IMAGE

Addio schema dell’assistenza

Da “la Repubblica” di martedì 3 agosto 2010

di Giuseppe Ossorio

Già è iniziata la giostra delle candidature a Sindaco di Napoli, eppure da poco” abbiamo lasciato alle spalle le elezioni regionali. Il Presidente Stefano Caldoro è alle prese con la cassa vuota della Regione, segno che le condizioni finanziarie non sono le migliori.
Il futuro dell’economia regionale è difficile, la disoccupazione aumenta, ma i partiti iniziano le manovre interne per le prossime elezioni comunali. C’è di che disaffezionarsi alle prossime scadenze elettorali. Nel partito democratico Umberto Ranieri si candida a Sindaco e nel centro sinistra ci pensa Luigi De Magistris a metterne in dubbio l’efficacia. Nel centro destra, per ora, si affaccia solo la candidatura di Maurizio Marinella.
Ci si interroga sulle ripercussioni in Campania del divorzio fra Berlusconi e Fini. Lo fanno quasi in simultanea sui giornali cittadini un filosofo, Ernesto Paolozzi, e uno storico, Paolo Macrì. Entrambi sono intervenuti con toni preoccupati e hanno posto questioni di rilievo se si pensa, appunto, alla assoluta necessità di stabilità del governo delle Istituzioni locali. Paolozzi paventa una crisi di sistema che attraversa l’intera politica e l’intera società campana.
Macrì scorge nella presa di posizione di Fini, in gran parte avversa al federalismo, il rischio di un ritorno a forme antiche e desuete di meridionalismo. Vorremmo aggiungere a queste analisi, purtroppo in gran parte condivisibile, una considerazione forse sgradevole ma, crediamo, di assoluta rilevanza. Negli anni dello Stato unitario, fatta forse eccezione per il decennio governato da Alcide De Gasperi e per il primo periodo di intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno, ha funzionato lo schema politico dell’assistenza e del potere locale ai proconsoli del governo nazionale. Questo schema oggi si è infranto. Si è rotto, in verità, da qualche tempo.
Le direttive europee, la globalizzazione dei mercati, la crisi dell’economia e dello stato assistenziale, “L’eclisse della socialdemocrazia” come ha descritto nel suo libro Giuseppe Berta, rendono impossibile questo scambio. In poche parole, i governi centrali non possono più tenersi buoni i governi locali, soprattutto quelli del Sud, in cambio di una qualche forma più o meno legittima di assistenza.
È un’analisi cruda, propiziatrice di inimicizie certamente superiori alle amicizie ma, ahimé, è la verità. Ci sembra che nessuno degli schieramenti in campo, o delle forze sociali ed economiche presenti sul territorio, riescano a prefigurare un reale modello di sviluppo in grado di portarci fuori dalla crisi. Meno che mai è invidiabile la posizione degli amministratori locali chiamati a gestire una situazione così difficile. In tale quadro, può il centrosinistra continuare a fagocitare i suoi candidati in nome di lotte intestine tese a preservare i gruppi dirigenti?
Può il centrodestra limitarsi ad indicare candidature a Sindaco di personalità della società civile sicuramente illustri nel loro campo, ma insufficienti a fronteggiare una complessa macchina burocratica come quella di una grande città come Napoli?
Diventa dunque stringente l’appello apparso su “Avvenire” dei vescovi italiani. Il problema è quello delle classi dirigenti. È paradossale che una categoria della cultura liberale venga presa in prestito dalla gerarchia della chiesa e la classe politica rimane inerte.
Con fatica si dovrà ricostruire il tessuto politico e sociale. Invece di strillare già adesso le candidature a Sindaco, è necessario dare segni evidenti di assunzione di responsabilità e di convinta adesione alla buona amministrazione, e dire quali saranno le priorità con le poche disponibilità finanziarie a disposizione.
“I partiti devono essere le organizzazioni delle passioni” di fronte ad una rinnovata passione ideale si ritroverebbero anche nella società quelle forze e quelle energie che oggi sono smarrite.