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Al primo posto l’aiuto ai precari

Da “la Repubblica” di venerdì 6 aprile 2012

di Giuseppe Ossorio
Deputato al Parlamento, Repubblicano

La riforma del mercato del lavoro tanto attesa arriva in Parlamento. È un disegno di legge, non è un decreto legge. Segno che riprende il dialogo fra il Governo e il Parlamento. Ed è un bene.  Arriva, a quanto pare, forte del sostegno dei partiti che  reggono il governo Monti. Nelle prossime ore conosceremo meglio le reazioni delle parti sociali, dei sindacati e della Confindustria.
Ci chiediamo, a caldo, se è stata data voce ai giovani precari e se migliorerà  la prospettiva del lavoro nella nostra Regione. Per qualche punto siamo avanti rispetto al paese. Un segnale in questo senso è il contratto di apprendistato che in Campania registra un più 50% nel 2011, nonostante la crisi. È frutto, appunto, del dialogo fra l’assessore regionale al lavoro, Severino Nappi, e le parti sociali. E proprio nella riforma Fornero l’apprendistato è  uno dei cardini.
I due aspetti centrali della riforma - l’art.18 e le nuove regole della cosiddetta flessibilità  in entrata - sono legati da un filo rosso. Dovrebbe reggere, secondo le intenzioni del Governo,  e  aggredire la crescente crisi occupazionale, soprattutto quella che investe le generazioni più giovani.
Tanti pensano che sia indispensabile poter licenziare un po’ di più per poter assumere un po’ di più. Sbagliano. Così come molti  credono che i lavoratori precari possano, per questa via, essere stabilizzati superando la concorrenza oggettiva di quella minoranza di lavoratori ipergarantiti. E troppi sono, in verità , anche coloro i quali ritengono uno stretto automatismo fra l’aumento della flessibilità  in uscita con quello di nuove assunzioni.
Posta così la questione, rischia di diventare una disputa puramente ideologica, vorrei dire pregiudiziale. Per comprendere veramente cosa possa accadere è necessario poter misurare concretamente gli effetti reali delle nuove misure, senza smarrire alcuni principii di fondo. Quello fondamentale a me sembra sia la difesa dei precari, che sono, senza alcun dubbio, il vero anello debole della società  contemporanea. Insieme a chi lavora nell’economia sommersa, sono i “senza voce”.  Chi li rappresenta?
Il lavoratore precario vive una condizione umanamente desolante perché, sostanzialmente, non solo è privo di garanzie ma vede a rischio la sua stessa dignità . Il suo destino, direbbe il poeta, è un segreto d’altrui. Non sfuggirà  a nessuno che, fra i precari, la condizione delle donne è ancora più grave. La loro precarietà  le espone, in quanto genere, ai rischi odiosi che tutti possono immaginare.
Vogliamo, allora, dirlo a chiare lettere, ogni sforzo risulterà  vano se questa riforma del lavoro non viene accompagnata da una concreta e quotidiana azione del Governo nazionale in concerto con le Regioni. Perché è su queste in definitiva  che pesa, come ha scritto ieri su questo giornale l’assessore Severino Nappi, gran parte delle politiche del lavoro.  È superficiale quanto ingeneroso scaricare su Vendola, Caldoro e gli altri Presidenti, come fa Ernesto Galli Della Loggia responsabilità  che riguardano l’intero sistema sociale e politico. Bisogna irrobustire le politiche attive del lavoro e ci vogliono risorse vere, che mettano le Regioni in grado di operare. Il rischio è che salti la mediazione della politica, il dialogo, appunto, e con esso la stessa coesione sociale.
L’accordo di A,B e C (Alfano, Bersani e Casini) tenga conto del ruolo del Parlamento di controllo e di proposizione. E si torni a riflettere sulle condizioni drammatiche della finanza pubblica delle regioni meridionali e di quella campana in particolare.
Solo così si potrà  dare voce a chi veramente è senza voce, ossia ai tanti giovani lavoratori precari, ai tanti giovani disoccupati, che potrebbero rappresentare la ricchezza della Campania mentre oggi sono il simbolo vivente del nostro declino, del nostro dramma sociale ed esistenziale.