IMAGE

Atti parlamentari Camera – XVI Legislatura - Allegato B ai resoconti - seduta

ATTI DI CONTROLLO E DI INDIRIZZO

ATTI DI INDIRIZZO

Mozione:

Primo firmatario Giuseppe Ossorio

La Camera, premesso che:
secondo l’ultimo rapporto Svimez il Pil nel Mezzogiorno, dal 2001 al 2010, ha segnato una media annua negativa, -0,3%. Decisamente lontano dal + 3,5% del Centro-Nord, a testimonianza del perdurante divario di sviluppo tra le due aree. In valori assoluti, a livello nazionale, il Pil è stato di 25.583 euro medio pro capite. Ai 29.869 euro del Centro-Nord si contrappongono i 17.466 euro del Mezzogiorno. Fra le regioni del Sud, l’Abruzzo è quella con il Pil pro capite più elevato con 21.574 euro; circa 2.200 euro al di sotto dell’Umbria, la regione più debole del Centro-Nord. Seguono il Molise con 19.804 euro, la con Sardegna con 19.552 euro, la Basilicata con 18.021 euro, la Sicilia con 17.488 euro, la Calabria con 16.657 euro e la Puglia con 16.932 euro. La regione più povera è la Campania, con 16.372 euro;
i dati e le previsioni per il futuro sembrano confermare che Nord e Sud del Paese viaggiano su strade opposte: il PIL del Centro-Nord è previsto a +0,8%, quello del Mezzogiorno a +0,1%. Per il Sud, il 2011 è stato il secondo anno consecutivo di stagnazione, dopo il forte calo del PIL nel biennio di crisi 2008-2009. Tutte le Regioni meridionali presentano valori inferiori al dato medio nazionale e oscillano tra un valore minimo pari a -0,1% della Calabria e un valore massimo pari a +0,5% della Basilicata e Abruzzo. In mezzo, Molise e Campania segnano +0,1%, la Puglia + 0,3%, Sicilia e Sardegna ferme a 0%. La forbice del divario, dunque, si restringe e pare destinata ad aumentare;
quanto all’occupazione, nel 2010 i posti di lavoro sono calati al Sud del 5,6% (-5,8% nel manifatturiero) contro il -3,1% del Centro-Nord. Il ricorso alla cassa integrazione, soprattutto straordinaria, è proseguito come già nel 2009: al Sud, nel 2010, le ore erogate nel settore manifatturiero in presenza di crisi strutturali sono state + 146% (113 milioni di ore); nel resto del Paese + 163% (544 milioni di ore). Da segnalare che tra il 2008 e il 2010 il manifatturiero meridionale ha perso quasi 130mila posti di lavoro, il 15% del totale, che si aggiungono ai 490mila del Centro-Nord.
Siamo, dunque, di fronte al rischio concreto di una profonda de-industrializzazione di tutta l’area del meridione d’Italia. Un’eventualità questa che avrebbe effetti catastrofici sull’economia di tutto il Paese;
altro dato su cui riflettere è quello relativo al credito: il tasso di interesse, al Sud nel 2010 si è attestato al 6,2%, contro il 4,8% del Centro-Nord. Resta, quindi, invariato il divario di 1,4 punti percentuali, quale riflesso dell’elevata rischiosità delle imprese meridionali;
di fronte a tale scenario, è necessario focalizzare quei processi di riforma che sarebbero necessari per adeguare il sistema produttivo del paese, e in particolare del meridione, alle nuove condizioni competitive determinate dalla globalizzazione e dall’adesione all’Euro. Appare plausibile ritenere che il processo di declino del meridione d’Italia potrà essere interrotto solo in presenza dello sviluppo di una adeguata domanda privata e pubblica, capace nel breve periodo di attenuare gli effetti della crisi attuale e, nel medio periodo, di favorire una ripresa duratura della produzione che avrebbe come conseguenza la creazione di posizioni lavorative stabili e efficienti. Il pericolo è che, mancando tale stimolo, la perdita di tessuto produttivo diventi permanente, aggravando i divari territoriali già marcati nel Paese;
in questo contesto, è necessario e non più differibile mettere in campo una politica industriale finalizzata a sviluppare e ramificare sul territorio una matrice tecnologica e produttiva, in particolare in settori strategici capace di dimostrarsi autonoma e di rigenerarsi sul territorio, al fine di creare e sostenere nuova occupazione. Bisogna in questo senso far superare la congenita tendenza al “nanismo” delle piccole imprese del Mezzogiorno. Irrobustire la piattaforma logistica che vede il Sud naturalmente punto d’approdo nel Mediterraneo delle correnti mercantili da e verso oriente. Intervenire con decisione per la riqualificazione ambientale di vaste aree geografiche del Sud, a ridosso, soprattutto, di quegli agglomerati urbani densamente popolate.
