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La Riforma del lavoro. Intervista all’on. Giuseppe Ossorio

Intervista tratta dal sito www.illaboratorio.net, pubblicata sabato 07 Luglio 2012 nella categoria Interviste, Politica ed Istituzioni, Lavoro

L’INIZIATIVA DALLA QUALE È NATA LA RIFORMA È NATA DA UNA BANCA, PERCHÈ?

La Riforma del lavoro. Ne abbiamo parlato con l’on. Giuseppe Ossorio repubblicano. Formatosi con Francesco Compagna, oggi è iscritto al gruppo Misto della Camera dei deputati. Al di là degli aspetti tecnici, in un clima sempre più difficile bisogna sviluppare al massimo la capacità di rappresentanza delle istituzioni, per evitare la rottura del tessuto sociale,anche per questo è fondamentale: “riflettere sula natura della nostra democrazia”

1. Il 5 agosto del 2011 la BCE ha inviato la “famosa lettera” al Governo italiano. Tra le altre cose si chiedeva di intervenire per migliorare l’efficienza del nostro mercato del lavoro ed in particolare si segnalava: “l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione” ed inoltre si specificava che : “dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.” Secondo lei, quanto di questi obiettivi è stato effettivamente ottenuto con la Riforma?

Ma, intanto, credo si dovrebbe ragionare anche sul perché una banca possa chiedere modifiche di questo genere ad uno Stato sovrano. Stiamo parlando non di modifiche tecniche ma di scelte politiche che hanno profonde conseguenze sulla realtà sociale di un Paese. Non metto in discussione l’autorevolezza della BCE. Da repubblicano credo, però, che ci si debba interrogare sulla natura del nostra democrazia, non solo quella italiana, ma di quella europea, del modello della democrazia liberale in generale. Dove risiede oggi la sovranità? Credo che su questo aspetto sarebbe necessario nell’interesse comune riflettere con attenzione. Quanto alla sua domanda, sinceramente bisognerà aspettare per comprendere l’impatto delle modifiche apportate al nostro mercato del lavoro.

2. Con riferimento alle varie tipologie contrattuali, non crede che l’introduzione di una diffusa “presunzione di subordinazione” (argomento tra l’altro particolarmente dibattuto dalla giurisprudenza), insieme alla terminologia usata per i licenziamenti di carattere economico: ” la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo” possano determinare l’aumento dei contenziosi e la discrezionalità dei giudici?

Come ha detto il direttore generale di Confcommercio bisogna stare attenti a non confondere flessibilità e precarietà. E io sono d’accordo. Oggi per molte aziende esistono esigenze oggettive di flessibilità che non devono però produrre precarietà, “non si creano posti a tempo indeterminato disincentivando le assunzioni a termine, sopratutto nel commercio e nel turismo che prevedono attività oggettivamente soggette a intensificazioni in determinati periodi”

3. A proposito dei contenziosi: il loro alto numero, la lunghezza e l’indeterminatezza dei processi, questa è una delle debolezze del nostro sistema su cui pareva esserci una larga convergenza. Secondo lei la Riforma risolve questa criticità, riduce la centralità della magistratura del lavoro?

Questo è un altro aspetto che bisognerà monitorare. In linea generale la presunzione di subordinazione potrebbe lasciar pensare alla possibilità di un incremento dei contenziosi. Di certo sarebbe necessario agire nella direzione di una drastica semplificazione del nostro mercato del lavoro, soprattutto dal punto di vista legislativo e normativo. Un mercato del lavoro più semplice e regolato in maniera chiara potrebbe essere molto più attrattivo; potrebbe produrre solo per questo lavoro e sviluppo e sarebbe una riforma a costo zero.

4. Se si leggono insieme la Riforma del lavoro e la riforma del sistema pensionistico se ne deduce che mentre si allunga la vita lavorativa, al contempo si diminuisce la durata e l’intensità degli ammortizzatori sociali, senza ottenere però la riduzione del costo del lavoro, è davvero così?

Pare proprio di si. Sinceramente credo si debba stare molto attenti. Parliamo spesso di sacrifici, ma non dobbiamo pensare che sia solo un’espressione lessicale, molti italiani stanno vivendo enormi difficoltà. E’ fondamentale impegnarci al massimo per salvaguardare la coesione sociale. Il paese ha reagito con responsabilità e consapevolezza, ma è fondamentale che le istituzioni, soprattutto il governo, riesca a sviluppare al massimo la capacità di immedesimazione nel sentimento del Paese. Le decisioni, soprattutto quelle più difficili, non possono essere avvertite come imposizioni dall’alto.

5. Lasciando da parte le “parti politiche” le sembra corretto affermare che rispetto alla questione lavoro, oggi, sembrano delinearsi due strade diverse tra loro: una che tende a garantire il lavoro, a renderlo sicuro, a stabilizzare il posto di lavoro, un’altra che tende, invece, a permettere al lavoratore di muoversi all’interno del mercato del lavoro? È possibile trovare punti di convergenza tra queste due impostazioni?

