. La geografia contemporanea non conosce condanne inappellabili emesse su riscontri geologici e climatici. E Compagna era divenuto studioso di geografia nella convinzione che questa disciplina fosse - cito sue parole -, “non solo utile, ma assolutamente necessaria” a dipanare il filo d’Arianna della questione meridionale”. Al nome di Compagna va sovente accomunato quello di un altro importante meridionalista dell’Italia repubblicana, Pasquale Saraceno. Tra loro vi fu comunanza di idee e collaborazione. Entrambi ebbero influenza su scelte ed atti di governo in favore del Mezzogiorno. Condividevano una percezione che possiamo oggi definire geo-politica: che in una compagine statale, specie di recente formazione come l’Italia, la presenza di una parte indebolita o malata dell’organismo, possa compromettere la sopravvivenza dell’insieme. Anche studiando le esperienze compiute o in corso in altri paesi che avevano affrontato con successo problemi di squilibri regionali, Compagna era convinto che in uno Stato moderno in grado di produrre risorse e avvalersi di tecnologie non c’è condizione geo-morfologica avversa cui capacità degli uomini e dei governi non possano ovviare, e non c’è debolezza della struttura produttiva che non si possa risanare. Attenuato, almeno in parte, nel decennio 1947-57, il divario tra Nord e Sud misurabile in termini di attrezzatura del territorio, - strade, ferrovie, reti elettriche, idriche e telefoniche - era giocoforza che l’azione meridionalistica desse vita ad attività in grado di assorbire le nuove leve del lavoro e le masse rurali che eccedevano i bisogni d’una agricoltura non più latifondistica. Lo imponeva la constatazione di un esodo migratorio crescente.“Terapia” industriale, dunque, per le regioni meridionali. Il keynesismo di Saraceno e la “geografia attiva” di Compagna fecero sì che entrambi perseguissero l’obiettivo dello sviluppo della grande impresa nel Sud, capitalizzata dallo Stato direttamente o con apporti indiretti ad investitori privati. Dalla seconda metà degli anni 60 Compagna congiunse alla terapia dell’industria, la politica della città, alla cui attuazione avrebbero dovuto cooperare governo centrale e governi locali. Delineava al riguardo un sistema complesso ma non utopico. Una rete urbana al cui vertice vedeva collocate metropoli regionali capaci di svolgere funzioni di alto livello (“quaternarie”) nei settori dell’istruzione, della cultura, della finanza. Presupposto della “civile urbanizzazione” al Sud avrebbe dovuto essere la dislocazione nel meridione d’una parte consistente del patrimonio industriale italiano. L’esperienza degli ultimi due decenni ci mostra che il “modello” non s’è realizzato. Soprattutto perché è venuto meno il presupposto dell’industrializzazione. Ragioni internazioni ed interne hanno dissolto o frammentato il variegato complesso delle industrie a partecipazione statale; collassata la rete di attività locali minori a queste collegata.
Il sistema urbano, privato del sostegno produttivo, è a sua volta imploso con conseguenti fenomeni di deterioramento della vita civile. Estremamente dannoso, soprattutto dal punto di vista “culturale”, l’effetto palesato dalla de-industrializzazione nelle maggiori aree urbane del Mezzogiorno ove, per gran parte del Novecento, s’era venuta formando una classe, e una consapevolezza, operaia. Dove la crisi produttiva ha colpito con maggior durezza, come nelle aree di maggior concentrazione demografica - Napoli e Palermo - è stata fatale la regressione di larghi strati della popolazione in età lavorativa da una condizione proletaria ad una sottoproletaria. Con pesanti assorbimenti nel cosiddetto “lavoro sommerso”. O, molto peggio, nelle attività criminali. Compagna non fu mai cieco di fronte alle degenerazioni dell’intervento straordinario. Idealista, ma senza illusioni, le venne denunziando sempre più di frequente, a partire dalla seconda metà degli anni 70. Consapevole che alle lunghe queste degenerazioni avrebbero portato alla disintegrazione di ogni politica meridionalistica.
Ma altrettanto consapevole che, pur con errori e sprechi, l’intervento straordinario ha tolto le popolazioni meridionali dalla miseria e dall’arretratezza. Nel mentre rintuzzava con decisione le interessate critiche di parte nordista, dimostrando quanto esigua fosse stata la spesa per il Sud a fronte degli investimenti di cui in vario modo beneficiavano le regioni del Centro Nord, non era tuttavia tenero verso gli errori compiuti forzando l’industrializzazione in modi e luoghi non idonei.
