Capitolo 1. Il Mezzogiorno


Il senso di fastidio che l’altra Italia manifestava di fronte alle pur deboli istanze meridionaliste, la rinuncia a inscriverne le aspettative e ad adombrarne soluzioni da consegnare ad una agenda politica le cui priorità non ne facevano affatto parte, aveva reso del tutto desueto, fuori moda,  l’antica “Questione Meridionale”.

Materiali storici, letture colte, semmai. Null’altro che ragionamenti “intimi” alla portata di pochi nostalgici e di qualche, residuale, addetto ai lavori, sopravvissuto alla diaspora.

Sin dalla prima metà degli anni Ottanta, mentre l’esigenza di una consistente ristrutturazione dell’apparato industriale, dal nord-est al nord-ovest, polarizzava l’attenzione del Paese, ad avviso di molti di noi, al Mezzogiorno non restava altro che il ripiegare, esso stesso, su di un’intima autocommiserazione; cattedrale“diroccata” nel deserto dell’ indifferenza nazionale.

Perché, quindi, continuare a proporne questioni da consegnare ad un’improbabile ripresa di quel dibattito? Perché mai alzare una voce, inevitabilmente flebile, nell’assordante silenzio di una società più attenta alle intemperanze maschiliste di un leader di partito che alle prospettive di sviluppo di pur così estesa parte della società e del territorio nazionale?
Un’unica spiegazione mi sembra possibile per interpretare quella che, altrimenti, si definirebbe caparbia solitudine.

Ricordando la vicinanza, politica e culturale, del Giuseppe Ossorio ad una delle più fertili e vivaci intelligenze del meridionalismo del dopoguerra: Francesco Compagna. Vicino all’uomo politico, attento ai ragionamenti che, animati dal “professore”, si riflettevano nelle argomentazioni che ininterrottamente, tra gli anni Cinquanta e i primi anni Ottanta, si avvicendavano tra le acute pagine della rivista “Nord e Sud”, nella mente di Giuseppe Ossorio, non poteva non radicarsi il convincimento della indispensabilità di una via meridionalista dello sviluppo economico e sociale del Paese.

E, conseguentemente, l’opportunità di non abbandonarne la riflessione, sia pur attualizzata dai nuovi termini di, non più, un’unica “Questione Meridionale”, quanto delle tante, differenti realtà in cui si era, nelle more dell’ultimo cinquantennio, frazionato l’antico problema socio-economico di quei territori.

Del resto, lontani, ormai, da quegli anni di entusiasmanti speranze, di assoluta fedeltà all’idea, intensamente liberal-democratica, di necessaria europeizzazione del Mezzogiorno, a tanti di noi, non resta che riconoscere il fallimento di un progetto virtuoso, prendere atto della “rottamazione” di una generazione d’intellettuali, testardamente convinta del legame indissolubile tra meridionalismo ed europeismo, tra sviluppo delle regioni meridionali e crescita sostenibile dell’intero Paese.

Un fallimento, questo, che coinvolge anche non indifferente parte di società civile, non solo uno sparuto gruppetto di intellettuali e di politici. Quella solida parte di società meridionale, attenta all’evoluzione delle trasformazioni da cui il Mezzogiorno  era stato investito, consapevole degli effetti positivi che interventi pubblici oculati stavano per conseguire e che, invece, dalla rarefazione che ne coinvolgeva la dimensione finanziaria più recente, inficiava ogni possibilità di innovativa generazione di sviluppo autonomo.

Una componente sociale solerte nel denunciarne incongruenze e distorsione delle logiche virtuose che ci si attendeva, ma incapace di diffondere le eco delle proprie riflessioni in ambienti politici attrezzati per coglierne il senso, in grado di impedire che disattenzioni, superficiali valutazioni degli effetti territoriali degli interventi posti in essere, si compissero, disperdendo i benefici di politiche di sviluppo fondate su  ipotesi  di efficace disseminazione, ben presto, rivelatesi, il più delle volte, disastrosamente aleatorie.