quanto all’occupazione, se si analizzano gli andamenti trimestrali (con riferimento agli ultimi dieci anni) emerge che la crisi è iniziata prima al Sud. E lì sembra durare più a lungo. Gli occupati al Sud sono quindi tornati ai livelli di dieci anni fa. In Campania lavora meno del 40% della popolazione in età da lavoro, in Calabria è il 42,4%, in Sicilia il 42,6%;
caso unico in Europa, l’Italia sul fronte migratorio continua a presentarsi come un Paese spaccato in due: a un Centro-Nord che attira e smista flussi al suo interno corrisponde un Sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla;
dal 2000 al 2009 ben 583 mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. Nel solo 2009 sono partiti dal Mezzogiorno in direzione del Centro-Nord circa 109 mila abitanti. Riguardo alla provenienza, in testa risulta la Campania, con una partenza di 33.800 abitanti, circa il 30% dell’emigrazione interna; segue la Sicilia con 23.700 partenze; la Puglia con 19.600; la Calabria con 14.200. In direzione opposta, dal Nord al Sud, si sono mosse, invece, solo 67mila persone. In Italia lavora meno di una donna su due, ma al Sud la percentuale crolla al 30%. Nel 2010 il tasso di occupazione del Nord è risultato (dati Istat) più elevato di oltre venti punti rispetto a quello dell’area meridionale (43,9%). Nel caso delle donne si passa dal 56,1% del Nord, al 30,5% del Mezzogiorno;
a rendere più evidente il divario tra il Nord e il Sud del Paese, interviene un altro fattore: la forte sperequazione territoriale nell’offerta dei servizi sociali (in particolare da parte dei Comuni) che costituisce un elemento di particolare criticità . Nelle regioni del Sud e delle Isole si riscontrano, infatti, livelli di spesa sociale sensibilmente più bassi rispetto al Centro-Nord, con un welfare locale che nel Mezzogiorno è fortemente connotato da quote rilevanti di finanziamento proveniente da Stato e Regioni;
siamo, dunque, di fronte ad un quadro preoccupante: 1) per il forte restringimento della base occupazionale; 2) per la crescita del tasso di disoccupazione più che doppia in confronto al Nord; 3) per l’allargamento dei fenomeni di scoraggiamento ed esasperate difficoltà di inclusione dei giovani nel mercato del lavoro; 4) per la bassa partecipazione delle donne alla vita lavorativa, dovuta anche ai più forti ostacoli alla conciliazione tra l’impegno lavorativo e quello da dedicare alla famiglia e alla quotidianità . Queste condizioni impongono una politica economica e sociale a favore del Mezzogiorno, ma non solo nell’interesse del meridione;
in uno scenario così critico emergono comunque parziali elementi positivi. Come ad esempio quello rappresentato dal ruolo della Cooperazione, peraltro riconosciuto dalla Costituzione. Si tratta di una realtà associativa solida, di un Modello organizzativo di coesione e di espressione genuina del territorio, con forti elementi di dinamicità economica e occupazionale, che può rappresentare una grande opportunità di crescita per l’intera area meridionale;
non si tratta di reclamare un nuovo intervento speciale bensì di ripensare l’intera politica economica nazionale in funzione dello sviluppo del Sud: unica condizione per avviare una crescita dell’intero Paese. Solo così può di nuovo aumentare il Pil e di conseguenza riequilibrare il debito pubblico;
è interesse dell’Italia il decollo duraturo dell’economia delle regioni meridionali. È interesse, soprattutto, delle aree più sviluppate del sistema Italia, ormai, fin troppo costipate. Esse sarebbero le prime a giovarsi della ripresa e del rilancio dell’area mediterranea d’Italia, sia in termini di nuovi investimenti possibili, sia in termini di minori costi di produzione;
il sud d’Italia sconta l’impossibilità di competere sul piano della “fiscalità generale” con le altre aree depresse dell’Unione europea, soprattutto dell’Est, che offrono alle imprese condizioni fiscali durature e decisamente più favorevoli. L’opposizione dell’Unione europea all’adozione di una fiscalità differenziata all’interno di uno stesso Paese, in un regime di moneta unica nel quale Stati e Regioni sono posti sullo stesso piano, oggi non ha più motivo d’essere. Appare opportuno, dunque, riflettere sulla possibilità di insistere in questa direzione pensando a interventi che della fiscalità di vantaggio ripetano i pregi (la semplicità e immediatezza del beneficio, la differenziazione rispetto alle aree sviluppate, la vigenza pluriennale anche se limitata nel tempo), ma che abbiano caratteristiche tecniche nuove e diverse per vecchie e nuove imprese;
