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Intervento di Giuseppe Ossorio alla Camera dei Deputati nella seduta del 23-7-2012

Decreto Legge per lo sviluppo n° 82 

Signor Presidente, signor Ministro, il provvedimento che discutiamo era particolarmente atteso. Giunge in Aula in un giorno difficile per la nostra economia e per la tenuta dell’euro.
Dopo una serie di interventi del Governo, ispirati al rigore e mirati al taglio della spesa ed al risanamento, si attendeva un primo provvedimento di segno complementare.
Eccolo, il decreto-legge di cui discutiamo, finalizzato alla crescita. Tutti gli indicatori ci mostrano un impoverimento del Paese e questo decreto-legge dovrebbe tentare di invertire questa tendenza. Non ripetiamo le condizioni dei nostri giovani e del loro avvenire, eppure questo era un Paese che fino a tutti gli anni Sessanta poteva essere indicato come una tigre economica. Cos’è accaduto, signor Ministro? Perché oggi siamo in condizioni così gravi? Una prima domanda è quindi inevitabile: queste misure di sostegno allo sviluppo sono sufficienti, adeguate allo scopo?
I repubblicani ritengono che, alle condizioni date, forse era davvero ciò che il Governo poteva fare, anche se si deve fare di più e meglio ma ci rendiamo conto che forse erano le condizioni che non consentivano di fare di più. Ci rendiamo conto che maggiori risorse avrebbero significato un ulteriore inasprimento fiscale e questo per buona pace degli economisti della domenica non è possibile. Oppure, ulteriori tagli e sappiamo che al Senato è in atto un lavoro che ci auguriamo indichi una strada e non soltanto dei tagli indiscriminati.
Dunque, le due strade maestre, inasprire il sistema fiscale o tagliare ulteriormente la spesa pubblica, sono di fatto entrambe difficilmente percorribili contemporaneamente; l’una esclude l’altra probabilmente mentre l’auspicio di innervare un sistema di liberalizzazioni finora non ha dato i suoi effetti. Io richiamerei l’attenzione dei colleghi e anche del Governo sul provvedimento con il quale ci si caratterizzò in una certa fase, il provvedimento sulle liberalizzazioni: soprattutto le liberalizzazioni delle società partecipate o di completa proprietà degli enti locali annaspano, per la verità non sono proprio partite.
In questa situazione incide in maniera determinante la posizione dell’Europa, le cui richieste nei confronti del nostro Paese non sembrano lasciare molto spazio, anzi continuano - secondo noi - a rappresentare un esame continuo. Negli ultimi mesi, proprio su richiesta, stimolo e pressione dell’Europa, siamo stati chiamati ad una serie di interventi che hanno lasciato un segno profondo nel tessuto sociale del nostro Paese, una pressione quella europea che in un certo senso ha costretto a forzare anche le naturali logiche democratiche.
La lettera della Banca centrale europea del 5 agosto del 2011 ha impedito la normale dialettica democratica, diciamolo senza infingimenti. Nello specifico vale la pena ricordare che, tra le altre cose, in quella lettera si affermava la necessità per il nostro Paese, in primo luogo, di una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione - appunto - dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. In secondo luogo, l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi a livello di impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende. In terzo luogo, di adottare un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti. La politica italiana, nelle sue dinamiche ordinarie, a ben leggere quella lettera è stata ritenuta inaffidabile per il raggiungimento dei risultati richiesti.