Errori di prospettiva imperdonabili, da ascrivere, parimenti, a carico di buona parte di quegli intellettuali che tenendosi “alla larga” dall’agone politico, avevano ingenuamente creduto di poter egualmente riuscire a trasferire i propri paradigmi concettuali nel concreto delle scelte che si sarebbero dovute compiere, in direzione di una indilazionabile modernizzazione della società meridionale, nella prospettiva virtuosa di un processo di solidale unità nazionale.

Queste considerazioni, in definitiva, sono intrinseche all’esercizio che Giuseppe Ossorio compie per rivitalizzare, attraverso originali discussioni, quel che resta della propensione civile a continuare ad animare un dibattito  meridionalista, consapevole della irrinunciabile ”forza del dubbio”, intorno alle possibili opzioni da adottare, nel tentativo di risolvere vecchie e nuove emergenze del divario che, tuttora, soffoca lo sviluppo del Mezzogiorno.

Ma, ciò che lascia sgomenti è la constatazione che i temi affrontati in questo ampio capitolo del libro sono essi stessi plastiche rappresentazioni di una realtà pressappoco immutata, di un insieme di trasformazioni incompiute, di una storia sociale afflitta da una generalizzata arretratezza.

Divario dei divari che separano il Mezzogiorno dal resto del Paese, dall’Europa più dinamica.
Frammenti di “scenario” che disegnano, una periferia in ritardo di sviluppo; il perpetuarsi d’attualità di tempi remoti, ben poco distanti dalla contemporaneità; segni appena percettibili di un’azione innovatrice incompiuta. Talché, non è lecito avanzare alcun dubbio del fatto che la sostanziale immutevolezza degli “scenari” lasci trasparire l’estrema incisività marginale dello stesso progetto di sviluppo assunto a fondamento dell’azione politica.

Ecco perché, a giusta ragione, già in un intervento di sei anni addietro, rilevando con rinnovato entusiasmo l’emergere di un’apparente nuova attenzione per il Sud da parte di istituzioni importanti, Banca d’Italia e Confindustria, il Nostro titola il suo contributo: “Il mancato sviluppo del Sud. Il punto dolente resta la politica” (la Repubblica 23 novembre 2007).

Le considerazioni svolte, avendo preso atto della coincidenza tra la rigorosa analisi econometrica di Banchitalia e le valutazioni proiettive di Confindustria, a proposito del contributo del Sud alla crescita dell’economia italiana, mettono in luce come il punto dolente resti sempre quello “del rapporto con la politica e le amministrazioni locali”. E, nonostante, da parte del Ministro dello Sviluppo economico dell’epoca (quel Pier Luigi Bersani, che dopo qualche anno, approderà alla guida del Centrosinistra) si proclami che “la modernizzazione del Paese, di per se, è una politica meridionalista”, nel concreto, resta “la distanza tra la classe politica e il resto della società e, soprattutto, fra classe politica napoletana e classe politica nazionale”.

Pertanto, mentre il Mezzogiorno ha urgente necessità di infrastrutture stradali e portuali, del prolungamento dell’Alta Velocità oltre Salerno, di connessioni trasversali tra Tirreno ed Adriatico, di una efficiente relazionalità tra continente ed isole maggiori e di efficienti reti ferroviarie all’interno di quest’ultime, nessun concreto piano d’investimenti è all’ordine del giorno dell’agenda di Governo, ad eccezione di fantomatiche, irragionevoli,in quanto faraoniche, teste di ponte tra Scilla e Cariddi.

Quello dello sviluppo del Mezzogiorno è un nodo che non arriva al pettine, cioè. Un nodo che si aggroviglia in un dedalo di micro iniziative, di localismi irragionevoli, di lungaggini burocratiche, di fallimenti imprenditoriali, più o meno pilotati, di inefficienze strutturali, di malavita organizzata, mai estirpata, ancor più oppressiva e violenta in un contesto di prolungata crisi economica.

Non sfugge affatto, del resto, come gli effetti recenti della crisi internazionale, propagatisi sin dai primi mesi del 2008, abbiano prodotto un inevitabile peggioramento della situazione congiunturale dell’economia meridionale, i cui parametri di default hanno, per lo più, conosciuto ulteriori peggioramenti in termini assoluti.