il Governo nazionale e il Parlamento in queste settimane sono impegnati ad approvare provvedimenti di liberalizzazioni e semplificazioni. Ebbene, il ruolo della Pubblica Amministrazione a tutti i suoi livelli (lo Stato, le Regioni, gli Enti locali) può rappresentare un’opzione in più, uno strumento importante per veicolare, attraverso investimenti, soprattutto infrastrutturali, lo sviluppo delle aree meridionali. Nell’interesse - è bene ripeterlo - non solo delle aree direttamente interessate, ma dell’intero sistema Paese, e di quelle aziende non certo e non solo localizzate nel Sud d’Italia. Esse, infatti, potrebbero essere coinvolte in un Piano di investimenti sul territorio;
in questo senso appare ineludibile la necessità che le Amministrazioni pubbliche, nel loro complesso, rappresentino un punto di riferimento certo ed affidabile; che siano, cioè, capaci di far fronte ai propri impegni finanziari. Purtroppo, allo stato, così non è perchà© versano in uno stato di profonda illiquidità e di forte indebitamento. Bisogna intervenire sulla oggettiva impossibilità delle Regioni e degli Enti locali del Sud ad onorare le erogazioni derivanti da impegni assunti per forniture di beni e servizi. Se in Lombardia, in Veneto o in Emilia Romagna le aziende che hanno un rapporto contrattuale con la Pubblica Amministrazione riescono a dare continuità alle proprie attività , in Campania, in Calabria o in Sicilia le aziende che hanno un rapporto con la Pubblica Amministrazione sono costrette a chiudere le proprie attività per mancanza di liquidità o addirittura per l’insolvenza degli Enti locali. In Lombardia, infatti, gli Enti locali erogano i loro impegni derivanti da forniture di beni e servizi mediamente con 120 giorni di ritardo; in Campania pagano i loro fornitori con 365 giorni di ritardo; in Calabria si raggiungono addirittura i 600 giorni di ritardo. Ottenere una commessa per un’impresa privata in queste condizioni può rappresentare una vera e propria iattura;
fino a poco tempo fa le Regioni potevano utilizzare i Fondi di riequilibrio, o comunque potevano ricorrere all’indebitamento. Oggi nessuna delle due ipotesi è più percorribile. Inoltre, è necessario tenere conto del Patto di stabilità , in virtù del quale alcune regioni italiane, pur avendo risorse disponibili, non possono utilizzarle, mentre altre non hanno praticamente denaro in cassa;
recentemente è stata avanzata l’ipotesi che le risorse finanziarie inutilizzate da alcune Regioni possano essere rimesse in circolo con l’istituzione di un Fondo di garanzia di cui il Governo nazionale sia garante per i pagamenti delle Autonomie locali. Non si tratta di utilizzare le risorse di determinate Regioni per sostenerne altre. La gran parte, infatti, delle risorse accantonate e inutilizzate sono rappresentate da trasferimenti dello Stato, mentre solo una piccola parte di queste provengono dalla finanza locale. Anche alla luce di questa osservazione l’opportunità avanzata merita di essere vagliata con la giusta attenzione. Potrebbe rivelarsi una risorsa aggiuntiva per risolvere il problema cronico dei ritardi dei pagamenti delle Pubbliche amministrazioni, incoraggiando, così, in una certa misura gli investimenti privati nelle aree depresse del nostro Paese, ovviamente, non solo in quelle meridionali;
in questo scenario si tenga presente che proprio un ritrovato slancio della Pubblica Amministrazione, a tutti i suoi livelli, può rappresentare lo strumento, probabilmente l’unico, attraverso il quale mettere in campo interventi concreti per i necessari interventi infrastrutturali di cui il meridione ha assolutamente bisogno. Si pensi ad esempio alla necessità impellente di portare a termine i lavori sul tratto autostradale della Salerno-Reggio Calabria;
