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La priorità è il lavoro ai giovani

Da “la Repubblica” prima di Cronaca di Napoli di venerdì 30 marzo 2012

di Giuseppe Ossorio

Il lavoro e la questione giovanile sono il banco di prova decisivo per il governo Monti. In Campania, quelle condizioni si manifestano in modo drammatico. L’ARLAS, l’Agenzia regionale per il Lavoro e l’Istruzione, riassume la gravità delle condizioni con un dato significativo: appena il 23,7% delle assunzioni registrate nel 2010 in Campania riguardano rapporti di lavoro a tempo indeterminato. È una percentuale che pericolosamente si assottiglia ancor di più nel 2011.
La crisi economica morde il Sud molto più del resto del paese e ha ripercussioni non solo sul livello dell’occupazione, ma anche sulla sua composizione. A Napoli i rapporti di lavoro precario supera di gran lunga la media nazionale e si manifesta in una riduzione, oltre ogni limite, dei dipendenti permanenti. Il Piano “Campania al lavoro”, che mira a incentivare la trasformazione dei rapporti verso forme più stabili di impiego, è uno strumento ancora valido e concreto per i giovani e per le imprese. Ma il Governo nazionale deve esserne cosciente, prima ancora della Regione e deve puntellarlo concretamente. Il sostegno al lavoro non può gravare sulle risorse regionali. A Roma il confronto fra il Governo e le rappresentanze sociali, sindacati e imprese, per ora è approdato in un disegno di legge. La flessibilità dei contratti in entrata nel lavoro ha procurato un mondo dei “precari” che nella nostra regione ha superato ogni limite di sopportazione. Il governo Monti deve tener conto che le Regioni sono esposte anche più di quanto consentono le loro competenze e le asfittiche condizioni dei loro bilanci.
Le disuguaglianze crescono. E non ce la caviamo con il Ministero della coesione che risponde con i Fondi europei alle istanze delle fasce deboli. Troppo poco. Il conflitto sociale nel Sud, in un periodo di crescita negativa, scardina il rapporto di fiducia nelle Istituzioni.
Nel Mezzogiorno assistiamo all’esplosione di rabbia dei giovani maltrattati, quasi rifiutati dalla società .
Potremmo dire che, assieme al dramma della malavita organizzata, la questione più grave di Napoli e del Mezzogiorno è la questione giovanile. Constatazione ovvia, naturalmente, ma non per questo meno inquietante. La disoccupazione giovanile, tradizionale e intellettuale, coincide con la fine della fiducia, della speranza. Ci addolora e ci umilia e chiama in causa la responsabilità pubblica e privata della nostra generazione, che a vario titolo governa la società italiana e meridionale.
In una contingenza negativa tanto vasta è un errore dire “decideremo tutto noi”. È vero, c’è un limite alla concertazione, come metodo, con la rappresentanza sociale. Ma se non si riducono le molte forme della precarietà si alimenta la difesa delle categorie protette fin troppo tutelate. Quando si assiste alla inefficienza (usiamo un eufemismo) dei pubblici servizi dobbiamo puntare il dito sulle condizioni ipergarantiste che regolano quei settori.
Oggi abbiamo un’opportunità che difficilmente si potrà riproporre, quella offerta da una sia pure forzata tregua politica tra gli schieramenti. Una sospensione di quel bipolarismo muscolare che ha stancato gli italiani e depresso il dibattito serio e rigoroso.
Tutti, ormai, concordano nel ritenere che, assieme alle politiche di rigore, di sacrifici, di bilancio, è necessario immaginare politiche di sviluppo e di crescita. Per la prima volta dopo anni si può tornare a parlare di questione meridionale senza che si levi un fuoco di sbarramento politico e mediatico. A partire, però, dalla questione giovanile, la quale troverebbe largo consenso in una opinione pubblica smarrita, però ancora coesa su questo tema. Solo così il Sud potrebbe tornare ad essere protagonista sulla scena politica dopo le umiliazioni subite in questi anni e dopo essere, di fatto, assente nel nuovo governo italiano.