Osservava con sospetto l’emergere di un “meridionalismo di potere”, fatto di parassitismo burocratico e politico, che si sovrapponeva al “meridionalismo di pensiero”. Nel suo ruolo governativo cercò di incanalare su binari di razionalità e coerenza l’attività legislativa riguardante il Mezzogiorno. Idealista, ma sagace nel percepire che, più ancora che di problemi di “strutture” – territoriali, economiche – la “questione meridionale” restava un problema di cultura: il “fattore umano” nell’organizzazione civile, nella formazione del consenso politico, nell’adesione all’interesse pubblico piuttosto che alle consorterie, se non alla criminalità. Nei suoi ultimi anni fu attento allo scatenamento di fenomeni sociali di cui il terremoto del 1980 era stato il rivelatore piuttosto che il generatore. Ne traeva motivo di tristezza, avvedendosi della difficoltà, - di cui già aveva scritto Vincenzo Cuoco all’indomani dell’effimera rivoluzione giacobina nella Napoli del 1799 -, che incontra ogni tentativo di “vestire un popolo con i panni d’un altro”. Certamente non si può dire che gli sia riuscito di realizzare come politico tutto quanto elaborava come studioso. Ma con pari certezza si può dire che tra le scelte politiche a lui riconducibili, è difficile trovarne che non rispondano appieno alle idee da lui professate. Per Francesco Compagna il potere restava uno strumento, non l’obiettivo dell’azione politica: da adoperare con moderazione, dignità, rigore, in nome di ideali profondamente sentiti.
Ernesto Mazzetti
Powered by www.fulm.org
da “la Repubblica” di domenica 15 novembre 2009 di Giuseppe Ossorio
La vita cittadina dei comuni dell’interland napoletano è infestata dalla criminalità organizzata e in certi quartieri di Napoli la camorra è insediata stabilmente. Non scriviamo nulla di nuovo intanto, però, molti giovani scappano dalla nostra provincia. Abbandonano la regione anche perché avvertono un forte senso di precarietà della quotidiana convivenza sociale. Essi aspirano a una qualità della vita migliore, più civile, magari hanno studiato per progredire e ingentilire i loro rapporti umani e si ritrovano in un ambiente ostile.
Nel frattempo Giulio Tremonti, nel bilancio dello Stato appena approvato in prima lettura al Senato, taglia le residue risorse destinate alla sicurezza e all’ordine pubblico. C’è da essere preoccupati, perché mentre al Nord l’espansione delle attività criminose compie un salto di qualità con l’accaparramento di quelle attività produttive, da noi porta a termine l’immiserimento delle condizioni sociali e delle poche attività economiche competitive.
Come si può ricostruire il tessuto civile ed economico e fermare la disgregazione sociale che connota sempre più le nostre città?
E’ evidente che non basta più il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine a portare al cambiamento. Per raggiungere l’obiettivo occorre che sia la società civile a ribellarsi e scendere in campo.
Sia chiaro: non stiamo dicendo che la colpa della presenza della malavita sia da attribuire ai cittadini meridionali che non s’impegnano a contrastarla e a sconfiggerla come dovrebbero. Siamo consapevoli che è sempre più difficile affrontare questo tema con la dovuta responsabilità, con intelligenza ed equilibrio. Non bisogna confondere la comprensibile paura dei cittadini indifesi con l’omertà dei complici. Soprattutto se si viene a conoscenza del fatto che lo Stato italiano ha riconosciuto di aver trattato con la mafia all’indomani degli omicidi di Falcone e Borsellino.
Ma, siccome alla malavita non ci si vuole arrendere, con una punta di fiducia cogliamo lo sforzo di alcuni sindaci a convincere la cittadinanza e l’opinione pubblica dei loro comuni ad un desiderio di riscatto. A volte i gesti simbolici sanno essere più persuasivi di tante altre azioni. Per esempio, a Ercolano, la città che proprio ieri è stata nuovamente colpita dall’ennesimo gesto criminale, la risposta del sindaco, Nino Daniele, al crimine che assedia il suo comune passa per una deliberazione della giunta municipale che esenta per tre anni dal pagamento dei tributi comunali gli operatoti economici che denunciano gli estorsori, che scelgono di non cedere al ricatto e alle intimidazioni e collaborano con la magistratura e le forze dell’ordine. Un atto amministrativo che va ad aggiungersi ad un progetto incalzante: sono stati affissi sugli edifici pubblici, scuole e chiese otto maxi pannelli che richiamano quei cittadini alla legalità. Su uno di quei grandi pannelli è scritto “Ogni giorno facciamo delle scelte, da esse nasce la nostra felicità”. Come a volerli invogliare a combattere contro la criminalità, richiamarli al rispetto delle regole e suggerire ai prepotenti un percorso di convincimento. E’ la cintura urbana di Napoli che si ribella alla malavita e i comuni, le scuole, gli oratori e le imprese sono i punti su cui far leva.
