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Serve un Pd che parli al Mezzogiorno

Da la Repubblica di sabato 18 aprile 2009 di Giuseppe Ossorio
 
Quali sono le prospettive del Partito democratico nel Mezzogiorno e in Campania? È necessario capire cosa accade nell'altro lato della medaglia. Il nuovo partito di Berlusconi incontra difficoltà a radicarsi al Nord. In quelle terre il Pdl soffre fortemente la concorrenza della Lega. Soprattutto, perde i contatti con quel ceto medio indipendente -E come ha ben scritto Angelo Panebianco - che all'inizio gli aveva dato credito. La sua attenzione, dunque, si sposta verso il Sud. E il suo baricentro va meridionalizzandosi sempre più.
Il Pd resta ancora forte nelle regioni del centro. Mentre stenta a ritrovare consensi al Nord, con l'eccezione del Piemonte. Se dovesse perdere la partita al Sud, finirebbe col ridimensionare in modo drastico la sua capacità di espansione. Se ciò è vero, il Pd nel ricercare una forte e compiuta identità nazionale non può dimenticare il Mezzogiorno o, quantomeno, non collocarlo fra le sue priorità .
Nei prossimi anni il Mezzogiorno dovrà fronteggiare la sfida del federalismo fiscale, che rischia di indebolire ulteriormente la sua già fragile economia. In più, dovrà affrontare nel 2013 la fine dell'intervento straordinario che ruota attorno ai fondi europei.
Bastano queste due considerazioni per comprendere che, in pochi anni, il meridione si troverà di fronte ad un bivio storico: un nuovo sviluppo o il declino.
Dunque bisogna porre attenzione al progetto del partito l'opera il sud: è necessario, anzi direi vitale, che il Pd campano, e meridionale in generale, si attrezzi su questo tema. In fondo questa è la mancata occasione della storia italiana. E suggerirei di riconsiderare seriamente la grande lezione di Croce, Fortunato e Salvemini fino ai più moderni meridionalisti. Non penserei naturalmente, ad un vero e proprio partito del sud sul modello della Lega.
Penserei, piuttosto, ad un partito strettamente legato al destino dell'Italia e dell'Europa che sappia, però, riproporre, innanzitutto e soprattutto, alla società civile ed economica meridionale e, poi, al paese tutto le esigenze e gli interessi del sud, in modo non piagnone, responsabile, serio.
Sarà fondamentale, in tale condizione, la capacità di interpretare le aspettative e le esigenze di quel ceto medio, produttivo e professionale, che pure esiste anche al Sud. Chi rappresenta le piccole e medie aziende del Sud, chi aiuta le tante partite IVA del meridione? Non è vero che il mezzogiorno ne sia sprovvisto. C'è urgenza che una forza politica riformatrice si faccia seriamente carico delle loro esigenze. Un partito a cui il sud dovrebbe essere attento al ceto medio indipendente che negli ultimi tempi si è impoverito.
La scommessa, poi, è di mettere insieme questi interessi produttivi con i bisogni crescenti dei meno abbienti, di quei ceti popolari che la crisi sta emarginando sempre più.
È la scommessa, se si vuole, di fondere finalmente la tradizione dell'impegno sociale con quella del liberalismo progressista attento alla crescita dell'economia, in un quadro di forti garanzie di cittadinanza. Solo in un orizzonte complesso di questa natura, infatti, può nascere quella politica riformatrice capace di garantire ad un tempo sia i diritti sociali, ad esempio il diritto al lavoro, che i diritti individuali, fra i quali, ad esempio, il diritto a decidere come morire. Sarebbe un errore madornale lasciare che il populismo di destra si impossessi della grande tradizione liberale per farne uno strumento demagogico.