IMAGE

Intervento alla Camera sulla legge di stabilità

Intervento alla Camera di giovedì 15 novembre 2012 sulla Legge di Stabilità 2012

di Giuseppe Ossorio

GIUSEPPE OSSORIO. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, i repubblicani finora hanno compreso e accettato la « ragione sociale », per così dire, del Governo del Presidente Monti, perché condividono, ovviamente, la necessità della tenuta dei conti pubblici, il riassetto e il riequilibrio della finanza pubblica. Oggi, con altrettanta chiarezza, signor rappresentante del Governo, e con onestà intellettuale, aggiungiamo alla ragione sociale del Governo la nostra ragione sociale: bisogna mettere al centro il problema del lavoro, bisogna mettere al centro e ripensare il problema dello sviluppo economico e, soprattutto, il ceto medio, quello che è stato ormai stremato e impoverito. Il rigore dei conti oggi non è più sufficiente: bisogna che si torni a parlare di sviluppo sì, per garantire il lavoro – perseguiamo la stabilità a tutti i costi, mentre bisogna andare oltre, lo dimostra quello che accade nelle piazze in Italia –, bisogna delineare un progetto di sviluppo per le forze economiche e bisogna, ormai, dare maggiore attenzione, ripeto, al lavoro. Questo disegno di legge di stabilità avrebbe dovuto garantire di più e meglio le fasce medie della popolazione e i giovani lavoratori, i precari che sono oramai tanti, hanno raggiunto un livello oramai elevatissimo. Questo è necessario per garantire livelli adeguati di domanda aggregata e per far ripartire i consumi medi diffusi, che sono la vera benzina dello sviluppo.
I salari sono cresciuti troppo poco, i costi del lavoro devono diminuire, bisogna attuare il cuneo fiscale, le risorse effettivamente disponibili devono diventare realmente fruibili, devono essere messe almeno in parte a disposizione dei lavoratori e delle aziende.
Deve svilupparsi, insomma, signor rappresentante del Governo, una continuità del sostegno al ceto medio: continuare a impoverirlo è inaccettabile e a rischio per la tenuta democratica del Paese. Le scelte fatte finora dal Governo si sono concentrate ed abbattute quasi esclusivamente sul ceto medio, che sta sopportando il peso della crisi. Defiscalizzazione e detrazioni sono utili, ma serve defiscalizzazione, soprattutto, subito e presto per dare maggiore liquidità al sistema.
Concludo, signor Presidente. Bisogna fare una riflessione, il Governo deve fare una riflessione sui grandi patrimoni e sui grandi redditi, che devono dare un contributo particolare. È davvero così assurdo ipotizzare un intervento in questa direzione ? Siamo ancora nella fase degli aggiustamenti e delle contraddizioni. Oggi, bisogna fare un passo in avanti e riflettere meglio e di più.
Signor Presidente, chiedo che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale del mio intervento.

Giuseppe Ossorio. onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, i Repubblicani sanno che “la ragione sociale” del Governo Monti risiede nella tenuta dei conti, nel riassetto e riequilibrio della finanza pubblica del nostro Paese, nell’ottica della federazione Europea. Questa non è solo, si badi, una ragione politica, né tanto meno economica o finanziaria, è come detto una ragione sociale. Va riconosciuto, compreso ed accettato il tentativo del Presidente Monti del mantenimento del più alto livello possibile di benessere dei cittadini italiani: questa è la ragione sociale dell’attuale Governo italiano, maturata nella consapevolezza profonda che il futuro dei cittadini italiani è oramai indissolubilmente legato a quello dei cittadini europei.
In questo quadro ben si comprendono le dichiarazioni del Presidente Monti circa la necessità che i Governi europei possano e riescano ad assumere una certa indipendenza dai Parlamenti nazionali. Nonostante ciò i Repubblicani sono molto preoccupati dello scollamento istituzionale che quotidianamente si accentua fra il Governo e il Parlamento la cui funzione è ormai residuale. Si comprende, o almeno si dovrebbe comprendere, anche il perché in Germania il via libera definitivo al fiscal compact sia stato richiesto e confermato dalla Corte costituzionale e non dal Parlamento.
Signor rappresentante del Governo, con altrettanta chiarezza e onestà intellettuale noi repubblicani riconoscendo, come detto, la ragione sociale dell’attuale Governo, affermiamo però che la nostra ragione sociale è lavoro e sviluppo. Al singolare, signor rappresentante del Governo, perché le due cose non possono più essere separate. Si può garantire lavoro e dignità solo con lo sviluppo. Ed il rigore non è sufficiente né di per sé propedeutico a creare sviluppo. Questa dicotomia va superata. Per l’Italia e per l’Europa.
E, invece, purtroppo persiste. Non a caso il disegno di legge che stiamo discutendo viene definito prevalentemente come legge di stabilità e non più come legge finanziaria. Se le parole hanno un senso bastano queste per comprendere il contrasto che abbiamo di fronte. Perseguire la stabilità certo è necessario, è nella situazione attuale condizione imprescindibile, la premessa necessaria, ma si può dopo un anno di Governo cominciare ad andare oltre questa premessa? Si possono cominciare ad individuare non le spese, si badi bene, ma gli investimenti su cui puntare per promuovere lo sviluppo del paese? Si può cominciare a ragionare su come si debba riorganizzare la nostra comunità e gli enti che la governano perché si creino le condizioni per lo sviluppo. Si può cominciare a delineare una visone, un progetto concreto di sviluppo per le forze economiche e produttive che animano il nostro paese.