Anche se, per taluni versi, il fenomeno non appare omogeneo, registrandosi situazioni in cui i risultati statistici sembrano mostrare condizioni in cui la flessione subita dal Mezzogiorno, nel confronto con il Centro-Nord, in più di una componente, si riveli meno drammatica.

Tuttavia, a ben scrutare la realtà, si tratta di situazioni in cui un peso determinante, nella composizione del dato statistico meno negativo, è prodotto dal saldo migratorio e dalla contrazione della forza lavoro, nel caso della perdita di occupazione; ovvero da una minore esposizione agli effetti depressivi della crisi dei vasti mercati, proprio in ragione del basso livello strutturale dell’export meridionale sui principali mercati globali.

Più in generale, infine, i motivi della minore sofferenza del sistema meridionale sono spiegabili con la specializzazione produttiva prevalente dell’area, dove ha un peso marginale la presenza della componente meccanica, che, come nei casi in cui, viceversa, prevale, subisce maggiormente i contraccolpi della crisi di domanda,depressa dalla contrazione degli investimenti e dal più lento tournover dell’impiantistica in ambito manifatturiero.

In altri termini, tutto sommato, nel breve periodo, la base produttiva meridionale, proprio per motivi strutturali della sua stessa debolezza, risente in minore misura dei contraccolpi prodotti dalla fase recessiva che coinvolge l’economia occidentale, mentre, in simili condizioni, appare ancora più problematico immaginare una reazione efficace, un risveglio produttivo accelerato del sistema Mezzogiorno.

Tuttavia, proprio riflettendo su talune delle peculiarità che sono emerse, in misura ben evidente, degli effetti della crisi, è possibile adombrare qualche abbozzo di diagnosi di un diverso divenire per il nostro Mezzogiorno e, in tale prospettiva, adombrare qualche considerazione di scenario.

La prima, realisticamente concreta, presuppone l’abbandono di ogni illusione circa il riallineamento “spontaneo” dell’economia meridionale rispetto al Centro Nord. Le analisi dei principali Centri di ricerca economica concordano nel valutare che per assorbire il divario sarebbe necessario un raddoppio dell’attuale Pil, in non più di quindici anni, una crescita della produttività del lavoro superiore al 15% e un incremento di occupazione aggiuntiva di almeno tre milioni di unità. Parametri quantitativi del tutto improponibili che neppure virtuose, esplicite, politiche finalizzate riuscirebbero a concretizzare.

La seconda, che lascia intravedere la possibilità di ritenere realistico un balzo in grado, quanto meno, di attenuare le divergenze dalla soglia di convergenza, fa leva sulla constatazione della presenza nel Mezzogiorno di non marginali “eccellenze” nelle produzioni locali. Ci si riferisce a quei particolari marchi di pregio radicati nel territorio meridionale: dalla sartoria di Kiton, alle aziende vinicole Donnafugata, all’abbigliamento maschile di Harmont&Blaine, alla moda di alta qualità di Sartorio, come di Marinella, ed ancora oltre a comparti di eccellenza dell’agro-alimentare di qualità elevata, delle bevande, dell’informatica innovativa.

Ed è proprio lungo questa linea di fondo che traspaiono, in un insieme di chiaro scuri, alcuni annunci di un’imprevedibile macchia di leopardo sul mantello dei tanti, diversi, Mezzogiorno “possibili”.
Perché, in definitiva, qualcosa, indipendentemente dalla pigra politica, pur si muove.

Le strategie prevalenti tra le aziende meridionali lasciano emergere una ben ponderata propensione dell’imprenditoria locale a puntare su processi d’innovazione, miglioramento qualitativo e maggiore attenzione ai mercati, nella consapevolezza di un indispensabile rafforzamento di competitività. Rinunciando ad effetti di breve periodo, conseguibili attraverso generiche riduzioni di costi di produzione.

Nello stesso tempo, anche considerando con maggiore attenzione la questione della scarsa propensione all’internazionalizzazione, non deve sfuggire come la questione vada affrontata con più esplicita attenzione alla determinante geografica.