Nel dibattito di oggi, nel momento in cui la Camera è impegnata con il decreto-legge n. 83 del 2012, la formazione della volontà di questo ramo del Parlamento sicuramente terrà conto, come ne tiene conto tutto il dibattito democratico italiano, di quella sostanziale pressione della BCE. Nei casi di Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia la pressione della BCE ha evidenziato la possibilità di sapersi trasformare in pressione sulle istituzioni democratiche, cioè, a nostro parere, su quelli che dovrebbero essere i normali meccanismi democratici. Per questi motivi, in questi mesi nel dibattito parlamentare abbiamo cercato e voluto descrivere la situazione per come appare realmente. Abbiamo chiesto, con riferimento a questa particolare fase che stiamo vivendo con difficoltà, una riflessione comune sulla responsabilità degli Stati, ma anche sulla sovranità dello Stato, su dove essa risieda e su chi la eserciti. Abbiamo avvertito il rischio che si possa scivolare verso una situazione di post democrazia. Ieri sul Corriere della Sera, sono state ripetute le frasi di Steinbruch, ex ministro socialdemocratico tedesco delle finanze, il quale affermava: sono sicuro che l’euro continuerà ad esistere, ma non faccio previsioni su chi farà ancora parte dell’eurozona. Ed ancora: il modo in cui, ad intervalli sempre più frequenti, il Bundestag è quasi obbligato a decidere su temi estremamente complessi e su rischi di grandezza quasi inimmaginabili, sta conducendo al limite di funzionalità la nostra democrazia. È un importante esponente politico tedesco. Ecco perché, con riferimento a questa particolare fase, abbiamo chiesto una riflessione comune. Abbiano avvertito il rischio che in questa fase si possa scivolare in una condizione di grande difficoltà democratica. La settimana scorsa abbiamo ratificato il trattato sul fiscal compact e abbiamo accettato una limitazione di sovranità nazionale. Ci chiediamo: la Germania e la Francia, signor Ministro, faranno lo stesso? È bene perciò individuare immediatamente a favore di chi i Paesi hanno approvato quei trattati nei loro Parlamenti ed a favore di chi, se c’è stato, hanno ceduto parte della propria sovranità. L’Europa non è una traversia, anzi è un’opportunità, ma solo se sarà un soggetto politico. Se resta quella dei commissari siamo destinati ed imboccare la strada della post democrazia e inevitabilmente a mettere in discussione la tenuta sociale del Paese. La disoccupazione dei giovani e dei meno giovani ormai ha superato il livello di guardia. In Italia, nei segmenti più colpiti dalla recessione economica e dai tagli della spesa pubblica, si è formata un’area di disagio tanto corposa da costituire, come è stato detto autorevolmente nei giorni scorsi, una bomba ad orologeria, e di ciò il Governo dovrà tenere conto. In questo quadro, sulle misure prese a sostegno dello sviluppo incide anche la pressione dei mercati e la minaccia di un nuovo attacco speculativo. Ancora una volta il mercato e i suoi operatori hanno il potere di indirizzare le scelte del Governo di uno Stato sovrano, di incidere direttamente cioè sulla vita quotidiana di milioni di cittadini. Questa situazione non può andare oltre. Così né l’Italia né l’Europa potranno disegnare un orizzonte di sicurezza.
Per questo abbiamo firmato una mozione parlamentare per chiedere che il Governo italiano si impegni perché l’Europa trovi la forza e la determinazione di mettere in campo meccanismi protettivi di salvaguardia delle economie più esposte. Venendo al merito del provvedimento maturato in questo quadro, la componente repubblicana rileva e apprezza lo sforzo del Governo.
Manca, però, una strategia di fondo, complessiva, dell’idea che si ha di uno sviluppo economico a condizioni date in questo momento. Ci rendiamo conto che non poteva essere altrimenti: si tratta di una serie di interventi mirati e settoriali, certamente utili, necessari, ma mi sembra che manchi ancora una prospettiva di fondo, insomma, un significato profondo di cosa debba significare l’inversione di questa tendenza.
Vogliamo essere chiari: il decreto-legge n. 83 del 2012, in ogni caso, è un contributo utile per fronteggiare l’emergenza economica e per riavviare una graduale ripresa della produzione, e quindi dell’occupazione, in quanto contiene una serie articolata di misure, ma si deve fare di più.
Mi riferisco alle misure prese nel settore dell’edilizia, in particolare (è stato già detto da altri colleghi), a quelle miranti alla riqualificazione energetica, alle opere pubbliche. Più specificatamente, credo che vadano segnalati tutta una serie di interventi certamente utili.
È importante per noi e assolutamente condivisibile la scelta di ampliare la soglia dell’applicazione dell’IVA per cassa per le piccole imprese, che passa da 200 mila euro di fatturato a 2 milioni di euro. Questa è una decisione che produrrà effetti certamente positivi.
