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Assistere i senzatetto o spendere per l’effimero

Da “la Repubblica” venerdì 17 febbraio 2012

Di Giuseppe Ossorio

Abbiamo alle spalle due settimane nelle quali è emersa la fragilità  dell’assistenza pubblica a Napoli. Chi affolla twitter ha duramente rimproverato Roberto Bolle, il primo ballerino della Scala, perché ha espresso la sua delusione per le condizioni precarie dei senzatetto, al riparo sotto i portici del San Carlo. Ha sbagliato a cogliere lo stridore del contrasto fra la bellezza del San Carlo dopo il restauro e le condizioni disperate di chi ha perso tutto. Ma resta il problema. Chi si deve far carico di questa fascia di invisibili? L’artista ha colto una frattura, una delle tante contraddizioni di Napoli. Ma, ormai, c’è qualcosa di più. Si sta raggiungendo a rapidi passi il punto di rottura della tenuta sociale cittadina.
Ai senza fissa dimora si aggiungono i nuovi poveri. Chi un lavoro lo aveva e adesso è in cassa integrazione o chi lo ha perso del tutto; i giovani che da lungo tempo si dibattono nella precarietà ; chi ha problemi di salute mentale e non è assistito; chi è stato abbandonato dalle cure ospedaliere. Le condizioni di abbandono, nei giorni di maggiore disagio, sono state attenuate dalle cooperative sociali e dalle associazioni non governative che hanno organizzato tante forme spontanee di solidarietà  cittadina. Nel capoluogo campano, dice Andrea Olivero il portavoce del Forum del Terzo Settore, i tagli all’assistenza sociale si coniugano con la collaudata difficoltà  ad organizzare le politiche di assistenza e cura. Bisogna riconoscere che è stata preziosa l’attività  della Caritas e della Comunità  di Sant’Egidio.
La Commissione d’indagine sulla esclusione sociale, nel Rapporto 2010, ha stimato nell’area napoletana circa 1.500 persone senza dimora, con un aumento del 30% fra il 2008 e il 2009. E rileva che “il progressivo avanzare della povertà  nell’area metropolitana è sotto gli occhi di tutti. Aumenta paurosamente il numero delle persone che vivono per strada”. Perciò sono benemerite tutte le attività  di volontariato religioso e civile. Avremmo voluto che la Giunta comunale di Napoli fosse stata al centro di questa opera di assistenza e solidarietà . Mentre il welfare comunale si assottiglia la spesa pubblica del comune di Napoli è impegnata a sostenere il capitalismo comunale delle società  pubbliche e altre spese eludibili. Anzi, pare che la Giunta voglia organizzarle in una holding comunale, senza cogliere che le società  pubbliche negli anni si sono tramutate in uno stipendificio e che il Decreto Monti sulle liberalizzazioni si muove nel segno opposto.
L’assessore al bilancio del comune di Napoli, Riccardo Realfonso, nel prossimo bilancio 2012 oltre “all’efficientamento del Comune” (quando vi perverrà  saremo felici), deve tagliare nettamente le spese per l’effimero e le manifestazioni inutili. Sono spese che, ormai, in Italia gli enti locali non possono più sostenere. Provi a convocare al più presto la prima “Assemblea del Popolo”, già  deliberata dalla giunta comunale de Magistris, come rottura con il passato. E, in quella sede, chieda al Popolo napoletano se nel prossimo bilancio vuole prevedere più welfare comunale o più spese per gli spettacoli e gli eventi futili. Chieda all’Assemblea del Popolo se vuole un radicale risanamento delle fogne per evitare il ritorno della lava dei Vergini e l’allagamento delle strade, o il “turismo della spazzatura” e la “scogliera usa e getta” di Mergellina. Il Comune di Napoli era dotato di un Piano sociale che nel triennio 2007-2009 “impegnava” mediamente fra gli 84 milioni e gli 86 milioni ogni anno. Al contrasto all povertà  era previsto mediamente un “impegno” fra i 17 milioni e i 18 milioni. Questi erano gli importi che si leggevano in un resoconto pubblico dell’assessorato alle Politiche sociali nel dicembre 2010.
Ecco, in quella Assemblea popolare si potrà  parlare pacatamente se aumentarle o diminuirle.