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Quanto pesano i Servizi pubblici in Campania

Da “la Repubblica” di domenica 22 gennaio 2012

di Giuseppe Ossorio

Liberalizzare il mercato non è più un tabù. Ci avviamo con molte resistenze verso una “società aperta”. Dopo il timido tentativo di Bersani ci prova Mario Monti, forse con maggiore successo. Il governo ci consegna un’ondata di liberalizzazioni in alcuni settori protetti, con l’auspicio di una crescita economica del paese.
Se il Parlamento li approvasse senza annacquarli ulteriormente, avremmo, con più di venti anni di ritardo, alcune norme che delineano un mercato più libero.
Era necessario. È urgente creare subito un contrappeso con delle vere e forti Authority che possano comminare pesanti sanzioni. Ogni anno la Heritage Foundation pubblica un rapporto che misura le libertà economiche e di impresa in 184 paesi, analizzando alcuni parametri. Ebbene l’Italia è al 92° posto e in Europa supera solo la Grecia. Le regioni italiane sono analizzate dallo “Studio Sintesi” pubblicato mercoledì scorso dal Sole 24 Ore. E la Campania è ultima nella graduatoria degli indici di libertà economica fra le regioni del sud è superata perfino dalla Sicilia e dalla Calabria.
La sua economia è ingessata. Il punto è che mentre in Italia inizia l’era delle liberalizzazioni, i servizi pubblici locali sono appena sfiorati dalla liberalizzazione (perché erogano un servizio pubblico) né si avvia un processo di privatizzazione per renderli meno improduttivi. Eppure, la loro consistenza ha un’incidenza forte sull’economia di tutte le regioni. Al nord, però, quei servizi pubblici hanno una migliore efficienza e una maggiore produttività. Al sud rappresentano un nodo scorsoio dell’economia privata, i loro bilanci sono perennemente in negativo, avidi di continue e ripetute sovvenzioni pubbliche.
Diciamolo senza infingimenti, i servizi pubblici in genere sono delle vere e proprie diseconomie; nelle regioni meridionali sono una palla al piede del mercato locale e dei bilanci pubblici. Non confondiamo le liberalizzazioni, che vogliono eliminare ogni ostacolo all’iniziativa privata e spontanea degli attori del mercato, con le privatizzazioni, che intendono trasferire la proprietà delle imprese da soggetti pubblici a soggetti privati. Resta, comunque, che il nuovo capitolo da affrontare con serietà è lo smantellamento o almeno l’abbattimento dei costi delle società pubbliche che gestiscono quei servizi.
Il “Capitalismo Municipale” è forte e resistente. Lo stesso decreto di liberalizzazione prevede appena l’obbligo di gara per l’affidamento dei servizi pubblici. Ma l’autocertificazione “in sede locale dei bacini ottimali per avviare quelle gare apre a facili aggiramenti delle privatizzazioni” allontana la soluzione di quel problema. In Italia vi sono ben 7.000 società pubbliche locali che costituiscono il sistema del “Capitalismo Municipale”. Abbiamo imprese pubbliche che forniscono il trasporto locale, ma anche imprese di informatica e di logistica, imprese di costruzione e farmacie.
In Campania, secondo un comunicato dell’UnionCamere, alla fine del 2009, vi è la maggiore presenza di società a totale controllo pubblico, il 5,6% sul totale nazionale e il 23,7% dell’intero Mezzogiorno.
Segue la Sicilia con il 3,5% del totale nazionale e il 16,5% di quello del solo meridione. Esistono, ovviamente, anche nella nostra regione alcune isole felici. Sono quelle micro imprese private e quelle poche imprese di medie dimensioni che ogni giorno competono con la concorrenza, non solo nazionale. Esse devono lottare anche con le diseconomie delle tante aree protette nel sistema dei servizi pubblici, che sono un peso non più sopportabile per il bilancio della Regione, e anche per le finanze delle province e dei comuni.
La sfida è superarle, chiedendo ai portatori di interessi legittimi ma iniqui verso la comunità regionale e municipale di rinunciare, almeno in parte, ai loro vantaggi per alleggerire il peso dei cittadini consumatori. In Campania sapremo affrontare questa sfida? E con quali forze e quali competenze?