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Società di trasporto. Il carburante è finito

Da “la Repubblica” di mercoledì 16 novembre 2011

di Giuseppe Ossorio

La Società che gestisce un servizio pubblico è in perdita? Bene, facciamola fallire. Meglio ancora, mettiamola in liquidazione. Oppure, perché no, privatizziamola. Ormai siamo al parossismo puro. Chi più ne ha più ne mette. Meno male che certe soluzioni tranchant non sono prospettate dai vertici istituzionali, altrimenti ci sarebbe di che preoccuparsi.
Intendiamoci: il costo del personale è mediamente il 70% del conto economico e i fornitori vengono pagati con incredibile ritardo. Il sistema così non regge. Come ho pi๠volte denunciato su queste colonne, la situazione è grave. Non è colpa dell’Unione Europea, ma delle cicale di casa nostra che hanno stretto in una camicia di forza le gestioni aziendali con leggi, regolamenti e accordi insostenibili. Il paradosso è che gli amministratori si ha la pretesa di chiamarli manager. Fa più tendenza. Nelle cronache degli ultimi giorni, si è più volte denunciato lo stato di insolvenza in cui verserebbero le Società di trasporto partecipate dalla Regione Campania.
La questione è di assoluta delicatezza e mi induce a svolgere due riflessioni: sul piano tecnico-giuridico, e anche dando uno sguardo alle prossime scelte di politica societaria. Insomma, le società a capitale pubblico sono assoggettabili alle procedure concorsuali? In una parola, possono fallire? O vale anche per loro il principio della non assoggettabilità al fallimento degli Enti pubblici che esercitano attività d’impresa, affermato dall’art. 1 della legge fallimentare e dall’art. 2221 del codice civile?
L’esenzione sarebbe connessa alla natura e ai fini dell’attività pubblica. E queste società perseguono finalità pubbliche; svolgono attività analoghe a quelle di soggetti pubblici quali lo Stato e gli Enti territoriali; e, inoltre, sono sottoposte ai poteri di controllo da parte degli Enti pubblici. Ma, allora, è possibile decretarne il fallimento? Vi sono diversi orientamenti giurisprudenziali. È stato ritenuto operante il criterio dell’esenzione dal fallimento di una società di servizi a capitale esclusivamente pubblico, perché vi è la particolare ingerenza del socio pubblico nella nomina degli amministratori e nell’erogazione delle risorse finanziarie.
Altri Tribunali, invece, hanno ritenuto la non assoggettabilità al fallimento ma esclusivamente di quelle società pubbliche che esercitano servizi pubblici essenziali, in ragione della qualificazione della natura “necessaria” attribuita all’attività svolta. Diversamente, parte della dottrina ritiene che le società in mano pubblica non perdono mai la loro natura privatistica e sono sempre fallibili. Tale approccio appare chiaramente funzionale a garantire le aspettative dei creditori e, dunque, evitare le differenze di trattamento con i creditori dell’impresa privata. Proprio nel nostro territorio l’ACMS s.p.a., l’Azienda di trasporto pubblico su gomma di Caserta, è stata dichiarata insolvente e posta in amministrazione straordinaria. Ciò conferma la presenza nel nostro ordinamento di soluzioni normative che prevedono anche per le imprese esercenti un servizio pubblico essenziale la possibilità di essere ammesse ad una procedura concorsuale, sia pure di tipo speciale. Chiariamolo subito. Quella procedura non risolve i problemi strutturali dell’azienda.
Come si vede il quadro è particolarmente variegato e complesso. Volendo rappresentare con una battuta la situazione economica in cui versano le società di trasporto pubblico si corre il rischio di scivolare nel qualunquismo. Ben altro, quindi, dovrà essere l’approccio per rimettere in sesto queste Società . Per ritornare alla realtà dei trasporti della nostra Regione, la soluzione prospettata dal professore Nello Polese, Presidente dell’Eav s.r.l., (la holding delle società del trasporto pubblico regionale), che vuole accorpare le aziende esercenti il trasporto su ferro, per perseguire gli obiettivi dell’efficienza aziendale, dell’economicità dei costi del personale e della manutenzione vanno lette con interesse.
È il tentativo di una svolta e di una razionalizzazione del sistema. In tale prospettiva, ricapitalizzare, sia pure parzialmente, alcune società del gruppo sta ad indicare la piena comprensione dei problemi strutturali che affliggono il settore e va oltre l’assorbimento della perdita. Significa da un lato giustificare quella perdita e dall’altro una sostanziale riduzione del prezzo del servizio al cittadino-utente. C’è, quindi, necessità di razionalizzare il sistema delle partecipate.
La sfida è di realizzare concretamente gli obiettivi di efficienza, efficacia ed economicità della gestione attuando Piani industriali concreti con la responsabilità di tutti. So bene che è sempre difficile mettere in pratica questi precetti e che la strada è in salita. C’è un’alternativa?