Dal lavoro si deve partire, perché è su questo che si devono costruire nuove relazioni sociali, produttive e sindacali.

Ci portiamo dietro una concezione per la quale l’organizzazione del mercato del lavoro e dei suoi rapporti interni è caratterizzata da contrasti di matrice ideologica tipici del Novecento. Contrasti per i quali la produttività non è pensata come risorsa collettiva, come ricchezza del Paese, ma come il risultato di una continua trattativa tra le parti chiamate a determinarla. Questa situazione ha determinato atteggiamenti speculativi della parte datoriale che per troppo tempo ha utilizzato la flessibilità come strumento per abbassare surrettiziamente il costo del lavoro e contemporaneamente una ipersindacalizzazione che a volte ha finito con ingessare ed irrigidire il nostro mercato del lavoro. Il risultato è stato ed è ancora, troppo spesso, quel cosiddetto consociativismo, che esponenti di primo piano dell’attuale Governo, hanno avuto modo di stigmatizzare.
Accordi e partecipazione che spesso si invocano, in qualsiasi loro forma li si voglia declinare, devono tendere a rafforzare la produttività, le occasioni di produttività e quindi devono servire per attrarre gli investimenti, solo così possono promuovere lo sviluppo e quindi offrire, generare più occasioni di lavoro. Siamo tutti dalla stessa parte, dobbiamo riuscire a stare tutti dalla stessa parte. Da questo punto di vista la recente riforma del lavoro appare purtroppo contraddittoria. Se, come ha dichiarato il Ministro Fornero, non si deve garantire il singolo posto di lavoro, il posto fisso, ma il lavoro in generale, allora perché la riforma è costruita considerando il lavoro a tempo indeterminato come forma prevalente e dominante del nostro mercato del lavoro?
Da questa contraddizione si deve uscire! Una scelta in una direzione o in un’altra si deve fare. E se si vuole andare davvero verso un sistema più flessibile, lo si faccia con chiarezza e responsabilità, intervenendo, in primo luogo, sulle forme di assistenza e sostegno necessarie per garantire flessibilità vera e non precarietà.
Bisogna garantire il reddito, delle fasce medie della popolazione, dei giovani lavoratori, questo è necessario per garantire livelli adeguati di domanda aggregata e far ripartire consumi medi diffusi, che sono la vera benzina dello sviluppo.
La precarietà genera paura e la paura genera ristagno quindi recessione. Se vogliamo avere un sistema flessibile questa deve essere flessibilità vera. E in particolare per ottenerla si deve agire, anche, sulla rivisitazione del nostro sistema assistenziale e previdenziale che continua ad essere troppo rigido. Si deve capovolgere l’impostazione e puntare a garantire in maniera adeguata i nuovi lavoratori flessibili, se vogliamo davvero la flessibilità, i cui rischi non possono essere scaricati solo sulle spalle dei lavoratori. Serve un sistema di welfare capace di coprire i nuovi lavoratori con garanzie reali che ne permettano la flessibilità, senza lasciarli in perenne attesa di tutele che non potranno mai avere.
La competizione internazionale a cui siamo esposti come Italia e come Europa ci impone scelte vere per rendere il nostro sistema più competitivo e attraente. Il modello tedesco che spesso evochiamo, per tante cose, ebbene proprio quel modello, per il nostro mercato del lavoro, non dovremmo dimenticarlo. Un sistema caratterizzato da una vera concreta flessibilità interna e dunque fortemente inclusiva. È un modello, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, a cui dobbiamo guardare con attenzione, perché ci dimostra che flessibilità e stabilità non sono in contraddizione, anzi, la prima è propedeutica alla seconda. Attraverso la formazione, l’apprendistato, il lavoro fisiologicamente si stabilizza, diventa sempre più sicuro. Perché un’azienda dovrebbe fare a meno di un dipendente qualificato e formato all’interno magari della stessa azienda?
Europa, ebbene, onorevoli colleghi, dobbiamo decidere, non si può stare in Europa con Jaques Delors ed in Italia con Landini, una scelta si deve fare, anche perché il prezzo delle nostre battaglie ideologiche lo pagano ogni giorno i cittadini ed i lavoratori italiani.
È necessario creare un sistema più semplice, sburocratizzato e, quindi, solo per questo più accessibile ed attraente per gli investimenti stranieri.
