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Inutile costruire ancora

Da la Repubblica di Napoli, 15 luglio 2012 pagina XI

di Giuseppe Ossorio

Napoli non è più milionaria, con buona pace di Eduardo. La capitale del Mezzogiorno  dopo essere stata, nell’Ottocento, fra le città più popolose di Europa, ora non raggiunge il milione di abitanti. Il dato era, in verità, già noto, ma vederlo ufficializzato fa sempre impressione.
Per carità, qui non si tratta di esaltare il numero, la forza  del numero. In una società così complessa non è detto che la quantità si tramuti necessariamente in qualità.
Ciò che sta accadendo in Cina, per fare un esempio macroscopico, mostra le difficoltà che le questioni demografiche pongono. Spesso sono insormontabili. In quel grande paese l’eccesso di popolazione aveva creato problemi enormi, a cominciare dalla incompatibilità ambientale. Il tentativo di governare la crescita tumultuosa registratasi negli ultimi anni se ha dato dei frutti in termini di quantità, oggi si rivela pericoloso per lo squilibrio creatosi fra vecchi e giovani, donne e uomini. In prospettiva.
Se è così  (per tornare al caso Napoli), è necessario sforzarsi di capire perché Napoli si impoverisce di abitanti; se e come si può o si deve porre rimedio. Molte analisi vertono essenzialmente sul versante dell’urbanistica. Viene messo sotto accusa inamovibilità del Piano Regolatore, più in generale le politiche essenzialmente conservative, tese esclusivamente ad impedire la creazione di nuove abitazioni, di nuovi spazi urbani. E si ipotizzano nuovi vani.
E’ vero, lo sviluppo di una città è in gran parte determinato dalle scelte urbanistiche. Ma, come da qualche parte surrettiziamente si cerca di far credere, la questione non può risolversi in un semplice aumento dei vani abitativi. Insomma, non si può sostenere che i cittadini di Napoli lasciano la città perché non ci sono case.
Questo ragionamento, che ha una parte di verità,  se assolutizzato, può servire da alibi per compiere scelte urbanistiche che non sono necessarie. Come quello che, pare di capire, si vorrebbe compiere a Napoli con la previsione di nuovi vani nella zona orientale. Eppure l’Amministrazione comunale che si proclamava ambientalista. Un aumento ingiustificato di vani, in assenza di una politica complessiva che dovrebbe giustificare la coerenza di quell’intervento sulle abitazioni rispetto alla vocazione del territorio e della città tutta.
Detto questo, è bene ricordare  a tutti noi, che i motivi dell’abbandono di una città, del suo oggettivo depauperamento in termini di risorse umane, sono tantissimi e, come abbiamo detto, non sempre facilmente decifrabili.
Nella nostra città due questioni sono certamente centrali: la crescente disoccupazione, soprattutto giovanile, e il senso complessivo di  invivibilità della città che si avverte  nella vita quotidiana, anche nei comportamenti più semplici e consuetudinari.
La prima questione, la disoccupazione, è una grande, drammatica condizione che non può essere risolta in sede esclusivamente locale. Siamo consapevoli di ciò e non vogliamo certo indulgere al qualunquismo imperante che addossa ogni responsabilità al primo livello politico o istituzionale che incontra. Ma come possiamo tacere  il fatto che  la politica napoletana non ci prova nemmeno ad affrontare la questione, non riesce in nessun modo ad intrecciare un dialogo, ad aprire un confronto su questo tema con il Governo nazionale o con le forze economiche e sociali nazionali e locali. Un vuoto di progettualità  veramente desolante.
Per la seconda questione, la vivibilità, rispunta il vecchio vizio di coprire con iniziative spettacolaristiche, spesso di mediocre spettacolo, l’assenza di iniziative concrete per aiutare il cittadino nella quotidianità. Vorremmo un’amministrazione  meno spettacolare ma stabile nelle decisioni, ciò che rende civile una città, dal centro alle periferie mai tanto trascurate.
Si ascoltano solo proclami. E questo in una metropoli che dovrebbe poter rapidamente tornare in Europa.