IMAGE

Con l’inno di Mameli a scuola può finire l’era dei terrorismi

Da il Corriere del Mezzogiorno di sabato 10 novembre 2012

di Giuseppe Ossorio
Deputato, Repubblicano

Il Senato ha approvato in via definitiva la legge che indice la giornata dell’Unità d’Italia, dell’Inno e della Bandiera. Il 17 Marzo il nostro paese si dovrà riunire attorno ai suoi simboli. Già da questi anno scolastico, ancora, nei programmi ministeriali è stato inserito l’insegnamento dell’Inno nazionale. La legge sull’Unità è stata votata all’unanimità dal Parlamento, con la sola eccezione della Lega Nord.
E’ dunque finita un’epoca? Si spegnerà l’incendio innescato, ormai più vent’anni fa, dalla Lega Nord, incendio che ha rischiato di incenerire le nostre istituzioni, di lacerare la stessa coscienza civile del paese? E’ presto per dirlo, ma certamente un gran passo avanti è stato compiuto. Soprattutto c’è da compiacersi per il fatto che non si sia levato il solito coro di politologi e opinionisti per fare il verso a quel leghismo strisciante che, al Nord come al Sud, non si è mai sopito.
A questo punto la domanda da porci, qui da Napoli, diventa un’altra: “si spegnerà anche  da noi il piccolo incendio provocato, (essenzialmente per contrappunto al leghismo nordista) da quelli che sono stati efficacemente definiti i “terronisti”? Di conseguenza si pone l’altra, e forse decisiva, domanda: “con l’auspicabile ridimensionamento del terronismo cosa rimarrà del meridionalismo, di quel nobile movimento politico e culturale che è l’esatto opposto del terronismo”?
Il terronismo è stato un fenomeno comprensibile sul piano psicologico ma distruttivo sul terreno culturale ed etico-politico. Si sono riproposte improbabili revisioni storiche; si è frantumata la complessità della storia in favore dell’esaltazione di segmenti parziali utilizzati quasi come gossip storiografici; si è contribuito ad aumentare una sorta di odioso tifo da curva calcistica fra Nord e Sud favorendo, oggettivamente, il Nord più ricco e potente.
Sulla scia di quel movimento revancista si muove ancora oggi la nostra amministrazione comunale la quale, se non si richiama ai Borbone, in compenso mette in campo confuse teorie pseudo rivoluzionarie da scagliare contro Governo e “poteri forti”. Salvo, poi, a elemosinare fondi e a chiedere protezione proprio a quel Governo dipinto come il diavolo. Battaglie stantie e di retroguardia.
Si ripropone, dunque, la domanda circa la Questione meridionale che i nuovi e troppi raggruppamenti politici, in via di formazione, dovrebbero porsi in modo serio, senza populismi e senza ricorrere a improponibili, vecchie e banali ricette assistenzialiste.
Il primo aspetto che teniamo a sottolineare riguarda la preliminare necessità di riconsiderare il problema dello sviluppo del Sud come un problema di tutta l’Italia e, per tanti aspetti, dell’intera Europa. Non si tratta soltanto di solidarietà, anche se dovremmo di nuovo tutti imparare a considerare il solidarismo un valore fondamentale, vitale in momenti difficili come quello che stiamo attraversando. E’ una questione di carattere politico ed economico generale. E’ stata un’illusione pensare che la ricca Pianura Padana potesse svilupparsi da sola, prescindendo da un territorio importante, demograficamente, socialmente e culturalmente come il Sud d’Italia.
D’altro canto qualcosa di analogo sta accadendo a livello europeo con la ricca Germania che sta entrando in recessione e, prima o poi, dovrà fare i conti con lo sviluppo e la crescita di quel grande mercato che è la cosiddetta area mediterranea.
Questa presa di coscienza, individuale e collettiva, è fondamentale perché, se dovesse persistere il retropensiero che, tutto sommato, si può fare a meno del Sud, qualunque altro discorso sarebbe inutile. Il problema dunque si sposta ancora. E la domanda diventa: “Cosa si può fare per lo sviluppo del Meridione oggi che non è  più pensabile, per oggettiva mancanza di risorse, far leva sull’intervento pubblico?”.
La risposta, allo stato attuale, non sembra, diciamocelo sinceramente, esserci e non si vede una soluzione a portata di mano. Ma il vero dramma è che i partiti, i movimenti e la poltiglia che si va confezionando lungi dal non trovare risposte, non si sono nemmeno ancora posti la domanda con la consapevolezza necessaria che la sua urgenza dovrebbe suggerire.
Ciò che possiamo dire, per ora, con una qualche certezza, è che molti dei problemi del Sud sono gli stessi che vive il Nord, solo che qui da noi, per le condizioni generali, si aggravano pesantemente. L’eccessiva burocratizzazione, che pesa sul settore privato come su quello pubblico (pensiamo, ad esempio, alla scuola), l’inefficienza dell’Amministrazione pubblica, la lentezza della giustizia, la  difficoltà dell’accesso al credito e il suo costo, sono solo alcune delle tante questioni che andrebbero affrontate con urgenza. Con o senza l’Agenda Monti.
Il Sud non ha bisogno di un astratto liberismo economico e nemmeno di un inedito e incongruo liberalismo dirigista come è quello che sta spegnendo l’Europa. Ha bisogno di maggiore libertà, di maggiori possibilità di esprimere la propria vitalità.