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Quali sono gli interessi del Sud da difendere?

Da la Repubblica di sabato 27 giugno 2009

di Giuseppe Ossorio

La proposta di Antonio Bassolino, di organizzare una nuova rete di alleanze che abbia come centro politico e programmatico la grande questione del Sud è, di per sé, una proposta importante, che ha finalmente riaperto un dibattito da troppo tempo ridotto a pura polemica personale.
Molti, fra intellettuali e uomini politici, stanno esprimendo consenso o dissenso. Provo a riordinare le idee.
Tutti segnalano l’importanza di organizzarsi attorno all’idea centrale della difesa del Mezzogiorno nei confronti di un governo il cui asse si sposta sempre più verso il Nord. Molti segnalano il rischio che si possa cadere nella tentazione di creare una sorta di Lega del Sud, che sarebbe perdente rispetto alla maggiore forza degli interessi che si coagulano attorno ai partiti nordcentrici. Altri ritengono che il nuovo progetto indebolisca il Partito democratico che, faticosamente, sta cercando di ricostruirsi dopo l’ultimo, infausto, anno.
Timori comprensibili, da non sottovalutare a meno che non siano conditi di strumentalismi, di vecchi rancori che, francamente, sarebbe proprio il caso di non esibire ancora, in un momento così difficile per l’intero paese.
Penso, invece, che il dibattito debba essere franco e costruttivo.
Il primo aspetto da sottolineare è questo: la questione meridionale non può essere derubricata, come è accaduto in questi anni, nè si può pensare all’intero Mezzogiorno come ad una sorta di colonia da occupare.Noi facciamo i grandi interessi del Nord e voi vi accontentate del fatto che a Napoli è stata tolta la monnezza e che la protezione civile si sia ben comportata di fronte alla tragedia del terremoto abruzzese. Cadere in questa trappola mediatica sarebbe l’ultima delle fesserie che la classe dirigente napoletana e meridionale potrebbe fare.
Il secondo punto concerne le alleanze. Perché un nuovo sistema dovrebbe necessariamente penalizzare il Partito democratico? A me sembra esattamente il contrario. Il Pd, per ragioni che qui sarebbe troppo lungo esporre, non ha avuto e non ha la forza di rappresentare, da solo, l’alternativa al governo di centrodestra. Può e deve essere, certamente, un punto di forza, uno degli elementi catalizzatori dell’opposizione. Ma da solo o con pochi, litigiosi, alleati, non va avanti. D’altro canto, nelle Puglie, nuovi accordi programmatici e nuovi esperimenti hanno portato i loro risultati, e si è riusciti a mettere insieme anche settori di centrodestra stanchi della alleanza con la Lega.
Ma l’aspetto più delicato, sul quale si dovrà  discutere a lungo, è quello politico-programmatico. Detto in parole più semplici: quali sono gli interessi da difendere nel Mezzogiorno? E quali le prospettive di sviluppo che si vogliono mettere in campo?
Questo è il punto cruciale. Se ci dovessimo chiudere in un puro rivendicazionismo finiremmo, di fatto, col fare quella Lega del Sud che né Bassolino né altri hanno intenzione di mettere in campo. D’altro canto, parlare genericamente d interessi comuni del Nord, del Sud e, addirittura dell’Europa, appare mera retorica.
Ciò che va immaginato, accogliendo serenamente tutti i contributi possibili e la funzione che il Mezzogiorno può svolgere nella complessiva rinascita italiana e nella ripresa dell’europeismo, anch’esso in grave crisi. Quali sono, insomma, le risorse che il Sud possiede e che può, per così dire, esportare, mettere a disposizione di una complessiva crescita morale ed economica? Non certo i particolarismi dei territori, come si dice con roboante retorica per coprire il clientelismo di fatto nato, cresciuto e pasciuto ai tempi della spesa pubblica facile. I punti di forza del Sud sono, invece, a mio modo di vedere, i giovani e, soprattutto, i giovani laureati e specializzati, costretti ad emigrare oppure a rimanere nella disoccupazione o nella sottoccupazione. Le piccole e medie aziende che, anche qui, sono nate e che trovano nella malavita organizzata, nella mancanza di infrastrutture, nella difficoltà di reperire credito a prezzo equo e, soprattutto, nell’inadeguatezza della burocrazia locale, statale ed europea, un ostacolo insormontabile al loro sviluppo.
Sembra, da questa semplice descrizione, un compito impossibile. Scalare una montagna altissima a mani e piedi nudi. Invece, è proprio nella tragicità della situazione che si possono trovare quella forza e quell’orgoglio però  far ripartire la crescita della nostra terra.
Non abbiamo bisogno soltanto di programmi ben definiti e articolati. Ma di una nuova passione, di un nuovo coraggio, che ci facciano perdere un lungo complesso di inferiorità che, dagli anni ottanta ad oggi, ci ha mortificato e paralizzato.