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I costi della politica e la trasparenza

Da la Repubblica di venerdì 7 giugno 2013

di Giuseppe Ossorio e Amedeo Di Maio

I costi della politica nel tempo della trasparenza. Se ne è parlato in un incontro pubblico con l’assessore al bilancio del Comune di Napoli, Salvatore Palma, e con il suo predecessore della giunta Iervolino, Michele Saggese. Si avverte l’esigenza di far luce sulla situazione finanziaria del Comune in questo tempo di pre dissesto, che ci auguriamo e razionalmente ci aspettiamo non si trasformi in formale dissesto.
Il termine chiave è la trasparenza, come elemento tanto contabile quanto politico.  Termine abusato di questi tempi. Tuttavia, non si può prescindere dal considerarlo, soprattutto, in questo momento caratterizzato da un altro termine, l’austerità ai diversi livelli di governo locale, regionale, nazionale, comunitario. La trasparenza da un lato assume il significato dell’individuazione delle regole che possano garantire quell’austerità voluta o imposta, dall’altro non consente di generare illusioni nelle aspettative dei cittadini. Sono questi gli aspetti politici rilevanti, perché, a ben vedere, l’aumento delle regole, paradossalmente, può ridurre la democrazia mentre il richiamo retorico alla partecipazione può nascondere preferenze lobbistiche.
L’assessore al bilancio di qualsiasi Comune, ormai,  opera in condizioni sempre più vincolate e non può che privilegiare l’obiettivo del superamento definitivo del pericolo di dissesto. Salvatore Palma insieme a Michele Saggese ci hanno raccontato di una azienda Comune che, fino a quando la finanza centrale lo ha consentito, è cresciuta più del necessario, sia in termini di dipendenti, sia di Società di servizi partecipate, sia proprio di servizi erogati. Quando, però, i trasferimenti finanziari dallo Stato al Comune si sono ridotti, a causa del patto di stabilità, non è stato possibile far corrispondere una eguale riduzione (in termini finanziari) della  burocrazia comunale, per via di evidenti rigidità sia tecniche che sociali e politiche. Questa analisi è solo parzialmente condivisibile. Lo dimostra l’inefficacia dell’azione dell’Amministrazione comunale rispetto alle difficoltà che non riesce a superare a proposito della inesigibilità dei crediti, che legittimamente si vantano nei confronti della collettività. Nel bilancio del Comune di Napoli ammontano a cifre tali (850 milioni) che se fossero stati tutti veramente esigibili avrebbero sicuramente evitato l’attuale rischio di default. Come si fa  in questo caso a non dare un giudizio negativo? Non riguarda, ovviamente, le persone bensì un’azione di governo che richiede molto più incisività.
Sarebbe, inoltre, necessario stimare i tempi effettivi della dismissione del patrimonio comunale (847 milioni), evitando l’illusione di una soluzione in tempi rapidi. Senza tener conto che, forse, a Napoli non esiste un’imprenditoria tanto forte finanziariamente da porsi come illuminata acquirente del patrimonio che la Giunta comunale intende dismettere. Se, poi, l’assessore Palma riuscisse a capire dove si annidano quei costi che non hanno copertura finanziaria veritiera, farebbe un’opera  meritoria e radicale. E’ un lavoro arduo ma va fatto per rendere credibile il bilancio del Comune.
Queste condizioni, insieme ad altre, che per brevità non richiamiamo, hanno condotto all’attuale situazione di pre dissesto e alla conseguente necessità di un Piano pluriennale di rientro. Piano che non è stato semplice definire e Salvatore Palma è ben consapevole che occorrerà ridefinire più volte per via della sua durata e per l’incertezza di alcuni suoi elementi.
Molto in sintesi, v’è la positività di un prestito che il Governo nazionale ha concesso; il che significa che si ripone fiducia nella possibilità di evitare il dissesto, anche attraverso la ridefinizione della  governance delle Società partecipate che sono delle idrovore finanziarie. Vi sono, tuttavia, anche  effetti negativi connessi con gli obblighi di legge relativi all’inasprimento di tasse e tariffe.
Abbiamo tratto dall’incontro la conclusione che la Giunta comunale, nel prossimo futuro, dovrà porre più attenzione ai mali comuni e meno alla retorica dei beni comuni.