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Via le mani dalla burocrazia dell’Europa

Da “La Voce Repubblicana” di martedì 3 luglio 2012

di Giuseppe Ossorio

Mario Monti riferisce martedì al Senato e mercoledì alla Camera gli esiti del negoziato tenuto al Consiglio europeo di Bruxelles. Diciamolo francamente, il Presidente si è mosso bene in Europa dove finalmente si fa strada la necessità di un’Unione politica. E’ proprio la modalità delle conclusioni di Bruxelles che ci consente di avvertire la “natura inedita” del nostro Governo ed il “rapporto straordinario” con il Parlamento.
Il governo Monti si potrebbe definire, con una qualche ironia, il primo governo aristocratico della Repubblica italiana. Oppure, senza ironia, il primo governo dell’era post-democratica.  Definizioni, entrambe, ben più impegnative delle altre che pure sono state coniate per il governo del senatore a vita: governo dei tecnici, del Presidente, di impegno nazionale etc. Intendiamoci, il nostro non è un giudizio di valore, osserviamo semplicemente una evoluzione istituzionale e politica. Entrambe, le prime definizioni sono più impegnative delle seconde, perché connotato un andamento complesso, profondo, della storia italiana e non solo italiana.
Le seconde, invece, definiscono una situazione politica particolare o di corto respiro. La prova di ciò che sosteniamo è che questo governo è apparso a tutti noi come inevitabile e necessario. E, per alcuni versi, lo dimostrano le conclusioni del recente Consiglio europeo. Il governo Monti conta su una maggioranza parlamentare così ampia come i governi di unità nazionale della prima repubblica ebbero soltanto nel periodo del terrorismo. Ma non ha i connotati di forte coesione politica che ebbero le maggioranze di quei tempi.
La maggioranza che sostiene il governo Monti, invece, appare soltanto occasionale, confusa. Anche chi si oppone, come la Lega Nord e Italia dei Valori, lo fa nella consapevolezza che il governo non ha nulla da temere da questa opposizione e che gli unici che possono perderci sono gli altri partiti. Insomma,  un’opposizione puramente ed essenzialmente di posizione. Proviamo a tirare una prima somma: un governo post-democratico ma inevitabile, pena il fallimento dell’Italia e, forse, dell’intera Europa. Come a dire: la responsabilità della crisi della democrazia non è dei tecnici al governo o del Presidente Napolitano che lo ha fortemente voluto, ma dei partiti, della politica in generale; questi, si osserva comunemente, non sono stati in grado di fronteggiare la crisi economica e hanno come divorziato dall’opinione pubblica, generando una fronda antipolitica ancor più pericolosa per la democrazia di quanto potrebbe essere la tecnocrazia.
Il vero dramma è in questo sentimento che potrebbe diffondersi sempre più di incapacità della politica a difendere la democrazia e se stessa. Della sua inadeguatezza ad interpretare gli interessi e i bisogni dei cittadini, il bene comune, come si dice con una certa enfasi. Segnali inquietanti vengono dal resto del mondo e, soprattutto, dall’Europa. Tutto fa pensare che il nostro continente abbia superato la fase del direttorio Germania e Francia e si avvii ad essere governato, nel medio periodo, comunque dai due Paesi con la collaborazione colta e intelligente dell’Italia, anzi del governo post democratico dell’Italia. Permane, comunque, il destino di interi popoli, ancora abbastanza ricchi e civili, nelle mani della burocrazia europea e della tecnocrazia finanziaria. Con  leader deboli e impauriti, capaci di mostrare i muscoli solo con chi è in tali condizioni di difficoltà da non potere in nessun modo reagire. Segnali inquietanti per la democrazia, per la politica, per la libertà , a fronte di una nuova era democratica, anch’essa incerta e traballante, incarnata dalla cosiddetta primavera araba.
Che fare? rassegnarsi? Assolutamente no. Quelle che un tempo si chiamavano le forze politiche, i partiti, devono approfittare di questa inedita situazione per ripensare se stessi, ricostruire gruppi dirigenti, riconciliarsi con gli elettori, ridiscutere idee e programmi. Il Pri ha, nella sua storia, nel suo dna, gli elementi fondamentali per affrontare la nuova situazione. Non intendo, naturalmente, riferirmi alle scelte di schieramento, alla contingenza politica così come si presenterà al momento delle prossime elezioni. Mi riferisco a quei principi fondamentali che troppo spesso enunciamo in modo retorico e che, invece, vanno declinati secondo l’attualità, vanno messi a confronto con la realtà storica, sempre nuova e originale. Tre aspetti mi sembrano essenziali. In primo luogo, riaffermare il principio generale  che coniuga la libertà con l’equità , nel senso che il principio fondamentale della libertà si attua attraverso l’equità , la giustizia sociale.
Mai come in questo momento, torna attuale quella politica di redistribuzione del reddito, non più solo fra gruppi sociali come negli anni ”’60 e ”’70 , ma soprattutto  fra generazioni e fra donne e uomini. In secondo luogo riprendere, innovandolo, il tema dell’europeismo insieme a quello della internazionalizzazione della politica. E’ ormai chiaro che libertà e democrazia non si possono difendere in un solo Paese. Non saremo retorici se ricorderemo che fra gli aspetti più attuali del pensiero di Mazzini (pur fra i tanti limiti dovuti al trascorrere del tempo) l’idea di un’ Europa dei popoli, libera e democratica, torni attualissima, diventi il principio fondamentale da opporre all’Europa dei governi, delle burocrazie, delle tecnocrazie e delle banche.
In terzo luogo, bisogna ricostruire l’unità nazionale. I partiti, se vogliono riprendere l’iniziativa politica, devono ritrovare il coraggio delle idee, ritrovare la concretezza dell’azione, soprattutto suscitare nuove passioni. Lavorare, dunque, alla ricostruzione dell’unità nazionale riconsiderando la questione meridionale come fondamentale in sintonia con una profonda riforma dell’Unione Europea, è fondamentale per ridare fiato alla politica ed interrompere la deriva post democratica. La novità dei nostri tempi consiste nel fatto che accanto alla questione meridionale sono nate prima una questione settentrionale e poi una questione europea.
Il nord ha cominciato ad entrare in crisi producendo un modello di sviluppo economico provinciale (il piccolo è bello del nord-est a fronte della crisi del modello industriale del nord ovest) e un modello politico alternativo e contrapposto con la Lega Nord. L’Europa politica fortemente voluta dai Repubblicani, dai Liberali, dai laici e invocata proprio dai meridionalisti antiborbonici ed antilocalisti, ha ceduto alle burocrazie e alle tecnocrazie. Una nuova politica non può che confrontarsi con questi tre grandi temi indissolubilmente legati, banco di prova del governo Monti e delle forze politiche e sociali del Paese.
Le alleanze partitiche, i singoli provvedimenti (economici, giuridici, amministrativi), devono essere decisi in un quadro di riferimento chiaro e preciso, coerente e ambizioso. Questo, penso, sia il compito dei partiti, di tutti i partiti che vogliano difendere e migliorare la qualità stessa della nostra affannata democrazia, della nostra pericolante libertà .