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L’eredità di Compagna

Da la Repubblica di giovedì 26 luglio 2012

di Giuseppe Ossorio

Sono passati trent’anni. Francesco Compagna ci lasciò il 26 luglio del 1982, mentre ricopriva un ruolo fondamentale nella politica italiana: era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Spadolini. Da quel luogo si provava a mettere in atto quello che era stato sempre il suo obiettivo principale, una politica sana e innovativa di intervento nel Mezzogiorno d’Italia per avviare a risoluzione la questione meridionale.
Di formazione liberale (subì sempre l’influenza del liberalismo metodologico di Croce) ma aperto al confronto con gli altri segmenti della variegata area politica democratico-liberale, aderì al Partito repubblicano di Ugo La Malfa, nel quale militò fino alla fine.
Interpretò l’ideale liberaldemocratico sulla scia de “Il Mondo” di Mario Pannunzio, che rappresentò, come è noto, l’incubatrice delle forze culturali più vitali del nostro paese negli anni Cinquanta e Sessanta. Sul piano accademico fu fra gli innovatori, italiani ed europei, della geografia politica, disciplina che muoveva i suoi primi passi dal dopoguerra.
In questa larga prospettiva fondò la rivista “Nord e Sud”, vera pietra miliare del meridionalismo laico con la quale, come fu detto, ci si provò ad immettere nel filone meridionalistico la sensibilità tipica dei liberali, dei repubblicani e dei radicali pannunziani. “Nord e Sud” si collocò, a Napoli, nella aspra ma, potremmo dire, leale polemica fra il meridionalismo di matrice socialista e comunista e quello di matrice cattolica. Si confrontò, anche duramente, con il laurismo ma sempre nei confini della civiltà politica connaturata alla sua tradizione.
Fu, probabilmente, l’ultimo autorevole rappresentante del meridionalismo classico, quello, per intenderci, di Giustino Fortunato. Non cedette mai anzi si oppose alla tentazione del rivendicazionismo di marca neoborbonica o al ribellismo radicaleggiante di quella che definì sinistra sociologica. Era convinto che la questione meridionale era una questione nazionale e che si sarebbe risolta soltanto nel quadro di una Italia forte e consapevole del suo destino come della sua missione, nel più ampio orizzonte dell’unità dell’Europa.
Non riteneva l’intervento straordinario dello Stato in favore del Sud d’Italia necessariamente in contrasto con il libero mercato di cui era rigoroso assertore. Ma, crocianamente, era conscio che, nella concretezza della storia, non esistono sistemi economici puri giacché, nella realtà, non esiste né una pura economia di Stato né un puro sistema di libero mercato il quale, infatti, se preso sul serio, è sempre regolato. Tocca alla classe politica e dirigente stabilire la misura e la qualità delle politiche economiche, dello spazio da concedere alla libera iniziativa privata, e delle iniziative di regolazione tendenti a promuovere l’equità sociale. Le garanzie della libertà, per dirla con il suo amico Vittorio de Caprariis, sono il fondamento di ogni Stato civile e non si riducono, naturalmente, soltanto a quelle puramente, e talvolta astrattamente, giuridiche. Vanno difese e promosse in relazione alle particolari condizioni storiche che non sono mai eguali.
Erano questi i principii fondamentali che ispirarono Francesco Compagna. Principii, a mio modo di vedere, che dovrebbero costituire il fulcro di una nuova prospettiva democratico-liberale che manca oggi al nostro paese e, per certi aspetti, alla stessa Europa.
Il pensiero di Francesco Compagna, il suo percorso intellettuale e politico, la sua opera sembrerebbero oggi del tutto inattuali se si guarda alla crisi che stiamo vivendo: la crisi del libero mercato da un lato e del Welfare State dall’altro. Che è la crisi dell’Unità europea come della stessa unità nazionale italiana. Ma si tratta di crisi, dunque, di disagio, di malessere, in qualche momento di tragedia. Tutti dovremmo lavorare a superare questa condizione. Cosa, peraltro, possibile se si guarda ai fondamentali economici e alla civiltà diffusa dei paesi che compongono il vecchio continente. Se è così, senza retorica potremmo dire che l’inattualità di Francesco Compagna è tale perché il suo pensiero, il suo metodo, devono rappresentare il nostro futuro.
La forza dei classici è quella di essere inattuali perché sono perennemente attuali. Ora, nell’orizzonte della politica italiana e di quella meridionalista in particolare, Francesco Compagna comincia ad assumere la fisionomia e le caratteristiche del classico cui riferirsi sempre, soprattutto nei momenti di difficoltà.