Questa attenzione maggiore verso una più attenta analisi della polarizzazione dei flussi commerciali consente di rendere trasparente un orientamento dell’export meridionale piuttosto caratterizzato verso mercati come la Spagna ( nei cui confronti il tasso di crescita si avvicina al 9%; ben 3 punti oltre la media nazionale), l’Africa settentrionale (dove un 8,3%,costituisce una quota doppia rispetto a l’analoga a scala nazionale) nei cui confronti si realizza una crescita molto rilevante (raddoppio del movimento, rispetto all’anno 2000).

In questa prospettiva, anche la troppo superficiale declamata carenza di propensione all’export del Mezzogiorno, andrebbe riletta, interpretandola come una conseguenza della stessa specializzazione produttiva dell’area, soffocata da un peso stridente del comparto petrolifero e derivati, oltre che da un chimico farmaceutico in crisi profonda. Mentre, solo, più di recente, nuovi spazi virtuosi si consolidano nell’agro-alimentare.

Tutto ciò, suggerisce di prospettare realistici mutamenti di tendenza, proprio facendo leva su quella filosofia di sviluppo dell’innovazione e dei contenuti qualitativi di cui si è appena discusso, insistendo, di pari passo, col prosieguo di un’efficace penetrazione commerciale su mercati, quali quello mediterraneo, che, con l’elevazione degli standard di qualità della vita delle popolazioni che vi gravitano, prospetta interessanti performances di crescita della relativa domanda.

Tuttavia, se, come si lasciava intendere da più di una considerazione, la questione complessiva, pur nella irrinunciabilità della valenza geoeconomica delle fondamentali determinanti del processo di sviluppo dell’area meridionale del Paese, presuppone sensibilità ed interventi di natura squisitamente geopolitica, non può trascurarsi, in conclusione, di accennare all’incombenza di un ulteriore più incisivo vincolo: la carenza di capitale sociale di cui soffre il Mezzogiorno.

Certamente, in misura diversa da regione a regione, da territorio a territorio, ma pur sempre in termini assolutamente drammatici rispetto alla continuità di un approccio virtuoso allo sviluppo autocentrato dell’intera regione meridionale del Paese.

Di un simile innovativo approccio alla questione meridionale, ne è più che autorevole eccola sollecitazione del Presidente Giorgio Napolitano in ordine all’esigenza di “superare una lettura troppo economicistica del Mezzogiorno” dando maggior spazio a valutazioni riferite ad attributi di natura culturale e istituzionale, considerando “il livello di cultura civica, l’incidenza di norme informali condivise, di regole di comportamento socialmente approvate che favoriscono la cooperazione, sostengono la fiducia negli altri” , al fine di porre in essere efficaci politiche, sforzandosi di “individuare le strade da battere per far crescere in tempi ragionevoli il capitale sociale nelle regioni meridionali”.
Ma, come ben s’intende, la riproduzione di capitale sociale non nasce dal nulla.

Radica, piuttosto, in un territorio ideale i cui confini slargano dalla cultura della legalità ai valori della democrazia partecipata e della solidarietà. Si alimenta di forte senso civico, di crescenti livelli d’istruzione superiore diffusa, di rifiuto delle prassi clientelari, in una, di “virtù” condivise.

In conclusione, nell’esprimere adesione piena nei confronti dell’idea di Autore ed Editore di riunire in un volumetto questi interventi intorno a stimolanti questioni di assoluta attualità, nello specifico, penso che rileggere i diversi paragrafi di questo capitolo, costruito intorno ad occasioni diverse di attenzione per il Mezzogiorno, sia utile e intelligente.

Innanzitutto, perché frutto di testimonianze rese da un uomo politico, memore delle antiche assonanze intellettuali con una generazione a cui io stesso appartengo, ma, ancor più perché straordinaria opportunità per rispecchiarsi in un rinnovato meridionalismo. Scevro da improponibili  rivendicazionismi, lontano da miserabili aneliti assistenzialisti, libero da condizionamenti partitici. Ovvero, laicamente consapevole dell’esigenza di contribuire ad una discussione franca, intorno a questioni, di volta in volta, dipanate dal groviglio di una “geografia politica” resa trasparente, dal rigore del ragionamento, non disgiunto dalla perdurante consapevolezza della “forza del dubbio”.

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