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Una boccata d’ossigeno per le imprese meridionali

Da la Repubblica di domenica 26 luglio 2009

di Giuseppe Ossorio

La terapia  più incisiva per risollevare le condizioni difficili - per usare un eufemismo - delle regioni meridionali è il sostegno finanziario alle imprese che vi risiedono insieme al potenziamento dei servizi. Innanzitutto, bisogna creare la ricchezza. Perciò la difesa del debole tessuto imprenditoriale del sud dovrebbe essere in cima ai pensieri dei governi, nazionale e regionale.
Un contributo intelligente lo ha dato l’altro ieri l’Ordine dei dottori commercialisti di Napoli. In poche parole e ovviamente semplificando al massimo la proposta, il ministro dell’economia, Giulio Tremonti, dovrebbe inserire nel decreto anticrisi, appena approvato alla Camera, che andrà  al Senato la prossima settimana, una norma per dedurre dalla base imponibile dell’imposta sul reddito delle società di capitale gli interessi passivi che si pagano per ottenere dalle banche i finanziamenti e i mutui. Lo farà Giulio Tremonti? In sostanza, l’Ordine ha proposto una boccata d’ossigeno per le imprese, e quelle meridionalità soffrono più delle altre per il forte calo della domanda e, quindi, del fatturato.
Ecco, sono proposte come queste che mi inducono a pensare che la residua classe dirigente napoletana - in essa si fatica ad annoverare i nostri silenziosi parlamentari - voglia occuparsi, sia pure per interesse di categoria, delle difficili condizioni del Sud. Ma osserviamo che mentre i giornali locali dibattono tali questioni, i quotidiani e l’informazione televisiva nazionale, che condizionano di più l’opinione pubblica, continuano a tacere sul sottosviluppo del Sud. Solo la Svimez è riuscita nei giorni scorsi a rompere questo muro di silenzio. Ma la notizia era forte. Nel suo Rapporto ha annunciato l’emigrazione di 700.000 giovani e laureati. Fuga dal Sud verso il Nord. Da troppi anni un’interpretazione dottrinaria (ultraliberista e interessata) del liberalismo ha marginalizzato le politiche meridionaliste. Sono stati enfatizzati i limiti e gli indiscutibili difetti del vecchio meridionalismo ma, con essi, si sono gettate alle ortiche le esigenze reali e profonde della politica meridionale. Stampa ed intellettuali si sono accodati ad un pensiero unico senza capire che stupidamente si è indebolito non solo il Sud, ma l’intero sistema economico italiano e, soprattutto, si è disintegrata l’unità culturale e politica del nostro paese minando le fondamenta stesse della nostra civiltà. Promuovendo la cultura del razzismo.
Lo stesso Partito democratico ha dimostrato incertezza e ambiguità  nell’eterno dubbio se inseguire il leghismo del Nord o contrapporre ad esso un’alternativa capace di rispondere con reale concretezza alle esigenze alle quali la destra al governo risponde con demagogia e populismo.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Accade così anche nei cosiddetti casi eticamente sensibili, come quelli bioetici. Il Partito democratico sembra non riuscire a esprimere un giudizio chiaro e preciso: insomma sembra essere né carne né pesce.
La significativa ripresa, almeno in sede locale, dell’iniziativa politica meridionale non può ridursi alla contrapposizione fra un improbabile leghismo del Sud e l’ormai collaudato leghismo del Nord. Sarebbe semplicemente la distruzione definitiva del nostro paese. Deve, invece, concentrarsi su due grandi direttive: da un lato riorganizzare e far crescere le forze economiche, culturali e civili del nostro meridione. Dall’altro denunciare, con forza e decisione, tutte quelle politiche che, oggettivamente, danneggiano il Sud e ne assorbono le risorse migliori per impiegarle altrove. Il caso dell’utilizzo dei Fondi per le aree sottoutilizzate per altri scopi - come è stato denunciato più volte - è soltanto quello più eclatante, ma non certo il solo nè il meno grave.
E’ la politica ordinaria e quotidiana dei governi passati, di quelli di destra ma anche di quelli di sinistra, ad essere profondamente antimeridionalista e filonordista. Il che, non solo non è equo ma, sui tempi lunghi, è svantaggioso per l’intera comunità nazionale.
Ma perchè tutto ciò non rimanga un’azione limitata all’ambito culturale, in sè e per sè fondamentale ma naturalmente monca, è necessario che ognuno, per le sue forze e competenze, si assuma le responsabilità del caso.
Ci sembra evidente, dunque, che la deputazione campana e meridionale del Partito democratico e dell’intera coalizione di centrosinistra si dovrà decidere a svolgere un ruolo attivo di vigilanza, di denuncia e di proposta. L’attuale silenzio non ha, francamente, spiegazione.
E’ necessario che ci si doti di un osservatorio permanente delle politiche nazionali che aiuti, innanzitutto, a ripristinare la verità  delle cose.
Di fronte alla crisi del berlusconismo che, prima o poi, dovrà manifestarsi in tutte le sue contraddizioni, è necessario che anche sulla questione del Mezzogiorno il Pd si presenti con un profilo chiaro e nitido, con proposte concrete e praticabili e che, soprattutto, sia pronto a mettere in moto una vera e propria rivoluzione culturale di cui l’Italia intera e, in parte, l’Europa, hanno assoluta necessità per uscire positivamente dall’attuale, profonda, crisi.