La Chiesa, riconosciamolo, da tempo è in prima linea e gli interventi pubblici del cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe, ormai non si contano più. L’attività dei parroci, disseminati nelle zone più a rischio, contro la criminalità è coraggiosa e tenace. La recente presa di posizione del presidente degli industriali della Campania, Giorgio Fiore, al convegno di Capri della Confindustria è stata incisiva: “Come imprenditori - ha detto - dobbiamo impegnarci in prima fila e interrogarci, senza alibi, sull’esistenza di aree grigie o peggio di collusione al nostro interno con la camorra”. Egli ha dimostrato molta energia affermando che è necessario ”monitorare la trasparenza degli associati, nonché quella delle aziende alle quali si subappaltano le commesse”.
Sono tutti segnali di un’azione che va facendosi comune, unitaria e che attende di essere sostenuta. Un’azione da accudire e non più rinviabile: ne va di mezzo la desertificazione della Campania.
da “la Repubblica” di sabato 31 ottobre 2009 di Giuseppe Ossorio
La Procura Generale di Napoli ha disposto la demolizione degli edifici abusivi in oltre 20 comuni delle province di Napoli e Caserta. Un problema antico e mai risolto, quello dell’abusivismo, che riguarda soprattutto il Sud. In Campania il fenomeno è dilagante. La legge nazionale antiabusi non riesce a combatterlo perché è troppo macchinosa per opporsi con efficacia. L’abusivismo è sotto gli occhi di tutti: distrugge paesaggi e zone rurali e fa crescere il mercato immobiliare. Costa all’amministrazione pubblica, quando controlla per reprimere e quando finalmente abbatte. Costa alla comunità, sia in termini di aumenti di affitti al nero, sia in termini di sicurezza delle abitazioni. Senza parlare dell’aspetto etico, perché si fa strada l’idea che il furbo che si costruisce un’abitazione abusiva nella stragrande maggioranza dei casi vince. Negli ultimi mesi, gli abbattimenti a Casalnuovo, a Ischia, a Procida, a Miseno segnalano una seppur lieve inversione di tendenza. Vengono alla luce casi di abusivismo che sono in realtà sotto gli occhi di tutti e che trovano larga accoglienza sui nostri giornali e talvolta sulle pagine nazionali dei quotidiani. Ultimo caso Giugliano. Alle spalle c’è il lavoro, fra mille difficoltà, delle Istituzioni pubbliche, e quello benemerito delle associazioni ambientaliste e dei cittadini comuni che con le loro denunce aiutano la giustizia.
Va detto che la lotta tra Stato e Antistato non si fa ad armi pari, per una legge farraginosa e, soprattutto per i pochi mezzi finanziari in dotazione alle amministrazioni pubbliche. In tempi di ristrettezza di bilancio, occorre escogitare altre misure compensative. La Regione Campania ha esaurito quasi del tutto il fondo di rotazione per abbattere il famoso quartiere abusivo di Casalnuovo. Oggi affronta il problema dell’abusivismo con i Programmi integrati urbani (P.I.U. Europa) finanziati dai Fondi europei 2007-2013. Questi Programmi interessano le 20 città della regione superiori a 50.000 abitanti e devono attestare, nell’attuazione dei loro piani urbani, le iniziative concrete di lotta all’abusivismo. In tal modo o si combatte seriamente l’abusivismo, o si perde la quota spettante dei circa 600 milioni di euro assegnati dall’Unione europea.