Noi valutiamo che sia altrettanto importante e qualificante la scelta di introdurre un regime fiscale agevolato per gli interessi delle obbligazioni emesse da società di progetto per finanziare investimenti in infrastrutture. E ancora, esprimiamo il nostro apprezzamento per la scelta di estendere alla realizzazione di tutte le nuove infrastrutture in collaborazione tra pubblico e privato le agevolazioni fiscali introdotte con la legge di stabilità per il 2012.
E poi, è decisamente utile la scelta di innalzare, fino al 30 giugno 2013, la detrazione ai fini dell’IRPEF dal 36 al 50 per cento in relazione alle spese documentate per la ristrutturazione edilizia. Viene, altresì, aumentato il limite individuale delle detrazioni stesse.
Vi è un punto del decreto-legge che, come repubblicani, apprezziamo, signor Ministro, perché riteniamo che, se il Governo lo volesse accudire, sarebbe di assoluto carattere strategico. Ci riferiamo, signor Ministro, alla decisione di istituire un fondo per l’attuazione di un piano nazionale per le città, destinato, in particolare, alla riqualificazione di aree urbane degradate.
Questa è davvero una scelta opportuna ed indica, a nostro avviso, quella che dovrà essere una strada da perseguire con maggiore decisione. La riqualificazione dei centri urbani è stato uno dei punti essenziali di una nostra recente mozione di indirizzo al Governo, presentata e discussa in Aula nel mese di marzo.
La riqualificazione, appunto, delle aree metropolitane densamente popolate, come quella di Napoli, può essere un punto di attacco per una politica significativa anche a favore del Mezzogiorno. Questa necessità si inquadra nell’ottica, tra l’altro, degli obiettivi della Commissione europea. Coerentemente, si comprende anche la decisione di istituire il Comitato interministeriale per le politiche urbane.
Quanto alle modifiche in tema di lavoro, queste sembrano comprensibili e, forse, anche opportune, soprattutto perché bisogna stare attenti a non confondere flessibilità e precarietà.
Discutibili, invece, appaiono le modifiche nel campo della giustizia civile. Secondo noi, la limitazione dei ricorsi in appello evidenzia, nel meccanismo prescelto per tale limitazione, una discrezionalità particolarmente elevata in capo al giudice di primo grado, chiamato a svolgere funzioni di filtro per le eventuali richieste di appello. Un meccanismo questo, signor Ministro, che potrebbe provocare effetti forse controproducenti.
Concludo, signor Presidente. Siamo, quindi, di fronte ad una serie di interventi complessi e articolati che rappresentano uno sforzo certamente apprezzabile, ma, come ho già sottolineato, il provvedimento in oggetto tanto atteso, che avrebbe dovuto costituire la «fase 2» del Governo Monti, è ancora molto distante da un’idea profonda della ripresa dello sviluppo economico necessario per arginare la definitiva emarginazione dell’Italia dal contesto del mercato internazionale.
Crediamo che sia necessario quindi procedere, ad esempio, ad una concreta individuazione dei centri di spesa, ad una loro reale razionalizzazione e, perché no, nella fase in cui questo Governo si caratterizza perché inizia a fare un ragionamento forte nei confronti delle province, riteniamo necessario non solo incentivare le unioni di comuni, ma promuoverle con maggiore incisività e determinazione. Bisogna avviare il processo di unione almeno dei comuni al di sotto dei 10 mila abitanti. Che siano centri di spesa e di servizio facilmente identificabili, competitivi, capaci di disporre e gestire con efficienza le poche risorse che oramai sono a disposizione degli enti locali.
Noi repubblicani vogliamo un Paese proiettato verso un mercato libero e competitivo, regolato, ma non ostacolato. Un Paese dove l’ordinaria amministrazione sia efficacemente resa a disposizione del cittadino e delle imprese produttive, ordinata e più razionale. Il decreto-legge in esame è solo un primo passo che riteniamo necessario per immaginare un Paese nuovo (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Repubblicani-Azionisti).