È molto difficile. Soprattutto perché ci portiamo dietro un bagaglio storico ideale molto pesante, che a volte finisce per deviare su posizioni ideologiche. Oggi, invece, più che mai c’è bisogno di pragmatismo. Non ci sono buoni e cattivi, idee malvagie da combattere. Abbiamo di fronte una realtà per molti aspetti nuova, che è cambiata in maniera estremamente rapida per governarla. Io credo che la classe dirigente deve aggiornare il proprio bagaglio tecnico ma anche quello ideale. A sinistra, per esempio, proprio sulla questione lavoro continua a persistere una divaricazione tra riformismo e forme di massimalismo che non so quanto senso abbiano ancora oggi.

6. Guardando al tanto citato modello tedesco, ed alla cosiddetta “flessibilità interna” secondo lei la contrattazione aziendale così come la bilateralità potrebbe, se valorizzata, portare ad una maggiore armonia del mercato del lavoro? e cosa si può fare per intraprendere questo percorso?

Appunto, questa potrebbe essere una strada virtuosa, ma va intrapresa con decisione.

7. Onorevole, a quanto si apprende al momento pare che nella sola regione Campania siano oltre 30 mila i lavoratori coinvolti dalla necessità del rinnovo degli ammortizzatori sociali. Una situazione questa che, in un contesto sociale già particolarmente critico, potrebbe provocare effetti difficili da governare?

In Campania c’è una emergenza lavoro estrema e il clima è difficilissimo. Ho presentato un’interrogazione al Ministro del lavoro. Purtroppo, aspetto ancora risposta, per sapere cosa e come si intende affrontare questa emergenza. La Regione ha già stanziato ingenti risorse per gli ammortizzatori sociali e molti dei lavoratori che ne hanno goduto sono riusciti a rientrare nel tessuto produttivo. Come le dicevo prima, è fondamentale mantenere un alto grado di comprensione ed immedesimazione. In Campania, come le ho detto, la situazione è già critica, si rischia davvero la rottura del tessuto sociale.

9. Pomigliano d’Arco. La situazione sta assumendo, putroppo, contorni quasi emblematici. La Fiat è stata condannata al reintegro di 145 lavoratori iscritti alla Fiom. Farà ricorso. Al riguardo Marchionne ha affermato che l’Italia “ha un livello di complessità nella gestione delle questioni industriali che non esiste in altre giurisdizioni”. Non solo, per la Fiat il numero dei dipendenti è a oggi più che adeguato a far fronte alle attuali esigenze di mercato e qualsiasi ulteriore assunzione, sostiene l’azienda, comporterebbe il ricorso alla cassa integrazione, se non a procedure di mobilità. Di fatto l’eventuale reintegro obbligatorio, potrebbe provocare la messa in mobilità di altrettanti dipendenti. Siamo arrivati al cortocircuito?

A quanto pare si e al di là delle responsabilità di chi siano, su chi ricadano maggiormente, credo che alla fine rischiamo di perdere tutti, i lavoratori, l’azienda, la Regione, il Paese.

10. In Aula sia durante il dibattito sulla fiducia al Riforma del mercato del lavoro, che su quello relativo alla sfiducia individuale al ministro Fornero lei ha parlato della natura della rapporto di fiducia che lega l’attuale esecutivo al Parlamento avvertendo circa il rischio di entrare in una fase post-democratica, cosa voleva intendere?

Come le dicevo prima, è fondamentale riflettere sulla natura della nostra democrazia. Al di là del ricorso continuo alla fiducia, se questa diventa obbligata, bisogna chiedersi perché lo diventa? Quale è l’obiettivo finale che si deve raggiungere e chi lo ha posto, come si è determinato? Non si comprendono le ragioni di una situazione come quella nella quale ci troviamo. Si rischia di subire le decisioni e in democrazia questo non è possibile. Il popolo, come si dice, è sovrano. Non possono essere i tecnici ad assumerli in piena autonomia, di qualsiasi istituzione; tanto meno i banchieri. La politica deve riappropriarsi del suo primato. Altrimenti rischiamo di scivolare verso la tecnocrazia, e non mi riferisco certo solo all’Italia. L’iniziativa politica dalla quale è nata la riforma del lavoro, e in virtù della quale, secondo alcuni è caduto il precedente governo è stata presa da una banca, che seppure autorevole e pur sempre una istituzione finanziaria. Il problema non è perché lo ha fatto una banca ma perché non l’abbia fatto la politica. Purtroppo in Europa non esistono ancora istituzioni politiche che abbiano questo potere. L’Europa dovrà essere un’istituzione chiamata a operare scelte politiche. Prima l’avremo meglio sarà per tutti i paesi dell’Unione Europea.