Servono salari più alti, dagli anni Novanta sino ad oggi i salari sono cresciuti troppo poco e quindi le imprese tutte sono cresciute poco. Anche al fine di innalzare i salari, i costi del lavoro devono essere diminuiti, o almeno spostati in parte sul salario, le risorse economiche effettivamente disponibili devono diventare fruibili, devono essere messe almeno in parte a disposizione dei lavoratori e delle aziende. Tenerle ferme per pensioni che non ci saranno, non serve, si mettano queste risorse, almeno in parte lo ripeto, a disposizione dei lavoratori, incentivando magari forme di copertura assicurativa immediate per i lavoratori flessibili, con le quali questi possano garantirsi nei periodi di inoccupazione.
Questo tipo di intervento deve svilupparsi in un ottica più generale di sostegno del ceto medio. Continuare a restringerlo, ad impoverirlo è inaccettabile oltre che particolarmente rischioso. Le scelte fatte da questo esecutivo, si possono comprendere per la situazione emergenziale nella quale sono maturate, ma sia chiaro che si sono concentrate ed abbattute quasi esclusivamente proprio sul ceto medio. Si doveva andare sul sicuro, lo comprendiamo, fatto sta che il risanamento dei conti pubblici lo stanno pagando i cittadini normali. Il ceto medio italiano: dipendenti pubblici e privati, liberi professionisti, commercianti; è la gente normale che sta pagando tutto il peso della crisi. Non è possibile continuare in questo modo. Impoverire ulteriormente questa realtà significa aumentare gli effetti e la gravità della crisi, negarci per molto tempo la possibilità di ripresa. Il piccolo risparmio come i piccoli investimenti: sono questi che vanno promossi e sostenuti. Per questo motivo siamo convinti che sia necessario intervenire per garantire più liquidità in busta paga. Per sostenere quella grande domanda aggregata che proprio il ceto medio può garantire. Se si bloccano i piccoli investimenti i piccoli e medi consumi, si blocca il paese, si fermano le piccole e medie aziende, si spegne il motore dell’Italia. Defiscalizzazione e detrazioni sono utili ma serve maggiore liquidità, servono maggiori risorse economiche a disposizione dei cittadini.
In questa ottica non si comprende bene perché, oltre ai tanti tabù che dobbiamo sopportare, ce ne debba essere un altro: quello relativo alla cosiddetta patrimoniale. Ma è così impensabile chiedere ai grandi patrimoni o ai grandi redditi un contributo particolare, a quelli grandi si badi bene, a quelli veramente grandi. È davvero così assurdo ipotizzare un intervento in questa direzione?
Immettere liquidità nel sistema, questo serve ed in questa direzione si dovrebbe andare. Ed inevitabilmente entrano in gioco le banche. Il nostro sistema di credito ha smarrito la sua ragione essenziale, quella sociale, quella di essere garanzia agli investimenti. Abbiamo trasformato le banche in grandi magazzini, pieni di titoli di vario genere, purtroppo spesso tossici. Ed invece il sistema del credito deve tornare ad essere stampella e sostegno dell’economia reale. Non creare fondi immobiliari del cui esito oggi stiamo purtroppo pagando il prezzo.
Serve una nuova politica industriale. Per lungo tempo abbiamo pensato che un Paese moderno dovesse sempre più terziarizzarsi, oggi stiamo scoprendo che non basta e che anzi forse è il contrario. Nel dopoguerra l’Italia era un paese agricolo e dentro questo settore c’erano molti lavoratori che in realtà erano disoccupati, l’industrializzazione li ha fatti uscire dalle campagne e questo processo ha avuto vari effetti. Il primo quello di far abbassare il costo del lavoro, il secondo che alcuni di loro non trovando lavoro emigravano, terzo si sono create molte occasioni di lavoro in settori, il terziario in modo particolare tra cui il pubblico impiego, per assorbire l’occupazione. La stessa pubblica amministrazione per troppo tempo è stata considerata più come bacino d’occupazione che come fonte di servizi. Nel nostro sistema abbiamo accettato che un pezzo del sistema fosse inefficiente, perché l’inefficienza garantiva comunque posti di lavoro, non solo la pubblica amministrazione, ma molte attività terziarie sono state caratterizzate da tale fenomeno.
Non è più così, non può essere più così. Da dove nasce il nostro debito pubblico se non da questo atteggiamento?
Non solo serve un nuovo modello industriale perché oggi ci troviamo di fronte alla crisi del sistema tipico del capitalismo italiano, quello familiare. Un modello caratterizzato da una miriade di piccole e medie imprese forti ed aggressive, che avevano i loro punti di forza fondati su un costo del lavoro basso, ed una forte flessibilità organizzativa che, lo sappiamo, spesso ha creato nero. Ebbene oggi questa realtà produttiva è messa in discussione dalle miriadi di piccole aziende di paesi come la Cina che contano proprio sugli stessi punti di forza e il cui numero le rende di fatto irraggiungibili.