I comuni hanno la titolarità degli abbattimenti ma nel Sud, come al solito, sono troppo deboli mentre le connivenze locali si dimostrano troppo forti. Non mancano, nel frattempo, i tentativi di affrontare con energia lo scempio del territorio. E’ il caso di Caserta, dove il Prefetto, il Procuratore della Repubblica, l’Assessore regionale all’Urbanistica e i Commissari prefettizi dei comuni di San Cipriano d’Aversa, Orta di Atella, Lusciano, Castel Campagnano, Villa Literno hanno firmato un protocollo d’intesa per le demolizioni. Le Istituzioni firmatarie coinvolte in via ordinaria e sostitutiva hanno fissato le loro competenze per semplificare e rendere più efficienti le disposizioni e più veloce la tempistica. Quella dei protocolli d’intesa è una ulteriore via per l’applicazione effettiva della sanzione di demolizione dell’abuso, l’affermazione della legalità e il recupero del territorio. Rimane, però, in piedi la necessità che lo Stato si appropri con una legge della competenza diretta per combattere il fenomeno dell’abusivismo.
da “la Repubblica” di venerdì 16 ottobre 2009 di Giuseppe Ossorio
Si sostiene, anche autorevolmente, che la sanità sarà sempre un’azienda in perdita e non potrà mai essere attiva, perché la salute non può avere un prezzo. Non siamo del tutto d’accordo. Perchè è vero che il diritto alla salute è ineludibile per uno Stato civile e progredito, ma un diritto va perennemente difeso dalle semplici enunciazioni di principio e dai tanti nemici che si annidano lungo il percorso della sua attuazione. Diciamolo senza infingimenti, la sanità pubblica soffre della più iniqua delle distorsioni: quella che vede inconsapevolmente penalizzato il merito, inavvertitamente premiato il demerito e, a volte, purtroppo, incoscientemente gratificata anche l’incapacità. L’assessore regionale alla sanità ha tutta la competenza per intervenire.
La Campania ha le sue punte d’eccellenza dove il merito e la competenza sono di casa. Il problema è che tali eccellenze non sono assolutamente integrate con il sistema sanitario regionale. Molto spesso appaiono determinate dalla buona volontà e dalla capacità professionale del singolo operatore, piuttosto che da una precisa strategia. Il potenziamento logistico di quelle strutture e il loro rinnovamento tecnologico, salvo alcune encomiabili eccezioni, rientrano nell’anonimato dell’ordinaria amministrazione delle Aziende sanitarie. E ciò è un errore. Accade troppe volte che i cittadini non riescano ad usufruire delle eccellenze di casa nostra a causa delle lunghissime liste d’attesa. I pazienti che possono si allontanano dalla sanità pubblica e approdano in quella privata, gli altri, tristemente, trasmigrano verso altre regioni.
Non approfondiamo, in questa sede, la questione dei Policlinici universitari, la cui naturale funzione di formazione e di ricerca non sempre riesce ad armonizzarsi con il compito di assistenza ospedaliera che pure gli è assegnato, per la carenza dei mezzi finanziari.
Se, poi, la sanità pubblica dovrà essere sempre un azienda in perdita, dobbiamo almeno chiederci quale potrà essere il livello della perdita oltre il quale diventa insopportabile per il bilancio regionale. Il controllo della qualità della spesa non è un precetto o un’aspettativa vaga: è la gestione parsimoniosa e opportuna dei finanziamenti, che nei prossimi tempi non si dilateranno più a dismisura, anzi prevedibilmente si assottiglieranno.
La regione rivendica dal governo 1 miliardo e 700 milioni di euro per rate scadute di altri trasferimenti ordinari, finora non percepiti. Non sappiamo se tale aspettativa verrà accolta. Ci sembrerebbe opportuno, dunque, che, in vista delle prossime elezioni regionali, i parlamentari di ambo gli schieramenti abbandonino lo scontro politico e si facciano carico, con un’unica mozione alla Camera e al Senato, della necessità di rivedere, da un lato, i criteri di ripartizione dei finanziamenti nazionali che sono sfavorevoli alla Campania, dall’altro, di chiedere al Governo l’impegno, nel prossimo bilancio dello stato, di avviare il risanamento finanziario dei conti della sanità regionale, che non riguarda solo la nostra regione. A ben vedere, sarebbe interesse di entrambi gli schieramenti che si confronteranno alle prossime elezioni regionali poter affrontare il futuro fondando su risorse finanziarie congrue. E’ il momento di fermarci e di stabilire una tregua almeno su questo argomento. Finora, quei finanziamenti sono stati distribuiti alle regioni privilegiando il parametro fondamentale della popolazione anziana. La Campania, ovviamente, è penalizzata per l’alto tasso di natalità rispetto alla media nazionale, che abbassa l’età media della nostra popolazione. Né si è accolto il parametro delle condizioni sociali ed economiche che ci avvicinano alle aree deboli dell’Unione europea.
