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Sanità, non si guardi solo ai numeri ma anche agli obiettivi da raggiungere

Caro Direttore, nel settembre 2010, in occasione della prevista stipula della Convenzione Regione Università per i Policlinici Universitari (convenzione che almeno per la Federico II a tutt’ora non c’è!), m’interrogavo, sulla stampa cittadina, con l’On. Giuseppe Ossorio se, per caso, non fosse stata questa (quella) l’occasione per “coniugare l’offerta di una migliore prestazione sanitaria e una spesa pubblica più rigorosa e definire, al contempo, finalmente, il ruolo dei due Policlinici Universitari della Campania”. Paventavamo, già allora, e, purtroppo, a ragione, la possibilità che, ancora una volta, si perdesse un’occasione propizia e si rimanesse avviluppati solo in un procedimento amministrativo contabile di “corto respiro”.
La collega Maria Triassi, sul Corriere del Mezzogiorno di giovedì, anche alla luce dei rilievi della magistratura contabile, dell’emergenza dei pronto soccorso, lamenta la “filosofia” sanitaria spregiudicatamente ragionieristica-contabile senza futuro perchà© basata solo sui tagli ed avulsa da una “proposta metodologica di politica sanitaria” e comprensiva di tutta l’offerta sanitaria, pubblica, privata, senza dimenticare, ovviamente, l’apporto che potrebbe e dovrebbe dare la risorsa della sanità universitaria.
Federico Caffè chiosava che ”È ben noto, dalla letteratura sull’oligopolio che la spregiudicatezza è uno dei tratti caratteristici delle strategie e tattiche che vi si adottano”.
L’indicatore più clamoroso del fallimento della politica sanitaria regionale, ribadisco sanitaria e non del mero rientro numerico del debito, è che nell’anno appena concluso si è registrato il primato negativo di “mobilità passive” per 417 milioni di euro. Primato nazionale. Oltre cento milioni in più del buco di 311 milioni calcolato nel 2010 sulla base di un saldo migratorio negativo di circa 63.000 pazienti: 89.000 campani in uscita e solo 26.000 in entrata (fonte IL FATTO).
L’analisi del fenomeno ci porterebbe a conclusioni ancora più amare se si considerasse che alla base dei mortificanti viaggi della speranza, che tanti concittadini intraprendono annualmente verso altre regioni, ci sono oltre che la ricerca di soluzioni “tecniche” (che non si capisce perchà© non possano essere accudite in regione) anche solo la perduta fiducia nella nostra offerta sanitaria e, quindi, si intraprendono anche per cose banali con danni economici non più sopportabili per la comunità .
L’assenza di un piano sanitario, ma solo ragionieristico-contabile, senza l’indicazione precisa degli obiettivi sanitari da raggiungere oltre che essere eticamente non commendevole e, per certi versi addirittura bizzarro, ha gestionalmente conseguenze devastanti. Infatti la nomina dei vertici regionali della gestione sanitaria (direttori generali) si traduce in un atto privo di significato, cioè solamente burocratico. Esso attiene ad una vecchia gestione di un vecchio modello erogatore di servizi pubblici, che la finanza pubblica non può più sopportare.
A questi amministratori può solo applicarsi l’aforisma di Leonardo “Quelli che s’innamoran di pratica sanza scienzia son come ‘l nocchier ch’entra in navilio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada”.
Un modello di policlinico che nasce per le primarie esigenze didattico scientifiche, per i suoi “numeri” (pianta organica universitaria) e pur anche per sua “vocazione” (capacità di ricerca), non può fare un ospedale, nella comune accezione del termine; piuttosto, può solo offrire, e non è poco, aree di alta specializzazione o, quantomeno, impegnarsi a svilupparle per un secondo livello di diagnosi e terapia. Se si vuole che nei Policlinici accanto a una realtà di diagnosi e cura universitaria di alta specializzazione esista “nel breve” anche una realtà ospedaliera tradizionale di diagnosi e cura, per intenderci comprensiva di pronto soccorso, bisognerà affiancare alle strutture universitarie, nei modi logistici e organizzativi che si riterranno opportuni, strutture proprie del servizio sanitario nazionale, integrando così, vocazioni diverse. Questo potrebbe, o forse dovrebbe, essere lo spirito laico in cui muovere il nuovo Protocollo d’intesa, farne, in altri termini un documento di programmazione piuttosto che un mero documento contabile, del dare e dell’avere. Ciò significa superare, anche se con ritardo, un vecchio problema, fonte di annose polemiche, per creare una nuova realtà di alta specializzazione integrata fra l’università e il sistema sanitario nazionale, e produrre nella nostra regione una proposta sanitaria “metodologicamente” nuova, fonte di risparmio e di qualificazione.

Prof. Dott. Lucio Palombini