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Quelle corporazioni che soffocano il Paese

Da La Voce Repubblicana di martedì 10 luglio 2012

di Giuseppe Ossorio

Repubblicani e Liberaldemocratici
C’è molta confusione nel dibattito culturale e nelle pieghe del confronto istituzionale. La politica ha ceduto il passo ad uno scontro fra neoliberisti e i neostatalista. Senza dire dei sostenitori della cosiddetta decrescita. Le condizioni di estrema difficoltà della struttura sociale italiana ritardano ancora l’affermazione di alcune tesi coraggiose, per liberare l’Italia dalle corporazioni che la soffocano e dai molti interessi particolari. Ma i conti con la realtà saranno ineludibili. L’Italia non ne sarà esente.
Ci rendiamo conto che quel ritardo è anche legato alla complessità di un pensiero che non è una voce fra le altre di un dizionario di filosofia politica. È l’incessante lotta per la libertà, per la sua difesa, per il suo futuro. E in essa c’è la difesa della giustizia sociale che soccombe senza libertà. Non è la libertà piuttosto che l’equità. Né l’eguaglianza sociale invece della libertà. Il libero sviluppo dell’economia deve avvenire sempre in un orizzonte etico-politico, nel quale i principii di Libertà, Democrazia ed Equità siano rispettati. E qui che si situa la convergenza fra il Repubblicanesimo e il Liberalismo Democratico, che si distingue nettamente dal puro Liberismo economico o dal Liberismo conservatore. In questo senso il Liberalismo è un metodo non è un insieme di dottrine astratte. E in quanto tale è legato alla complessità, al divenire storico. Nulla è statico tutto è in continuo mutamento.
Oggi la democrazia liberale è in difficoltà anche per la nascita di movimenti politici sotto il segno dell’individualismo, del localismo e dell’egoismo. La libertà, invece, si nutre sempre di generosità. Un sistema liberaldemocratico difende le garanzie delle più profonde aspettative degli uomini e delle intime libertà. Però, è anche il sistema dell’organizzazione della solidarietà fra gli individui e le persone.
È necessario ed è anche improcrastinabile che i liberaldemocratici escano da una condizione di minorità e si riapproprino della questione del lavoro e della regolazione del mercato. È possibile liberare il lavoro dai vincoli tradizionali senza comprimere i diritti, utilizzando lo sviluppo della tecnologia che crea plusvalore assieme ad una ripresa di una politica di redistribuzione del reddito. Ciò che è, per così dire, nel DNA del Repubblicanesimo italiano e del Liberalismo democratico. È necessario, dunque, pensare a nuove politiche del lavoro su scala internazionale.
Si è timidi nell’affermare che la crisi finanziaria mondiale, il travaglio del capitalismo mondiale, hanno riproposta l’attualità della posizione di Benedetto Croce che sosteneva la priorità della libertà politica ed etica come principio unificatore e regolatore rispetto all’espansione dell’economia, del mercato. In questo senso è possibile riproporre una politica economica neokeynesiana sia pure, naturalmente, riveduta e corretta. La questione si pone in tutta la sua concretezza rispetto al tema dell’intervento nel Mezzogiorno d’Italia. Lo sviluppo del Sud può costituire un elemento essenziale per la crescita non solo dell’ Italia ma dell’intera area dell’euro. Come aveva già segnalato anni fa Francesco Compagna. Ma oggi, ovviamente, la soluzione della “Questione del Mezzogiorno” è, appunto, molto più complessa di ieri perché deve tener conto di una questione settentrionale, che oggettivamente esiste seppure in termini diversi da quella più antica ed irrisolta del Sud.
Bisognerebbe rinverdire la vivacità del pensiero Repubblicano e Liberale di cui tutti si vogliono appropriare ma che troppo spesso fraintendono. Il mercato, ad esempio, deve essere regolato e deve garantire una vera, libera concorrenza fra le imprese. Perché un mercato assolutamente libero è una caricatura del liberalismo che possiede una visione molto più ampia della società. Fondamentale, in questa prospettiva, una riconsiderazione dello sviluppo economico in rapporto ad un rafforzamento della democrazia. Ciò che la cosiddetta globalizzazione ha messo in seria crisi.
Fondamentale, dunque, una ripresa dell’europeismo oltre le meschinità e gli egoismi della politica attuale.
L’Europa è sempre stata creativa. Ha inventato gli stati-nazione. Ora deve promuovere istituzioni sovranazionali in grado di restituire alla politica il primato del governo della società. Una politica ispirata alle idee di libertà ed equità secondo una moderna e innovativa prospettiva liberaldemocratica.