È evidente oggi una mancanza strategica del nostro sistema: quella delle grandi aziende, capaci di creare indotto, sistema, da sole, da noi ce ne sono troppo poche. Reindustrializzarsi significa, quindi, pensare ad un modello di sviluppo nuovo, più aperto, di dimensioni produttive anche più grandi, capace di investire sulla ricerca di fonti energetiche che possano supportarlo, capace di superare le posizioni di rendita che il terziario in Italia ha generato per molti anni, anche perché non possiamo più utilizzare la svalutazione per mantenere le nostre imprese competitive.
Pubblica amministrazione. Non può più essere considerata un bacino di occupazione, ma una fonte per generare servizi, fondamentali, tra l’altro, al rilancio dell’impresa. Le imprese in Italia devono poter contare su una rete di servizi che la pubblica amministrazione e solo lei può e deve garantire. Va difesa, salvaguardata, ma profondamente e drasticamente riorganizzata. Perché produce una grande domanda aggregata di cui non possiamo privarci, sarebbe un suicidio. Senza contare l’apporto in forma di tasse che i dipendenti pubblici garantiscono al nostro sistema, un apporto fondamentale in un Paese con tassi di evasione fiscale decisamente elevati. Un apporto quella della pubblica amministrazione che garantisce servizi, come ad esempio quello dei trasporti pubblici locali la cui esistenza è imprescindibile per un sistema capitalistico moderno. Tagliare la spesa non può significare ridurre domanda e consumi né tantomeno servizi. Certo, sarebbe, anzi è necessaria anche in questo caso maggiore flessibilità, la possibilità concreta che lo Stato possa reindirizzare, trasferire, spostare risorse anche umane a seconda delle necessità e dei servizi da garantire. Il posto fisso non può essere inteso come un freno, ma come una potenzialità, una sicurezza, uno strumento di sviluppo e di servizio.
Investimenti pubblici. Servono e devono essere strategici, focalizzati in particolare nelle aree depresse del nostro paese. Senza più continuare a discutere dell’esistenza di una questione Meridionale, del Nord, del Sud, evidenziando invece l’esistenza di una questione nazionale. E’ finita l’epoca dei provincialismi e delle ampolle. Di rivendicazioni territoriali strumentali che si sono rivelate per quello che erano, dai cappi esposti in quest’aula ai diamanti di qualche paese africano. Tutto sulla pelle dei cittadini, anche di chi onestamente ci aveva creduto. Provincialismi, che nulla hanno a che fare con il federalismo e che sono costati ai cittadini del Nord e del Sud enormi sprechi e sacrifici. Se non vogliamo che l’Italia diventi il Meridione d’Europa, sulle nostre aree depresse dobbiamo investire con forza ed energia e dobbiamo farlo rapidamente, considerandole per quello che sono: una potenziale e concreta possibilità di sviluppo, di ricchezza e di nuovo lavoro.
Servono, in primo luogo, investimenti infrastrutturali, e devono essere investimenti pubblici, il privato da solo non può farcela. Investimenti sul modello di quelli voluti dal Presidente Obama, che stanno producendo il risultato di vedere l’economia statunitense ripartire. E questi investimenti pubblici devono essere investimenti prima di tutto europei, per creare le necessarie infrastrutture, finanziamenti ed investimenti europei che devono essere la contropartita necessaria alla perdita di sovranità nazionale. Proprio così, si tratta di una contropartita, deve essere chiaro, l’Europa federale serve, deve servire, a garantire il massimo livello possibile di benessere per i cittadini europei. Si può accettare la perdita di sovranità solo in cambio di una politica europea concretamente orientata a questo risultato, al maggior benessere possibile di tutti i cittadini europei.
Signor rappresentante del Governo, di tutto questo sinceramente non c’è traccia in questo provvedimento. Siamo evidentemente ancora alla fase dell’emergenza, delle toppe necessarie, degli aggiustamenti, delle contraddizioni, come ad esempio sulla riforma del lavoro. Ci fidiamo, dobbiamo farlo e responsabilmente lo faremo. Ma quando passerà questa fase? Quando cominceremo ad utilizzare la stabilità necessaria per promuovere lo sviluppo?