Risalto dei meriti e delle competenze; controllo della spesa, soprattutto, della qualità della spesa; collaborazione istituzionale e politica per affrontare un bene primario come quello del diritto alla salute, sono i temi centrali da affrontare nella prospettiva non remota del federalismo fiscale, che potrebbe ancora una volta penalizzare la nostra regione.
da “la Repubblica” di mercoledì 30 settembre 2009 di Giuseppe Ossorio
L’urbanistica a Napoli è materia infiammabile. La combustione è immediata se si parla di rinnovamento o di riqualificazione del patrimonio urbano. Si ripresenta, all’istante, il partito del no assoluto che si fronteggia con quello dello sviluppo edilizio.
Prendiamo il “Piano Casa” approvato dalla Giunta regionale fin dal maggio scorso. La Campania, in questa occasione, era stata la prima a prevedere misure urgenti per il rilancio dell’attività edilizia, dopo l’intesa di fine marzo fra lo Stato e le Regioni. Ebbene, da maggio ad oggi ben 12 Regioni hanno approvato una legge per l’intervento straordinario nel settore abitativo, mentre il nostro Consiglio regionale, forse, solo in queste ore dovrebbe dare inizio alla discussione in aula. Nel frattempo la commissione consiliare ha rimaneggiato il disegno di legge della Giunta e non sappiamo se lo ha migliorato o lo ha peggiorato. Lo vedremo.Sappiamo che la materia è delicata. Perciò, auspichiamo che si trovi un punto di equilibrio, come scriveva Francesco Compagna su “Nord e Sud”, dopo il terremoto del 1980, “che può consentire di sbarrare gli spazi alla speculazione e di allargare quelli necessari per dare alla imprenditorialità la possibilità e la convenienza di contribuire ad avvicinare l’offerta di case alla domanda”. Parole sulle quali dovrebbero riflettere i nostri consiglieri regionali. A quell’auspicio, oggi, possiamo solo aggiungere che si dovrà tenere conto di una migliore qualità dell’edilizia urbana rispetto a quella postbellica, che, tranne qualche rara eccezione, è da rottamare perché è decisamente brutta e priva dei requisiti antisismici.
Il rilancio della produzione edilizia può essere un “obiettivo” perché avvicina l’offerta di case alla domanda. Ma è anche uno “strumento” perché l’industria delle costruzioni si presta ad una manovra anticiclica, di contrasto congiunturale, con effetti positivi per l’intero sistema economico. E’ un settore a basso contenuto di importazione e di spreco di energia; induce, inoltre, alla produzione tante altre piccole imprese collegate; ed ha un effetto positivo sull’occupazione.
In Campania si stima che vi sia un alto fabbisogno abitativo insoddisfatto. Esso è una delle cause del fenomeno rilevante dell’abusivismo e del consumo del suolo agricolo. Ci convince, quindi, una legge che semplifichi e definisca senza difficili interpretazioni le funzioni e il procedimento amministrativo, per consentire una rapida attuazione degli interventi di riqualificazione urbana ed ambientale del territorio. Ne beneficerebbe il tempestivo rilancio delle attività edilizie residenziali, anche per rispondere ai bisogni abitativi delle famiglie disagiate. A veder bene, poi, nei fatti è delineata una zona di decompressione del carico abitativo, che esalta il “corridoio Nord-Sud” che va da Capua a Battipaglia. Tutto ciò non contrasta, e non deve contrastare, con l’esigenza di garanzia del governo del territorio: il Consiglio regionale deve fissare le percentuali di aumento della volumetria ed escludere gli ambiti a rischio idrogeologico come quelli di valore paesaggistico e culturale che devono essere salvaguardati. In questa materia è indispensabile l’equilibrio ed è necessaria la collaborazione fra la Regione e gli Enti locali, che deve essere specificata in modo chiaro nella prossima legge.
Se perdessimo quest’altra occasione, finiremmo col ritrovarci in una regione afflitta da gravi e difficili problemi, per le cui soluzioni la sinistra riformista e la sinistra radicale non si rivelano disposte, nei fatti, a trovare quegli indispensabili punti di incontro, senza i quali ogni ipotesi di governabilità sembra sfumare. E non sarebbe la prima volta.