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Ma il partito democratico, che cosa ne pensa del sud?

Da la Repubblica di martedì 13 gennaio 2009

di Giuseppe Ossorio
 
Il senatore Enrico Morando neocommissario del Pd per la provincia di Napoli, ha incontrato i segretari dei circoli già costituiti e i parlamentari napoletani. Un evento importante, che merita una riflessione franca, chiara e costruttiva. 
Molti napoletani di cultura repubblicana e liberale aderirono, insieme a tanti elettori che si richiamavano ai valori cattolici e socialisti, al Pd nella speranza che il nuovo soggetto politico potesse finalmente incarnare quel grande partito, riformatore e democratico, in grado di accogliere e sintetizzare la cultura liberaldemocratica con gli ideali socialisti e cattolico-democratici. 
Enrico Morando è un riformista di lungo corso, che si è molto battuto, negli anni, perché questa dimensione della politica trovasse ampia cittadinanza nel nostro paese fino a diventare effettiva maggioranza. Sa bene, dunque, che il richiamo alla democrazia liberale e al civismo repubblicano non è una pura declamazione retorica e nemmeno un semplice richiamo a nobili e antichi ideali. Sa bene che è, invece, un’indispensabile spinta alla modernizzazione del paese, alla sostituzione di vecchi ideologismi con progettualità  e idealità concrete, realmente operanti, per metterci al passo con l’Europa più avanzata.
Dobbiamo dire, con rammarico e preoccupazione, che l’area culturale alla quale ciò  richiamiamo, non è granchè rappresentata nel nuovo partito, se non in modo residuale, attraverso la cooptazione di qualche singolo personaggio. Ma ciò che è ancora più grave, non è stata adeguatamente considerata nemmeno sul terreno delle idee e dei programmi. 
Quello che ci tocca più da vicino, ad esempio, è la totale assenza di una politica per il Mezzogiorno. Non uno straccio di idea nuova per il nostro Sud e nemmeno un serio e rigoroso richiamo alle tesi dei meridionalisti più avvertiti e consapevoli. Mancanza non soltanto del Pd, in verità , ma di tutti i governi nazionali succedutisi nella cosiddetta seconda Repubblica.
Ora, pensare che questo gigantesco vuoto possa essere riempito esclusivamente dalle Amministrazioni locali, efficienti o meno che siano (questo √® un ulteriore problema da discutere), è un’ingenuità  politica oppure un cinico calcolo teso a non scontentare il cosiddetto partito del Nord. Anzi, diciamocelo con franchezza, l’abbandono ormai ventennale di ogni seria programmazione per lo sviluppo del Mezzogiorno ha così gravemente deteriorato la vita sociale ed economica di quelle popolazioni da rendere quasi impossibile una normale amministrazione degli Enti locali ed un naturale svolgersi della vita politica, fra crescente disoccupazione, incrudelire della malavita, e scomparsa di troppi centri direzionali della finanza e dell’economia tutti assorbiti dal Nord. Queste difficoltà  piegherebbero qualsiasi comune della laboriosa Lombardia e del virtuoso Veneto. Credere che così drammatici problemi si risolvano rinnovando genericamente un gruppo dirigente, nominando alle cariche elettive un deputato piuttosto che un altro, una senatrice piuttosto che un’altra, è anch’essa un’operazione ingenua o cinica. 
Morando dovrebbe accertare, innanzitutto, quali siano state finora le iniziative che il rinnovato gruppo parlamentare del Pd ha proposto in favore del Sud, quale sia il suo peso politico nel dibattito nazionale dove, invece, ogni giorno si sente, forse anche troppo forte, la voce dei Chiamparino, dei Cacciari, dei Bersani, dei Damiano in favore del Nord.
In secondo luogo, e con ancora maggiore urgenza, dovrebbe domandarsi quale sia l’idea di Mezzogiorno che il partito si sta formando sui programmi di sviluppo economico, sul ruolo da svolgere nel Mediterraneo, sulla infrastrutturazione necessaria, sulla politica del credito bancario, sulla salvaguardia del precariato (gli ultimi dati dicono che al Sud è quasi triplo rispetto al Nord), sulle nuove politiche ambientali per uno sviluppo compatibile che proprio il nostro Mezzogiorno potrebbe sperimentare per primo. E così via, per la questione dei centri storici, delle aree metropolitane e, naturalmente, soprattutto, per la lotta alla criminalità.
A Morando spetta il compito di pacificare un partito che sembra affetto, da una sindrome masochista che ha spento ogni entusiasmo iniziale, che sembra essersi rinchiuso in un suo recinto all’interno del quale si agitano soltanto lotte e scontri incomprensibili alla maggioranza dei cittadini. Un partito nel quale la finta e spesso ipocrita dialettica fra presunto vecchio e presunto nuovo si è sostituita alla normale, proficua dialettica fra le diverse sensibilità  culturali e le diverse progettualità  politiche le quali poi si devono fondere in una linea comune, frutto non di compromessi ma di una meditata e ragionevole sintesi.
Al senatore Enrico Morando la responsabilità  di parlare al Pd napoletano, al partito nazionale e soprattutto alla città , senza toni da processo o da apocalittica ultima spiaggia, con l’intento, invece, di costruire col dialogo e con l’inclusione. Ai roboanti proclami che sembra attirino consensi ma creano soltanto isterismi o false aspettative, sostituire la fatica della politica.