infine, un aspetto su cui è necessario porre l’attenzione è quello dell’urbanizzazione del meridione. Dal confronto con la realtà settentrionale emerge che mentre il sistema urbano del Nord è evoluto, nelle sue componenti principali e nelle grandi aree del Nord Est, la realtà urbana meridionale è rimasta invece nello stadio di “sub urbanizzazà one”. Secondo un noto economista americano. “Per essere vincenti nella competitività urbana, le città devono essere in grado d attrarre quei lavoratori creativi che portano con sà© investimenti e crescita economica. Devono essere quindi capaci di offrire loro dei luoghi piacevoli ed amichevoli, dotati di quartieri nei quali l’interazione quotidiana avvenga in modo fluido, facile ed immediato grazie ad un’offerta completa d’infrastrutture per lo svago ed il relax”. Evidentemente siamo molto lontani da questo obiettivo;
la Città, in una società contemporanea, competitiva ed inclusiva, non può che essere il centro nevralgico della spinta produttiva. È intorno alla Città che si deve creare quel tessuto articolato di insediamenti che rappresenta la piattaforma necessaria per lo sviluppo e la produzione di una determinata area. Ebbene, è necessario investire sullo sviluppo della rete urbana del Mezzogiorno, una direzione questa indicata più volte dall’illustre meridionalista Francesco Compagna. Una necessità che si sarebbe dovuta affrontare e superare da decenni e che, invece, continua ad essere ancora una questione irrisolta, un’incredibile emergenza. In particolare, appare necessario intervenire per sostenere le Aree Metropolitane densamente popolate come quella di Napoli, facendone il centro nevralgico per lo sviluppo e promozione di una concreta politica economica del meridione;
questa necessità si inquadra nell’ottica degli obiettivi della Commissione europea che già nel 1999, in merito al processo di integrazione del continente, specificava che uno degli obiettivi principali era la “creazione di zone dinamiche di integrazione distribuite equamente sul territorio europeo e costituite da reti di regioni metropolitane di facile accesso internazionale e da città e zone rurali ad esse collegate”;
recentemente la Commissione europea ha deciso di modificare alcune delle regole dei Fondi strutturali destinati agli investimenti nelle aree depresse. L’Italia potrà abbassare la quota di cofinanziamento nazionale dal 50 al 25 per cento, si rendono, così, disponibili ben otto miliardi di risorse europee, un’opportunità importante che non possiamo sprecare;
Impegna il governo a delineare, attraverso il confronto con le diverse realtà produttive economiche e sociali ed istituzionali che possono essere coinvolte un piano organico di interventi che abbia come obiettivo strategico, in chiave nazionale, lo sviluppo del Sud: unica condizione questa per avviare una crescita dell’intero Paese. Solo così può di nuovo aumentare il Pil e di conseguenza riequilibrare il debito pubblico;
ad investire una quota rilevante delle risorse rese disponibili dalla Commissione Europea attraverso l’abbassamento della quota di cofinanziamento, ad investimenti mirati al rafforzamento delle reti urbane con particolare interesse al potenziamento delle aree metropolitane del mezzogiorno;
a sviluppare interventi organici, anche sostenuti da una sostenibile fiscalità di vantaggio, finalizzati al potenziamento in particolare dell’iniziativa privata affinchà© si ramifichi sul territorio, superando la congenita tendenza al nanismo della dimensione imprenditoriale del meridione;
ad irrobustire la piattaforma logistica che vede il Sud d’Italia quale naturale punto d’approdo nel Mediterraneo delle correnti mercantili da e verso oriente;
ad intervenire con decisione per la riqualificazione ambientale di vaste aree geografiche del Sud, a ridosso, soprattutto, di quegli agglomerati urbani densamente popolate;
a sviluppare un piano di interventi infrastrutturali, affinchè il sud d’Italia non resti di fatto separato dal resto del Paese e dell’Europa. Turismo, commercio, sviluppo, occupazione, non sono possibili senza l’esistenza di trasporti e vie di comunicazioni efficienti;
a sviluppare interventi organici finalizzati a valorizzare il ruolo e l’incidenza del modello cooperativo, facendone uno dei possibili pilastri su cui costruire una strategia politico-economica complessiva per il rilancio del meridione.

(1-00930) “Ossorio, Nucara, Brugger”