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L’onda africana bagna Napoli

Da “la Repubblica” di martedì 22 febbraio 2011

di Giuseppe Ossorio

Vi sono tutte le condizioni perché l’esodo di questi giorni dalla sponda africana alla nostra penisola provochi ‘l’effetto domino’. Il malessere che già esiste nelle nostre periferie può tramutarsi in una profonda scossa sociale. L’avvertimmo già, con un certo timore, su queste colonne. Il Sud è l’anello debole del paese e il governo nazionale ha il dovere di intervenire rapidamente. E né le Regioni del Sud, né i Comuni possono affrontare in solitudine questa pericolosa emergenza.

La rivolta in Tunisia, Algeria, Egitto e Libia vede protagonisti soprattutto i giovani che affermano il desiderio di libertà e di una vita dignitosa. La maggioranza di quella popolazione è sotto i trent’anni. E nel nostro Sud, in Campania e in particolare a Napoli la questione giovanile è drammatica. La disoccupazione ha raggiunto livelli eccezionali. Le condizioni dei nostri giovani in attesa di una prima occupazione non sono dissimili da quelle del nord Africa. La saldatura delle due disperazioni sarebbe pericolosa.
I nostri giovani non sono i ‘nuovi vitelloni’ come quelli degli anni ’50 e ’60, assaliti dall’ozio e dall’apatia. Semplicemente non trovano lavoro e sono le famiglie a sostenerli, almeno finché potranno. I loro bisogni prosciugano i pochi risparmi dei congiunti e la loro precarietà inizia a intaccare il reddito delle famiglie che finora se ne sono fatti carico. Si consumano, così, i risparmi di due generazioni. Nell’agenda del ministro Giulio Tremonti, se non si vuole provocare ‘l’effetto domino’ del malessere africano nelle regioni del Sud, deve essere messo al primo posto un’azione straordinaria per il Mezzogiorno che dia effetti nel breve periodo. Si devono sbloccare i Fondi per le aree sottoutilizzate, senza alimentare clientele e spendendoli senza negoziazioni. Ma c’è un altro punto che ci fa riflettere.
I sacrifici che oggi sostengono le famiglie sono aggravati dall’incertezza del nostro stato di benessere, che un tempo si fondava sul principio di uguaglianza sostenibile. Quei diritti sociali sono ridotti a diritti minimi. Siamo stati capaci di distruggere il nostro welfare lo abbiamo affondato carico di debiti. E oggi che la ricchezza delle famiglie si assottiglia ne avvertiamo la necessità, anche più di prima. La sanità pubblica e la pubblica istruzione sono i capitoli più sottoposti al torchio del Ministero del bilancio. Il servizio sanitario è di totale competenza regionale, in Campania ha assunto i connotati negativi che conosciamo. Per fortuna si salvano alcune, purtroppo poche realtà di buona sanità.
Come non mai, una buona sanità pubblica e una buona pubblica istruzione potrebbero aiutare le famiglie dissanguate da un meccanismo di resistenza sociale che sopperisce a equilibri ormai instabili. E costituirebbero due formidabili ammortizzatori, indispensabili soprattutto in questo momento per la pressione che proviene dalle sponde del mediterraneo e che prima o poi si riverserà anche in Campania. Che cosa è successo nella sanità pubblica? Perché la burocrazia ha divorato il servizio pubblico? Come sono stati distribuiti i fondi che avrebbero permesso, in caso di equa distribuzione, di offrire una prestazione sanitaria diffusa, almeno sufficiente? Perché la cattiva sanità ha divorato la buona sanità che pure esiste?
Sono tutti interrogativi ai quali bisogna rispondere.
La saldatura che può verificarsi fra il disagio dei nostri giovani e quello di una popolazione che emigra da noi in cerca di un futuro migliore impone, quindi, come non mai migliori servizi sociali. È vero, essi vanno profondamente cambiati. Si parla di merito e di efficienza. Ebbene, mentre la Regione fa il suo dovere, vorremmo rivolgere al legislatore nazionale una riflessione: il sistema della sanità pubblica deve essere totalmente rivoltato. Anche accettando soluzioni drastiche sulle quali dovremmo misurarci.
Non siamo più in condizione di ripercorrere le vecchie strade degli accomodamenti. I tempi non lo consentono più.